· Città del Vaticano ·

Pellegrino alla ricerca del Signore

Juan Martínez Montañez «Sant’Ignazio di Loyola» (1610)

30 luglio 2020

Il 31 luglio 1556 moriva a Roma Ignazio di Loyola, uno dei maggiori santi dell’epoca moderna e fondatore della Compagnia di Gesù (1540). Conoscerne la vita e la spiritualità — quest’ultima ha ispirato donne e uomini nelle fondazioni di tante congregazioni religiose — è veramente una esperienza notevole ed entusiasmante. Tanto si è scritto su questo giovane nobile basco affascinato da Dio e ancora si scriverà, e mai nessun libro potrà esaurire tutto quello che la vita di questo santo ci trasmette; ma avventurarsi nella lettura della Autobiografia e farlo con lo stesso spirito di Ignazio, ossia in pellegrinaggio alla scoperta di Dio, può essere gratificante e costruttivo per la propria vita di credente. La redazione del libro, fortemente voluta dai gesuiti vicini al santo, ed elaborata dal padre Luis Gonçalves da Camara — il quale raccolse con precisione tutto quanto Ignazio gli raccontava — termina nel 1555 e da secoli è la principale fonte di istruzione spirituale, insieme al Diario spirituale, per i novizi gesuiti e non.

Il Racconto del Pellegrino, questo il titolo esatto, è, infatti il resoconto “nudo e crudo”, senza fronzoli, del processo di conversione interiore di Ignazio di Loyola. Qui la “conversione” va intesa in un contesto ben preciso, evidenziato da Ignazio anche nel percorso dei suoi Esercizi Spirituali: Dio lo chiama a «mettere ordine nella sua vita ed a liberarsi di tutti gli affetti disordinati» (ES 3) per donarla totalmente al suo servizio. Il cammino — o pellegrinaggio — pensato da Dio per il santo passa attraverso la dura agonia della carne, di ogni suo “volere e sentire”.

Ignazio, infatti, giovane cavaliere di bell’aspetto e desideroso di conquiste mondane, è costretto, suo malgrado, ad accettare la malformazione fisica causatagli da una palla di bombarda durante l’assedio di Pamplona, non senza essere prima ricorso a strazianti operazioni chirurgiche. È in questo momento tanto tragico che scopre, condotto dallo Spirito, le prime dinamiche del discernimento degli spiriti, poi perfezionato negli anni e ben descritto negli Esercizi spirituali. «La sua consolazione più grande era guardare il cielo e le stelle; li contemplava spesso e per lungo tempo, perché da questo gli nasceva dentro un fortissimo impulso a servire nostro Signore» (Autobiografia 11). E di fatto, come accaduto per i primi discepoli di Gesù il giovane Ignazio lascia tutto per seguire il Maestro. Spogliatosi degli abiti lussuosi si affida alla vergine Maria nel santuario di Montserrat, per poi recarsi a Manresa. Là in una “cueva”, una grotta ora trasformata in luogo di meditazione e preghiera, conduce una vita fatta di penitenze e digiuni, ma soprattutto di preghiera: sette ore quotidiane.

La preghiera incessante è uno dei maggiori segni di un’anima completamente assorta in Dio; essa, infatti, non è frutto di sforzi ascetici bensì dono di Dio che mette nel cuore di chi lo brama il desiderio di amarlo e cercarlo continuamente scoprendo il senso, la ragione del proprio vivere: «L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore e per salvare, mediante ciò, la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l'uomo affinché lo aiutino al raggiungimento del fine per cui è stato creato» (“Principio e fondamento”, Es 23).

Lungo tutta l’Autobiografia è possibile cogliere, attraverso una lettura attenta e partecipata, gli stati d’animo e le “mozioni” che muovono Ignazio a considerare ogni piccolo cambiamento interiore. «In questo periodo Dio si comportava con lui come fa un maestro di scuola con un bambino: gli insegnava» (Autobiografia 27). Ignazio apprende tutto da Dio: amore, umiltà, l’importanza del servizio, il giusto valore delle cose e di ogni realtà terrena che va utilizzata solo se ci aiuta ad arrivare a Dio e a renderci santi. E poi il grande valore della “indifferenza”, ovvero, in parole povere, non desiderare altro se non ciò che Dio ci ha riservato: che sia vita lunga o breve, ricchezza o povertà, salute o malattia. Questo piccolo — in statura — santo basco aveva compreso che è la ricerca continua della volontà di Dio a renderci perfetti, l’incontro con Cristo che ci trasforma e ci riconsegna la nostra umanità. “Salvare le anime” e “la maggior gloria di Dio” hanno mosso Ignazio a compiere la grande impresa di fondare la Compagnia di Gesù (i Gesuiti) con pochi compagni a cui era legato anche da una profonda amicizia e in un periodo in cui la Chiesa affrontava la grande prova delle chiese protestanti.

Pur con dolore inviò il suo più caro amico e fedele compagno, san Francesco Saverio, a evangelizzare le Indie Orientali perché quell’amicizia nata nel Signore avesse il suo pieno compimento in lui. Nel 1548 gli scrive san Francesco Saverio: «Dio mi è testimone di quanto ardentemente, o Padre carissimo, io desideri rivederti in questa vita per poter parlare con te delle molte cose che necessitano del tuo aiuto e rimedio: infatti nessuna distanza di luogo è in contrasto con l’obbedienza». Mai più si rividero.

La Chiesa di allora e di oggi deve molto a Ignazio di Loyola: fedele al Papa, a cui la Compagnia fa piena obbedienza, ha trasfuso nei suoi compagni e in ogni luogo da essi evangelizzato quella importante dinamica del sentire cum ecclesia di cui abbiamo sempre tanto bisogno per garantire una comunicazione sempre più autentica del messaggio evangelico. Cristo ci aspetta dovunque: nelle metropoli come nelle zone più remote di questa nostra terra lacerata. Doniamogli la nostra vita e come sant’Ignazio diciamo: «Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me lo hai dato, a te, Signore, lo ridono; tutto è tuo, di tutto disponi secondo la tua volontà: dammi solo il tuo amore e la tua grazia; e questo mi basta».

di Caterina Ciriello