· Città del Vaticano ·

Pandemia e solidarietà

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Il successo del servizio di “spesa sospesa” nella parrocchia di San Giuseppe al Trionfale

20 luglio 2020

Nei mesi scorsi a Roma sono state circa 130 le famiglie assistite dal «San Giuseppe Market», un servizio di “spesa solidale” per i più bisognosi in tempo di pandemia, gestito dal primo aprile al 30 giugno dalla comunità della basilica di San Giuseppe al Trionfale in collaborazione con il comitato “Trionfalmente 17”. L’idea di creare un progetto di “spesa sospesa” per gli indigenti è venuta al parroco, don Wladimiro Bogoni, il 28 marzo scorso, ascoltando le parole di Papa Francesco durante la Messa mattutina a Casa Santa Marta. Ricordando le conseguenze della pandemia, Francesco chiese quel giorno di pregare per quella «gente che ha fame, perché non può lavorare» che si cominciava a «vedere in giro». Il progetto della parrocchia del Trionfale, tra i primi a entrare a pieno regime in città, è stato definito dalla sindaca Virginia Raggi uno dei «migliori esempi di quella Roma solidale» emersa nel periodo di emergenza legato al coronavirus. Conclusa l’esperienza, la solidarietà continua oggi nella chiesa romana retta dai guanelliani attraverso le iniziative della Caritas parrocchiale.

Don Bogoni, ne ha parlato ai microfoni di Radio Vaticana Italia nell’intervista — che pubblichiamo di seguito — realizzata da Fabio Colagrande.

Il successo dell’iniziativa è dipeso dal fatto che siamo stati velocissimi nella risposta. Ho subito trovato un gruppo di laici della parrocchia pieni di entusiasmo, intelligenza, caldo nel cuore e mani operose. Quindi in 48 ore abbiamo impostato il tutto e poi, attraverso la collaborazione di un laico esperto in mass media, abbiamo lanciato l’iniziativa sui mezzi di comunicazione sociale e immediatamente l’opinione pubblica è stata messa al corrente. Poi abbiamo iniziato immediatamente questa avventura che per tre mesi, ogni settimana, ha risposto ai bisogni di circa 130, 140 famiglie. Credo che la risposta immediata sia stata l’arma vincente, tanto che poi siamo stati seguiti anche da altre parrocchie dell’Urbe.

Un’iniziativa che è stata possibile anche per la disponibilità delle catene di supermercati del quartiere...

Certamente, circa dieci supermercati si sono resi disponibili e hanno collaborato permettendoci di verificare da subito, anche con un po’ di sorpresa, il cuore buono della gente dei quartieri di Prati e Trionfale. Abbiamo potuto lavorare per questi tre mesi contando su questa continua pioggia quotidiana di aiuti che poi veniva raccolta e offerta a questo numero consistente di famiglie per due o tre volte alla settimana.

Ecco, come funzionava la catena di solidarietà?

Chi in quei giorni andava a fare la spesa in alcuni supermercati della zona trovava la possibilità di fare una “spesa sospesa” che poi finiva in parrocchia. All’ingresso del supermercato c’era un carrello con la denominazione della nostra parrocchia, dove chi voleva lasciava ciò che riteneva più opportuno sapendo che destinazione avrebbe avuto la merce. Poi alla fine della giornata i nostri volontari passavano nei supermarket, raccoglievano tutta la merce, la portavano in parrocchia dove in un grande ambiente veniva stoccata per generi e preparata. Poi per tre volte alla settimana, soprattutto nel primo periodo, questi prodotti venivano offerti alle famiglie in difficoltà che ne facevano richiesta. È un’iniziativa che noi già portavamo avanti da parecchi anni in maniera molto ridotta ma in questo caso eccezionale le richieste sono aumentate e abbiamo ricevuto davvero una pioggia di aiuti.

Da dieci anni lei è parroco della basilica di San Giuseppe al Trionfale, cosa l’ha colpita di più di questa recente esperienza?

Mi ha impressionato innanzitutto la grande solidarietà, il cuore buono della gente. Ma mi ha colpito anche scoprire quante sono le famiglie in difficoltà nel nostro quartiere: ci sono sacche di povertà insospettabili, famiglie che quasi di nascosto soffrono moltissimo. Si pensa di solito che il quartiere Trionfale e il quartiere Prati siano quartieri borghesi, abitati solo da persone benestanti. Forse sono la maggioranza, però ci sono tantissime sacche di povertà che abbiamo scoperto in questi mesi e su cui adesso continuiamo a lavorare, accompagnando queste famiglie.

Chiuso il “San Giuseppe Market” ora è tornata in campo la Caritas parrocchiale?

Certo, abbiamo ripreso la nostra attività ordinaria a livello di carità, ma coadiuvati anche dall’opera della Caritas diocesana che in questo periodo di pandemia, lo voglio sottolineare, ha svolto un lavoro straordinario. Ha saputo cogliere il bisogno e dare poi delle risposte adeguate modificandole nel tempo. Anche la Caritas diocesana ha creato all’inizio, infatti, dei presidi territoriali per distribuire generi alimentari, soprattutto nei primi tre mesi dell’emergenza, come abbiamo fatto noi. Poi però questi presidi territoriali si sono trasformati gradualmente in “centri di ascolto” per accogliere e accompagnare i cosiddetti “invisibili”, le persone che hanno perso il lavoro in questi mesi, e poterle aiutare a trovare nuove occasioni di impiego.

Dunque, offrire pacchi di alimenti è solo il primo passo...

Esattamente e se non si va oltre si rischia di cadere nell’assistenzialismo. I centri di ascolto Caritas, con volontari preparati ad hoc, permettono di accompagnare le persone rimaste senza lavoro e far capire loro che hanno dei diritti, che esistono dei percorsi giuridici che la Costituzione stessa offre per arrivare ad avere delle opportunità di lavoro e degli aiuti economici. Si offrono a queste persone possibilità di riscatto affinché possano diventare soggetti a tutti i livelli di questo nostro Paese e questa mi sembra la cosa più bella e affascinante del nostro servizio. Voglio ricordare a questo proposito, che nella diocesi di Roma io sono anche alla guida della 32a prefettura, dove, da cinque anni, le nove parrocchie che la compongono gestiscono insieme un progetto fantastico di accompagnamento di donne profughe. Il nostro obiettivo è quello di accoglierle, accompagnarle, aiutarle a trovare un lavoro, una casa e sostenerle nei passaggi più difficili per ottenere l’autonomia. Questo è l’obiettivo della Caritas diocesana, che si sta muovendo in questo senso, come di ogni parrocchia romana. Credo sia questo lo scopo di una carità completa, intelligente, integrale e integrata.