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Non solo cinema

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È morto Ennio Morricone

06 luglio 2020

Anche “musica assoluta” accanto alle memorabili colonne sonore


Petrassi glielo aveva detto: «Sei bravo, ma stai attento. Finisce che guadagni tanto, entri nel meccanismo commerciale e trascuri la tua vocazione più profonda». Più o meno è andata così. Ennio Morricone era molto bravo, ha scritto colonne sonore uniche, probabilmente insuperabili, ed è diventato ricco. Non ha trascurato la parte più intima del suo sentire, ma certamente gli ha dedicato meno tempo di quello che avrebbe voluto.

Dal divano di casa sua («non inquadrare la finestra se no mi ritrovo tutti qui sotto») gli Oscar non si vedevano. Poi glieli avevano dati troppo tardi. Il primo “alla carriera” nel 2007, probabilmente perché dopo cinque candidature non premiate finiva che la brutta figura la facevano quelli dell’Academy invece che lui.

In quel caso per consegnarglielo si era scomodato Clint Eastwood, icona dei film western diretti dal compagno di banco delle elementari di Ennio, Sergio Leone. Un po’ glielo doveva, perché proprio grazie ai primi piani stretti di Leone, accompagnati da melodie semplici affidate a timbri fino ad allora assolutamente inediti per il grande schermo, l’attore americano con due espressioni («una con il sigaro e una senza», cit.) era diventato un fenomeno mondiale.

In quel periodo si trattava di fare economia. Una cosa alla quale i musicisti sono abituati. Soldi pochi, strumenti ancora meno: «Inventa qualcosa che funzioni». Morricone sapeva come fare, glielo aveva insegnato Goffredo Petrassi, che dell’economia del materiale era maestro, e che se fosse francese avrebbe una statua in bronzo sotto la Torre Eiffel. Con un’armonica a bocca, si può lavorare, Ennio ha scritto un capolavoro. Un’altra volta gli è bastato solo un fischio, ma intonato. In qualche caso è ricorso a procedimenti che si usano nella musica elettronica, grazie ai quali con pochi nastri sovrapposti si può costruire un effetto che diventa gradualmente più complesso. Per esempio nella sfida a tre de Il buono, il brutto, il cattivo alcuni elementi ben definiti ritornano continuamente a diverse distanze tra loro, creando una grande suspense, un senso di attesa che toglie il fiato. Tutta tecnica. Quando arriva la tromba invece è talento puro.

Poi, con il successo, sono arrivati i mezzi senza limiti, ma quel gusto per la melodia scolpita, isolata, economica e forte al tempo stesso, è rimasto. La tromba non manca quasi mai e quando meno te lo aspetti arriva una voce alla quale non serve nemmeno cantare un testo, basta il timbro. È di questo periodo la seconda statuetta, assegnata nel 2016, per The Hateful Eight, diretto da Quentin Tarantino. Chissà come ragionano all’Academy, Mission e The Untouchables - Gli intoccabili no e questo sì. I migliori non sono nemmeno arrivati alla candidatura.

In ogni caso gli Oscar in casa non stavano in bella vista. Ci teneva, ovviamente, ma sembrava che fosse più affezionato ai manifesti del Gruppo di improvvisazione di Nuova Consonanza, nel quale suonava la tromba negli anni Sessanta. Musica sperimentale, che oggi spesso riemerge nei dj set. Quelli li teneva appesi in salone, più che altro perché voleva vederli lui.

Morricone è stato uno dei più importanti compositori di colonne sonore della storia del cinema perché era un musicista completo, che sapeva scrivere in qualsiasi linguaggio e ne cercava uno personale in ogni ambito. Aveva studiato con uno dei più grandi maestri del Novecento, e conosceva bene tutto quello che gli girava intorno. Fu tra i primi soci di Nuova Consonanza, una delle associazioni di musica contemporanea più longeve d’Europa. E non si stancava mai di ripetere che la sua produzione non si limitava alle colonne sonore. Negli ultimi tempi, sommerso di richieste come sempre, aveva preso una decisione netta: «Non scrivo più per il cinema». «Sei sicuro?». «Tranne che per Tornatore».

Gli hanno dedicato un asteroide, ha vinto tutti i premi del mondo, divi del pop hanno chiamato i figli col suo nome, un Auditorium gli è stato intitolato mentre era ancora in attività («non porterà male?») e ha visto tutti e tre gli scudetti della Roma. Aveva fatto abbastanza. Era arrivato finalmente il tempo di dedicarsi completamente alla sua insana passione: la “musica assoluta”. Aveva coniato questa definizione per indicare quella parte di produzione che funzionava da sola, senza immagini. Stava lavorando a una messa e aveva appena finito di scrivere un concerto per due pianoforti.

In realtà non era una novità. Ennio ha sempre affiancato alla sua attività di compositore applicato all’immagine una produzione “assoluta”, ma gliela chiedevano in pochi. Nel 2010 la Fondazione Opera Campana dei caduti di Rovereto mi incaricò di commissionargli un pezzo su un testo obbligato, versetti sulla pace tratti dal Vecchio Testamento, dal Vangelo e dal Corano. L’occasione era ghiotta: Orchestra Sinfonica nazionale della Rai con Daniel Kawka sul podio. «Non abbiamo una cifra da offrirti paragonabile a quelle a cui sei abituato». «Lo faccio gratis». Se lo poteva permettere, certo, ma gli interessava. Compose Jerusalem. Cinquemila persone seguirono in silenzio il concerto, era all’aperto. In mille si sedettero sulle gradinate dell’anfiteatro della Fondazione, gli altri sul prato. Funzionava. C’erano pure Brahms e Schubert, ma erano venuti per lui. Per la sua “musica assoluta”.

di Marcello Filotei