· Città del Vaticano ·

Non si fermano gli scontri

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Nella regione del Nagorno Karabakh

20 luglio 2020

Ancora tensioni nel Caucaso. Gli scontri scoppiati lungo il confine tra Armenia e Azerbaigian lo scorso 12 luglio hanno causato finora 16 vittime, stando ai bilanci ufficiali. Questi combattimenti rappresentano una nuova escalation di una decennale disputa territoriale tra i due Paesi sulla regione del Nagorno-Karabakh.

«Non esiste una soluzione militare» alla crisi tra Armenia e Azerbaigian e «non esiste alternativa ai negoziati pacifici» per risolverla, ha dichiarato il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinian, ribandendo che l’Azerbaigian «non potrà infrangere la determinazione della popolazione armena e costringerla a concessioni infondate e unilaterali sul conflitto del Nagorno-Karabakh». Il premier armeno ha quindi accusato Baku di «lanciare operazioni militari nella frontiera a nordest dell’Armenia» nonostante l’emergenza della pandemia.

Accuse che sono state immediatamente rispedite al mittente da Baku, che invece ha accusato le forze armene di «provocazioni». Il ministero della difesa azero ha dichiarato che «gli armeni hanno bombardato alcuni villaggi con armi di grande calibro».

A livello internazionale, da più parti sono state espresse preoccupazioni per l’incremento della tensione tra i due Stati e la necessità che si rispetti la tregua. Mosca si è detta preoccupata delle tensioni e pronta a mediare. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha fatto sapere che il presidente Vladimir Putin e i membri permanenti del Consiglio di sicurezza russo hanno discusso della situazione.

Il conflitto tra armeni e azeri ebbe inizio nel 1988, con rivendicazioni separatiste nella regione azera del Nagorno Karabakh, la cui popolazione era costituita per tre quarti da armeni. La situazione sfociò nel 1991 in una guerra tra l’Azerbaigian e l’Armenia che causò non meno di 30.000 vittime. Il conflitto si concluse con gli accordi per il cessate il fuoco firmati a Bishkek (Kyrkyzstan) nel 1994, e da quel momento il territorio rimase sotto l’occupazione militare dell’Armenia. Nonostante gli sforzi del Gruppo di Minsk dell’Osce non sono stati realizzati progressi concreti verso la risoluzione della crisi.