· Città del Vaticano ·

Lo sguardo inquieto della fede

Henry Fonda in una scena del film «La croce di fuoco» diretto da John Ford (1947)

Gli 80 anni de «Il potere e la gloria» di Graham Greene

01 luglio 2020

Pubblichiamo stralci dalla prefazione alla nuova edizione de «Il potere e la gloria» di Graham Greene (traduzione di Adriana Bottini, Milano, Mondadori, 2020, pagine 288, euro 14).

Non ho le competenze per dare una valutazione letteraria de Il potere e la gloria di Graham Greene, ma che sia un libro bellissimo credo di poterlo, anzi di volerlo dire. E non mi sorprende che a difenderlo, quando negli anni Cinquanta suscitò scandalo in certi ambiti della Chiesa, fu con una lettera al Sant’Uffizio — l’attuale Congregazione per la dottrina della fede — l’allora pro-segretario di Stato Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, che incontrò nel luglio del 1965 il grande scrittore inglese in udienza privata per attestargli tutta la sua stima.

Paolo VI, un Papa di cui non è stata ancora riconosciuta, a mio avviso, tutta la grandezza. Un Papa dallo sguardo aperto e penetrante, capace di guardare lontano e in profondità. Un Papa che volle essere guida e non, come disse, «semplice notaio» del concilio Vaticano II, svolta di una Chiesa tesa a vivere il Vangelo nel mondo, tensione oggi incarnata nei gesti e nelle parole di Papa Francesco. C’è molto concilio in quel suo auspicare e testimoniare una Chiesa «in uscita», rivolta alle periferie urbane ma anche esistenziali, una Chiesa povera per i poveri.

Ed è proprio questa la chiave che sento più consona per parlare della storia narrata magistralmente da Graham Greene, dramma di un sacerdote in fuga dalla persecuzione anticattolica che insanguinò il Messico tra gli anni Venti e Trenta, ma in fuga anche da se stesso, da una coscienza che non cessa di ricordargli i suoi peccati — l’alcolismo, la violazione del celibato, una figlia — e le violenze di cui si sente indirettamente responsabile, essendogli mancato il coraggio di autodenunciarsi e scegliere il martirio: setacciando infatti i villaggi per scovare i sacerdoti in clandestinità, l’esercito aveva fucilato tutte le persone sospettate di averli nascosti o anche solo accolti.

Il racconto di Greene mi sembra una grandiosa metafora del tema della fede, tema che non concerne la dottrina quanto l’etica, il modo in cui la relazione con Dio s’incarna nelle nostre parole, scelte, condotte. Etica della fede oggi al centro del disegno riformatore di Papa Francesco, come si evince da affermazioni quali: «Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo», oppure: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze». Passi, entrambi, della Evangelii gaudium, l’esortazione apostolica con cui, nel 2013, Francesco ha posto le basi del suo pontificato.

Senza la pretesa di ergermi a interprete delle parole del Papa, mi sembra però chiaro che esse evidenzino la profonda differenza tra una fede chiusa nella dottrina e una fede aperta al mondo. La prima vissuta come roccaforte e porto sicuro, con il rischio di ridursi a dogma, a presunzione di verità. La seconda, invece, vissuta come ricerca di verità e impegno per la giustizia. E dunque anche come dubbio: non sull’esistenza di Dio, ma sul nostro testimoniare non solo a parole la Sua Parola, nel segno di un Vangelo non soltanto predicato ma vissuto.

Fede che presuppone una coscienza inquieta, che ci faccia guardare il Cielo senza dimenticare le responsabilità a cui ci richiama la Terra. Che ci stimoli a costruire giustizia già a partire da questo mondo, riconoscendo Cristo nei tanti “poveri cristi” incontrati lungo il cammino. Che infine non volga mai lo sguardo di fronte alle ingiustizie e alle fragilità: quelle attorno a noi ma anche, anzi innanzitutto, quelle dentro di noi.

È evidente che la vicenda raccontata da Greene, ispirata da un suo viaggio in Messico nel 1938, esorbita da questo orizzonte, concerne un modo di vivere la Fede ancora lontano dalle consapevolezze che diedero forma e vita al concilio Vaticano II. Al centro è infatti soprattutto il tema della salvezza dell’anima e della vita moralmente specchiata a cui sono chiamati i ministri del culto, impassibili alle tentazioni mondane e ai desideri della carne. Ma sospinto da una fede inquieta e profonda — protestante, si era convertito ventiduenne al cattolicesimo — lo scrittore tratteggia nel carattere del protagonista elementi di una spiritualità che sarebbe emersa più avanti, con l’approssimarsi della Chiesa al mondo e a un’esperienza più integrale dell’umano. Accade così che il “peccatore”, il sacerdote tormentato e incapace di venire a patti con la coscienza, diventa paradossalmente testimone di una vita evangelica. Sì, perché quella coscienza inquieta, in costante ebollizione, se da un lato è tormento e croce, dall’altro continua a essere fonte di stupore e compassione, finestra spalancata sulla vita.

Ho segnato un paio di passi che mi pare testimonino con forza questo tormento in grado di farsi relazione con gli altri e con se stessi, dunque comunione con Dio. Il primo è nel capitolo in cui Greene racconta dell’arresto del sacerdote, sbattuto in una cella piccola e sovraffollata: «Di nuovo provò un empito di indicibile affetto. Non era che un delinquente in mezzo a un branco di delinquenti: questo gli dava un senso di fratellanza quale mai aveva sperimentato ai vecchi tempi, quando i devoti venivano a baciargli il guanto di cotone nero». Il secondo è nel punto in cui, trovandosi in un tratto del viaggio con l’uomo febbricitante e male in arnese che sospetta essere un delatore — una lauta taglia era stata infatti promessa in cambio della sua cattura —, il sacerdote riflette sul nostro essere fatti a «immagine e somiglianza» di Dio per concludere che è «sulle spalle dell’immagine di Dio» che, in un gesto di «tenerezza coatta», ha appena posato la mano. Non ho potuto fare a meno di pensare, leggendo queste righe, a tutte le persone povere e fragili incontrate lungo le strade della vita in 55 anni d’impegno sociale, e alla lezione che la strada mi ha, via via, impartito: Dio s’incontra attraverso le persone ma, al tempo stesso, le persone deboli e dimenticate sono epifanie di Cristo, segni che ci conducono all’incontro con Dio. Segnavia, li chiamano i montanari come me, ma lungo queste strade sarebbe più appropriato chiamarli “segnavita”. A saperlo non solo in astratto ma con la coscienza e l’anima era il caro don Tonino Bello, compianto vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, che ogni volta che l’impegno sacerdotale lo portava a Roma non mancava mai d’incontrare l’amico Bartolo, persona nella cui dimora — quattro cartoni disposti su un marciapiede di via della Conciliazione — riconosceva «un ostensorio, contenitore di frammenti di santità».

Ecco allora che, alla luce di queste considerazioni, Il potere e la gloria mi sembra un libro più che mai attuale, a ottant’anni dalla pubblicazione. E non solo perché sono ancora tanti, in diverse parti del mondo, i cristiani perseguitati, ma perché oggi la Chiesa si trova ad affrontare una sfida cruciale: testimoniare e vivere il Vangelo in un mondo dominato da quello che Papa Francesco ha definito «sistema ingiusto alla radice», alimentato da «un’economia che uccide». Un sistema che sacrifica sull’altare dell’idolo denaro la dignità e la libertà di milioni di persone. Disuguaglianze inedite nella storia di fronte alle quali il credente non può restare zitto e inerte: a impedirglielo è il Vangelo stesso, testo che come nessun altro ha sintetizzato Cielo e Terra, spiritualità e politica nel senso dato al termine proprio da Paolo VI: «La più alta ed esigente forma di carità», carità come servizio per il bene comune e denuncia degli abusi e delle ingiustizie che quel bene distruggono o derubano. Un’etica della fede che i cristiani vedono oggi incarnata nella figura di Papa Francesco, nel suo richiamarci a un Vangelo immerso nei bisogni e nelle speranze delle persone, a partire da quelle più deboli e povere. Richiamo che non sempre trova orecchie attente e coscienze ricettive, se è vero che già nell’Evangelii gaudium il Papa constatava, con immaginabile amarezza, come dia «fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia».

Un’ultima considerazione: mi chiedo se un libro come Il potere e la gloria non sia, per un giovane che senta nel cuore l’afflato della vocazione, un prezioso strumento per comprendere l’essenza drammatica ma insieme salvifica della fede — sono tentato di dire salvifica perché drammatica. Per comprendere che il Vangelo non ammette adesioni esteriori e osservanze di carattere “precettistico”, ma chiede una radicale messa in gioco della propria vita, un’ascesi nella Storia e nel nucleo più profondo dell’umano, dove abitano angosce, contraddizioni, speranze negate o soffocate. Nel segno di una fede che non sia edificazione ma dono di sé. Quella fede che Greene, scrittore e uomo alla ricerca, ha tratteggiato in modo memorabile nella figura del suo sacerdote tormentato e peccatore.

di Luigi Ciotti