· Città del Vaticano ·

La tratta: un business criminale e intollerabile

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Si celebra la giornata internazionale

30 luglio 2020

Sfruttamento sessuale, lavoro forzato, espianto di organi, adozione illegale, accattonaggio, matrimonio obbligato, servitù domestica: lo squallido mercato della tratta degli esseri umani coinvolge milione di persone in tutto il mondo, di cui circa il 72 per cento donne e bambini, destinati a “merce” sessuale, mentre gli uomini a manodopera o, meglio, schiavi impiegati nei più svariati settori. Come ogni anno, in occasione della Giornata internazionale dell’Onu contro la tratta degli esseri umani, l’aggiornamento delle stime e l’analisi delle percentuali scattano una fotografia impietosa, nonostante le buone intenzioni e le innumerevoli proposte in materia di intensificazione di controlli e inasprimento di pene per coloro che hanno scelto e perseguono un business a tal punto criminale e intollerabile.

A ciò contribuisce la difficoltà di stabilire il confine tra chi, alla ricerca disperata di una vita migliore, rimane vittima del suo stesso sogno, e chi è, a tutti gli effetti, oggetto di scambio di mercanti senza scrupoli: «Difficile individuare e distinguere quando, le bambine sui marciapiedi delle nostre periferie o nei bassifondi delle megalopoli o tra gli immigrati ai lavori forzati nei campi, si trovano in una tale condizione per un percorso personale o perché rapito dai mercanti di vite umane» constata il presidente in Italia dell’Ordine degli assistenti sociali, Gianmario Gazzi.

La scivolosità del campo di intervento aumenta il senso di impotenza di fronte ad un fenomeno che, nelle stime dell’ultimo report Global Slavery Index della Walk Free Foundation, nel 2016 ha coinvolto 40,3 milioni di esseri umani nel mondo e, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), rende agli sfruttatori un profitto di 150 miliardi di dollari all’anno, aggiudicandosi la terza postazione nella classifica dei giri d’affari più redditizi, alla spalle di traffico di armi e commercio di stupefacenti. Non solo: l’Unodc — l’ufficio delle Nazioni Unite responsabile del controllo e della prevenzione del crimine — nello studio 2018 Global Report on Trafficking in Persons relativo ai dati provenienti da 142 Paesi, ha lanciato l’allarme sull’inequivocabile e preoccupante aumento di vittime di tratta umana.

Alla gravità di un fenomeno in espansione, anche numericamente, aveva già rivolto le sue attenzioni Papa Francesco lo scorso 8 febbraio, quando, in occasione della firma di una dichiarazione congiunta con i rappresentanti delle diverse fedi e delle altre confessioni cristiane contro la moderna schiavitù, definì «in nome di tutte e di ciascuna delle nostre fedi, la nuova schiavitù, in termini di traffico di esseri umani, lavoro forzato, prostituzione, sfruttamento di organi, un crimine contro l’umanità». Contro l’umanità tutta, per altro, non risparmiando neppure un angolo di mondo, dove la tratta si nasconde spesso dietro al volto sfinito e assente di giovanissime nigeriane, costrette alla prostituzione da violenze inaudite, consumate nello squallore e nella solitudine di esistenze private di ogni margine di libertà. Ma, non di meno, si nasconde dietro all’innocenza di bambine e bambini destinati, senza scampo, ad accattonaggio, prostituzione, illegalità di reati e rapine. E, infine, dietro agli uomini, forzati a ritmi di lavoro inumani, sfiniti dalle percosse di aguzzini senza pietà, ammassati come bestie in baraccopoli senza le più elementari condizioni igieniche.

Come agire, dunque, per recuperare da questo inferno gli ultimi degli ultimi?. «Le situazioni sono così diverse che richiedono programmi specifici — continua il presidente dell’Ordine nazionale degli assistenti sociali —. Siamo intervenuti con il Progetto Pueri della nostra Fondazione che, intercettando i minori in ingresso sui barconi del mare, cerchiamo di sottrarre, soprattutto le bambine, al terribile giro della prostituzione, predisponendo, fin da subito, una prospettiva di vita dignitosa».

In altre circostanze, invece, è più indicato intervenire a posteriori, dopo che le forze dell'ordine e la magistratura hanno già identificato le vittime: «In questi casi, garantiamo loro, in prima battuta, la necessaria protezione dai loro sfruttatori, e poi le accompagniamo, con percorsi educativi, al reinserimento sociale» specifica Gazzi, sottolineando i rischi impliciti in tutte le fasi di contrasto a gruppi criminali organizzati e potenti. Nonostante questo, è così inammissibile assistere a una tale tragedia umana, da richiamare tutti noi alla responsabilità di non arrenderci ad una società incivile. «Non possiamo girare il capo dall’altra parte, quando, vicino a noi, sappiamo nascondersi in baracche e magazzini centinaia di esseri umani sfruttati anche per quel che consumiamo quotidianamente alle nostre tavole» aggiunge Gazzi, concludendo che «proprio a quelle baraccopoli, in quanto assistenti sociali, occorre arrivare».

I più esposti alla tratta umana sono quelli che vivono in aree di conflitto, come testimonia la più recente analisi dell’Unodc, affrontando, nello specifico, la materia nei Paesi in guerra, più vulnerabili ai crimini, come anche quelli con un debole stato di diritto, che, solitamente, coincidono con le regioni più povere: non a caso, la carenza di risorse fornisce ai trafficanti il terreno più fertile per agire e lucrare, molto lautamente, sulla pelle della disperazione di coloro che fuggono ai conflitti: proprio loro sono il primo bersaglio dei gruppi armati, in molti territori dell’Africa sub-sahariana, del Medio Oriente e dell’Asia, dove il rapimento e la sparizione di esseri umani non sono solo finalizzati agli affari economici e alle lotte di potere militare, ma anche al ricatto e alla sottomissioni delle comunità locali.

A colpire nel già citato 2018 Global Report on Trafficking in Persons è, comunque, il progressivo aumento, a livello globale, del numero delle vittime, con un incremento nel 2016 del 40 per cento rispetto ai numeri del 2011. Tuttavia, occorre registrare che tale aumento è anche frutto della maggiore capacità di reazione e contrasto dei singoli Stati, sia nell’identificare le vittime, sia nell’attivare procedure più efficienti. A prova di ciò, nel 2009 soltanto 26 paesi prevedevano l’istituzione di dipartimenti ad hoc per la raccolta sistematica di dati, mentre nel 2018 erano aumentati a 65.

Emerge un quadro in cui America ed Asia contano il maggior numero di vittime, ma è la zona dell’Africa sub-sahariana quella in cui prevalgono i minori (55 per cento del totale), mentre le regioni dell’Asia orientale e meridionale vedono una maggiore quota di uomini adulti (circa il 30 per cento). Dati che, per quanto parziali, definiscono anche le "destinazioni" dei nuovi schiavi: nei Paesi europei prevale lo sfruttamento sessuale, mentre nell’Africa sub-sahariana e nel Medio Oriente il canale privilegiato è rappresentato dai lavori forzati. Se, per larghissima parte (il 49 per cento) sono le donne adulte a essere vittime, ben il 23 per cento è rappresentato da bambine e, nel complesso, i minori costituiscono il 30 per cento del totale.

L’Italia, con la legge 228 del 2003, ha introdotto strumenti di contrasto che, dal punto di vista legislativo, pongono il paese all’avanguardia nella lotta a questa forma di crimine, il cui strumento più efficace resta la prevenzione: «Guardando a monte, direi che fondamentale è scongiurare qualsiasi tipo di conflitto, lavorare per costruire la pace, garantire i diritti a tutti gli esseri umani, cooperare per lo sviluppo dei popoli: questo sradica i crimini contro l’umanità» conclude Gazzi.

di Silvia Camisasca