· Città del Vaticano ·

Non bisogna mai perdere la speranza

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A colloquio con il parroco del santuario di Panju al confine tra le due Coree

06 luglio 2020

Le candide gru della Manciuria, maestosi uccelli simbolo di pace e prosperità, si librano eleganti sulla “zona demilitarizzata”, quella striscia di terra lunga 248 chilometri e larga quattro che, lungo il 38° parallelo, traccia la frontiera tra Corea del Nord e Corea del Sud, due paesi tecnicamente ancora belligeranti. Al “Santuario del pentimento e dell’espiazione” a Panju, villaggio al confine tra le due Coree, che si affaccia sulla zona demilitarizzata, quel volo è sempre stato considerato segno di buon auspicio e di speranza, anche nei periodi più bui. Giovani Battista Chan kil Kwon, parroco in quella chiesa cattolica, la più vicina territorialmente alla Corea del Nord, è realista ma fiducioso: celebrare il 70° anniversario dell’inizio della guerra di Corea (che iniziava il 25 giugno 1950) significa per lui orientare e animare l’azione pastorale, liturgica, sociale e culturale della comunità dei fedeli con un messaggio intriso di pace, speranza, riconciliazione; con la tessitura di legami e la costruzione di ponti che — idealmente e concretamente — sono tutti proiettati oltre frontiera. Dalla terrazza del santuario si può vedere la Corea del Nord, quella nazione insieme vicina e proibita, oltre la “zona cuscinetto” che, paradossalmente, è divenuta una terra rigogliosa e fiorita. L’abbandono forzato, infatti, l’ha involontariamente trasformata in una preziosa riserva naturale: la fettuccia di territorio costituisce l’habitat per migliaia di specie vegetali e per oltre 300 specie di uccelli, molte a rischio di estinzione, che hanno trovato condizioni ideali per riprodursi.

«Proprio quella regione verdeggiante dice con la sua fioritura una semplice verità: che Dio può trarre il bene da un male e che non bisogna mai perdere la speranza», spiega serafico a «L’Osservatore Romano» don Chan kil Kwon. Il parroco avverte quasi sulla sua pelle le ferite della guerra e della divisione di un popolo che per oltre cinquemila anni è stato unito da medesima storia, origine, lingua, cultura. E mentre dichiara il suo desiderio «di poter essere, un giorno, missionario in Corea del Nord, per portare l’amore di Dio e poter svolgere lì l’opera pastorale», lavora «per educare alla pace e alla riconciliazione, per far crescere il giusto atteggiamento di accoglienza e fraternità verso la gente del Nord», spiega. «Oggi possiamo pregare e tenere vivo il desiderio», aggiunge, ricordando che molti preti della diocesi di Uijeongbu, dove si trova la sua chiesa, hanno visitato la Corea del Nord negli anni scorsi, intessendo rapporti e curando progetti di carattere umanitario.

Al santuario di Paju, come in tante chiese cattoliche nelle diverse diocesi sudcoreane, si sono organizzate iniziative, liturgie e incontri — pur nel pieno rispetto delle misure di contenimento del covid-19 — per ricordare l’anniversario dello scoppio della guerra come «occasione per una sincera proposta di perdono e di pace». In quel luogo speciale sul confine, dove nel 2016 è stato creato uno speciale Centro culturale per la pace e l’unità il vescovo Peter Lee Ki-Heon, alla guida della diocesi di Uijeongbu e capo del Comitato per la riconciliazione del popolo coreano in seno alla Conferenza episcopale, ha invitato le due Coree a «spezzare le catene della diffidenza e del pregiudizio che ci imprigionano da 70 anni». E ha chiesto al governo di Seoul di «cercare mezzi per accelerare gli scambi intercoreani senza violare le sanzioni internazionali».

In un’atmosfera spiritualmente densa di commozione e di supplica accorata a Dio, il vescovo, nativo di Pyongyang, ha celebrato una speciale messa per la pace nella penisola coreana, auspicando «la necessità di porre fine definitivamente alla guerra». «Da troppo tempo divisione e traumi danneggiano la vita delle persone, la politica, persino i pensieri», ha detto, ricordando con amarezza l’esplosione, provocata dalle autorità nordcoreane, dell’ufficio congiunto intercoreano a Kaesong, area dove si è sperimentata in passato la collaborazione economica tra Nord e Sud Corea. Allora, ha proseguito, «questo è il tempo per porre fine ai malintesi: la pace si costruisce oggi, nell’hic et nunc della nostra storia». «A 70 anni dallo scoppio della guerra di Corea — ha osservato il vescovo — oggi dovrebbe essere il primo anno in cui ricominciare da capo, con un animo predisposto al perdono, alla riconciliazione, alla pace». E, per iniziare, è necessario in primis «far sparire le tracce della guerra di Corea, sostituendo all’armistizio ancora in vigore un vero trattato di pace». Per questo, ha sottolineato, «il Sud e il Nord devono lavorare insieme. A costruire un’era pacifica nella penisola coreana sono prima di tutto i coreani stessi, artefici del proprio destino, non le grandi potenze. Le due Coree sono chiamate a riconciliarsi e cooperare tra loro per raggiungere quel prezioso risultato».

Il Santuario della penitenza e dell’espiazione, completato nel 2013, è esso stesso un simbolo di riconciliazione e collaborazione: i dipinti e i mosaici che lo adornano sono stati disegnati da artisti sudcoreani e completati da artisti nordcoreani. La chiesa è stata pensata e istituita proprio come spazio speciale per pregare per la pace. Oggi al Centro culturale annesso, è aperta una mostra di calligrafia incentrata sul tema della «riconciliazione nazionale», con l’esposizione di preziose lettere a pennello, e che intende ricordare anche il 20° anniversario della Dichiarazione congiunta del 15 giugno 2000, quando si gettarono le basi per un rinnovato processo di riavvicinamento, pacificazione e riunificazione.

«La storia della guerra di Corea ci ha insegnato che non si può perseguire la riunificazione della Corea con le armi e con mezzi coercitivi. La si può ottenere, invece, solo con mezzi pacifici, attraverso il dialogo e la cooperazione. E grazie al perdono e alla preghiera»: i battezzati in Corea — ricordano oggi Consiglio nazionale delle Chiese in Corea e il Forum ecumenico per la Corea, che uniscono fedeli delle diverse confessioni — sono concordi nell’esprimere il profondo desiderio di pace e di riconciliazione, in occasione del settantesimo anniversario dell’inizio della guerra di Corea, che attraversò la penisola dal 1950 al 1953. Quel conflitto provocò la distruzione di tutte le principali città della penisola coreana, separò molte famiglie e lasciò un’eredità duratura di amarezza, paura e divisione nel popolo coreano.

Le radici della guerra affondano nella divisione della Corea avvenuta dopo il Secondo conflitto mondiale, tra un’area di influenza dell’ex Urss (il Nord) e una degli Stati Uniti d’America (il Sud), che seguì quasi immediatamente la liberazione del popolo coreano dopo 36 anni del dominio giapponese. La frontiera lungo il 38° parallelo tra Nord e Sud si radicò durante la Guerra fredda, che fornì il contesto e gli impulsi per la guerra che iniziò il 25 giugno 1950. Dopo tre anni di conflitto spaventosamente distruttivo, il 27 luglio 1953 fu firmato l’armistizio, che stabiliva una tregua e creava la “zona demilitarizzata” che tutt’ora separa la Corea del Nord e la Corea del Sud.

Questo anniversario — sostengono le organizzazioni cristiane — rappresenta oggi un prezioso kairòs, ovvero un tempo fecondo per rilanciare un’autentica riconciliazione, dato che nessun trattato di pace è mai stato siglato e quindi le parti rimangono, per il diritto internazionale, in “stato di guerra”. Per questo le Chiese coreane chiedono «rapidi passi verso l’adozione di un trattato di pace per sostituire l’accordo di armistizio», un testo condiviso che costituisca un punto di partenza per la definitiva pacificazione della penisola. «È tempo di riconoscere che la guerra è finita molto tempo fa. Nel frattempo sono sorte nuove sfide alla pace e alla stabilità nella regione. Le condizioni per il dialogo e il negoziato sulle condizioni attuali potrebbero migliorare notevolmente riconoscendo ufficialmente la fine della guerra». Un autentico trattato di pace, allora, sarebbe «un contributo fondamentale alla riduzione delle tensioni e dell’ostilità e al ripristino di un ambiente favorevole per la ripresa del processo di riavvicinamento, ora nuovamente in stallo».

A tal proposito si chiedono la sospensione delle esercitazioni militari nella regione e la contestuale ripresa del dialogo tra la Corea del Nord e gli Usa, con l’auspicio di «adempiere, alla lettera e nello spirito, a tutti quegli accordi bilaterali che hanno dato rinnovate speranze di pace alla penisola coreana: in particolare la Dichiarazione di Panmunjom dell’aprile 2018, e la Dichiarazione congiunta di Pyongyang del settembre 2018».

«Preghiamo — conclude l’appello — perché la penisola coreana possa configurarsi come zona libera dal nucleare. Preghiamo affinché, attraverso il dialogo e la cooperazione, i coreani da tempo divisi possano guarire le ferite della divisione, ritrovare la loro identità comune e uno futuro condiviso, divenendo guida e ispirazione per la pace nella regione dell’Asia nordorientale». Sono questi i contenuti della speciale campagna di preghiera di 70 giorni, avviata il 1° marzo e che terminerà il 15 agosto, sostenuta e condivisa dalle Chiese cristiane in Corea e in tutto il mondo. Si ricorderà il 15 agosto del 1945, data che fu insieme una benedizione e una maledizione per i coreani: quel giorno la penisola coreana venne finalmente liberata dall’occupazione giapponese ma, allo stesso tempo, quella nazione fino ad allora unica e indivisa fu dolorosamente spaccata in due. Per sanare le ferite del passato, «l’arma più potente che i cristiani possiedono è la preghiera. Essa sta nel cuore dello sforzo per l’edificazione della pace», si rimarca, invitando i fedeli «a diventare uomini e donne di perdono, di riconciliazione, di pace, sull’esempio di Cristo, nostra pace e nostra riconciliazione».

di Paolo Affatato