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Luoghi di evasione

L’Isola con il Castello d’If, fortezza costruita (1527-1529) al largo di Tolone, nota per la fuga di Edmond Dantès

Il recupero e la valorizzazione delle carceri dismesse sulle isole può garantire un utile non solo finanziario, ma anche sociale

17 luglio 2020

Le piccole isole, per molti simbolo di esotismo e di riposo, luoghi idilliaci, accoglienti, paradisi, talvolta fiscali, sono state, in non pochi casi, anche sedi di penitenziari infernali, di esilio, di espiazione, di isolamento. Negli anni, quasi tutte queste isole hanno perso la funzione di stabilimento penale e l’edificio carcerario, una volta svuotato, è rimasto prevalentemente inutilizzato.

Sin dall’impero romano, per evidenti motivi geografici, sono state considerate il miglior luogo di detenzione e di punizione. Le celle potevano non essere costrette da barriere oppressive, in quanto il limite invalicabile era il mare. In questo caso l’edificio era pertanto un semplice ricovero, destinato alla permanenza dei carcerati e ai servizi collettivi, e i detenuti potevano soggiornare con margini di manovra abbastanza generosi, svolgendo il loro lavoro e la vita comunitaria senza impattare costantemente con le barriere di un carcere tradizionale.

Talvolta l’isolamento del luogo è servito invece a rafforzare la sofferenza e il peso della punizione e caricare psicologicamente il senso del distacco definitivo dalla società. In alcuni casi le celle sono state addirittura costruite in modo che i detenuti non potessero nemmeno godere della vista del mare. In questi casi l’idea di riabilitazione era totalmente assente e il modello della detenzione era del tutto distante dall’obiettivo del recupero del detenuto.

Alcune isole, con i loro penitenziari, hanno assunto un’importanza storica, letteraria e cinematografica: Sant’Elena, una delle più lontane dalla terraferma, isolata nell’Atlantico, ha costituito, dopo il breve soggiorno coatto nell’isola d’Elba, l’esilio definitivo di Napoleone; l’Île-d’Yeu, al largo della Vandea, è stata il luogo di detenzione dell’ottantottenne Maresciallo Pétain; l’Ile du Diable nella Guyana francese ha raccolto le gesta — romanzo e film — di Papillon; l’Isola con il Castello d’If, fortezza costruita tra il 1527 e il 1529 al largo di Tolone, è nota per la fuga di Edmond Dantès – Il Conte di Montecristo; Alcatraz, al largo di San Francisco, in acque predilette dagli squali, chiusa dal 1963, è ormai meta di turisti e di appassionati di ornitologia; la sudafricana Robben Island, prima asilo psichiatrico, poi lebbrosario, adesso Patrimonio dell’umanità, è stata il luogo di detenzione, per 27 anni, di Nelson Mandela; Nazino, in Siberia, era l’isola della morte, nella quale, durante il periodo staliniano, i carcerati, denutriti, morivano a migliaia, e dove sono accaduti numerosi episodi di cannibalismo.

L’isola italiana architettonicamente più nota è di sicuro Santo Stefano, nelle ponziane, per la quale è stato previsto un finanziamento di 70 milioni di euro. Il suo carcere, costruito nel periodo borbonico (1794-1795), un panottico a forma di ferro di cavallo su progetto di Francesco Carpi, contiene, al centro del cortile, un piccolo edificio, punto di osservazione e di controllo dell’intero complesso. La qualità architettonica, legata alla pulizia della forma planimetrica e al ritmo delle aperture sui prospetti interni ed esterni, e il suo inserimento nell’ambiente con affaccio sul mare, ne fanno un’opera di grande pregio. In uso fino al 1965, ha ospitato detenuti famosi tra cui lo scrittore Luigi Settembrini, l’anarchico Gaetano Bresci e il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Poco lontana, a circa due chilometri, l’isola di Ventotene, già luogo di confino dei congiunti degli imperatori romani e, nel secolo scorso, di antifascisti e persone non gradite al regime, noto soprattutto per aver dato il nome al Manifesto di Ventotene, che auspicava la federazione degli Stati europei, è oggi un posto di villeggiatura alquanto frequentato.

L’altro nucleo italiano consistente di isole-penitenziario è l’arcipelago toscano con Pianosa, Gorgona, Montecristo, Capraia, i cui reclusori, sorti dopo la metà dell’Ottocento, sono stati quasi tutti dismessi alla fine del secolo scorso per molteplici ragioni tra cui, non secondario, il costo elevato della gestione e della manutenzione. L’intero arcipelago è attualmente un parco nazionale, costituito con l’obiettivo di ricreare e consolidare il valore culturale, oltre che botanico e zoologico, dell’ambiente naturale. Il potenziamento dello sviluppo turistico è sostenuto proprio dalle attività avviate con il lavoro dei detenuti nel centro penitenziario di Gorgona, dove, in mezzo ai castagni e agli ulivi, è fiorente la produzione del famoso vino giallo. Si tratta di una iniziativa, molto lontana dall’uso che si faceva nel passato degli estenuanti lavori forzati dei condannati, come, in periodo borbonico, nell’isola di Vulcano (Eolie) per l’estrazione di allume e zolfo.

Parco nazionale è stata dichiarata nel 2002 anche l’isola dell’Asinara, dopo la dismissione da penitenziario nel 1998. Sorta come colonia penale agricola nel 1885, diventa negli anni il carcere più noto d’Italia, ospitando i condannati per mafia e, negli anni Settanta, per terrorismo. Al centro di numerose sommosse, era conosciuto in tutto il mondo come il penitenziario dal quale era impossibile evadere.

Geograficamente africana, Lampedusa, confino di polizia dal 1872 per alcuni decenni, è sicuramente l’isola che richiede gli interventi strutturali più importanti. Turistica, ma universalmente nota come simbolo di isola-rifugio, evidenziato dall’inaugurazione nel 2008 della Porta d’Europa di Mimmo Paladino, visitata dal Papa e da eminenti personaggi politici, è soffocata dal disordine dei centri di accoglienza, inevitabilmente affollati. Soffre della difficile coabitazione con i migranti che, nella situazione attuale, incidono negativamente sull’attrattività del suo patrimonio naturale, soprattutto subaqueo.

Cosa fare di questi beni architettonici e naturali, molti dei quali veri e propri gioielli, destinati purtroppo a deteriorarsi definitivamente se non si agisce con tempestività attraverso una manutenzione che, in alcuni casi, richiede interventi profondi?

Se si potesse disporre di patrimoni pubblici solidi, le soluzioni culturalmente interessanti sarebbero sicuramente molte: tra tutte, la costituzione di centri di ittiocoltura, destinati a garantire il lavoro ai tanti pescatori che ormai guadagnano sotto la sufficienza. Il tema è però più complesso e deve tenere in conto la condizione congiunturale dell’economia globale; si tratta infatti di combinare la salvaguardia del bene con l’utile che si riesce a ottenere dal suo uso: coprire sia i costi per il restauro che la manutenzione nel tempo dell’edificio e del territorio. Il concetto di valorizzazione non può essere ridotto però esclusivamente all’utile economico; esso deve comprendere una misura più ampia.

La valorizzazione deve avere almeno due parametri ai quali rispondere: l’utile non solo finanziario, ma anche sociale; l’utile ricavato da introiti che non sono di pertinenza esclusiva dell’edificio penitenziario dismesso.

Il primo si rivolge alla conservazione del bene che si intende mantenere e restaurare. In non pochi casi si tratta di opere architettoniche di pregio, soprattutto per il loro inserimento nell’ambiente naturale e per il prestigio, culturale in senso lato, che rappresentano.

Il secondo parametro deve tenere conto dei benefici indotti, anche se ci si limita a calcolarli esclusivamente in termini finanziari. L’interesse turistico ha molto spesso un rientro economico non solo attraverso il bene ripristinato, ma attraverso l’estensione di una serie di iniziative collaterali. Restaurare un penitenziario su un’isola per trasformarlo ad esempio in un museo non potrà certo essere sufficiente a coprire le spese. Però potrà rappresentare il richiamo per altre attività redditizie, legate proprio al turismo balneare e marino.

Per l’insieme di queste ragioni l’intervento su beni delicati, perché isolati, di difficile inserimento in un circuito economicamente produttivo, richiede una programmazione accorta e, soprattutto, volta al coinvolgimento di più attori capaci di consorziarsi e determinare il giusto equilibrio tra le attività che possono essere alimentate.

Il percorso più sostenibile per mantenere la proprietà pubblica del bene e, allo stesso tempo, coinvolgere il privato nell’investimento potrebbe essere l’uso di una concessione dedicata, calibrata su un periodo ben definito, insieme, sufficientemente lungo perché possa garantire utili, ma anche non troppo perché, al termine della concessione, quando l’amministrazione pubblica ne rientrerà in possesso, il patrimonio sia ancora ben conservato. La concessione dedicata deve appoggiarsi a una convenzione ad hoc, che sappia valorizzare le risorse locali, contrastando anche la diffusa fuga degli abitanti da queste isole e, contemporaneamente, attrarre investitori interessati a sostenere, nei tempi lunghi, la conservazione equilibrata del patrimonio ambientale, naturale e culturale.

di Mario Panizza