· Città del Vaticano ·

La sede di Pietro all’ombra del Vesuvio

Alessandro Casolani, «Consegna delle chiavi di Castel Sant’Angelo a Urbano VI» (1582-1583)

Nel libro «Papi napoletani» di Eugenio Russomanno

09 luglio 2020

“Politico” realista e laborioso tessitore di rapporti con i sovrani dell’epoca, Papa Bonifacio IX — sul soglio di Pietro dal 1389 al 1404 — attirò le critiche dei contemporanei soprattutto per il suo nepotismo: la preoccupazione di garantire potere e fortune ai membri della sua nobile (e numerosa) famiglia Tomacelli lo spinse a “sistemare” almeno una cinquantina di congiunti stretti nei gangli del sistema di governo della Chiesa e dello Stato pontificio, affiancando loro molti altri laici e chierici imparentati in qualche modo col suo casato. Tre secoli più tardi toccò a Innocenzo XII — alle redini del papato tra il 1691 e il 1700 — sancire la soppressione definitiva di quella pratica riprovevole con la bolla Romanum decet Pontificem (1692), che proibiva ai Pontefici di concedere benefici o incarichi a qualsiasi parente: «I miei nipoti sono i poveri» amava ripetere Papa Pignatelli, raccomandando il distacco da onori e carriere ed esortando gli ecclesiastici a una vita più sobria e generosa.

Una curiosa circostanza accomuna questi due Pontefici così diversi, disinvolto “principe temporale” il primo, rigoroso fustigatore del malcostume curiale il secondo. Entrambi, infatti, sono di origine napoletana e — insieme a Bonifacio V, Urbano VI e Paolo IV — fanno parte del piccolo ma significativo drappello di successori di Pietro che la Chiesa partenopea ha donato nei secoli alla Chiesa universale: cinque Papi napoletani, come recita appunto il titolo del piccolo saggio appena uscito dalla penna di Eugenio Russomanno (Lfa Publisher, Caivano - Napoli, 2020, euro 7,90), che si propone di far conoscere al grande pubblico «cosa hanno fatto nella storia della Chiesa i Pontefici di origine napoletana».

Con stile asciutto e lineare l’autore attinge a due fonti storiche di indiscusso rilievo — l’Enciclopedia dei Papi edita dall’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani e Il grande libro dei Papi delle edizioni San Paolo — per presentare un ritratto sintetico dei cinque Pontefici che costituiscono «motivo di grande onore e di straordinario merito per la nostra amata città di Napoli», come scrive nella prefazione il cardinale arcivescovo Crescenzio Sepe. Sono frutto — evidenzia il porporato — del ruolo incisivo della famiglia, a prescindere dal casato; dicono dei valori morali e cristiani che permeavano il tessuto sociale; esprimono il diffuso culto della Chiesa e delle gerarchie ecclesiastiche».

Si tratta, certo, di cinque pontificati assai differenti. Sui quali hanno influito non solo le singolari personalità dei protagonisti ma soprattutto le circostanze storico-politiche — spesso difficili e tumultuose — che ne hanno condizionato le scelte. Si va dal breve regno di Bonifacio V (619-625), che fu discepolo di san Gregorio Magno e ne seguì lo slancio missionario e caritativo, al papato di Urbano VI (1378-1389), al secolo Bartolomeo Prignano, durante il quale si consumò lo scisma d’Occidente che per quasi quarant’anni lacerò la Chiesa. A succedergli fu Bonifacio IX (Perrino Tomacelli), del quale abbiamo accennato all’inizio; mentre quasi un secolo e mezzo prima di Innocenzo XII (Antonio Pignatelli) — l’ultimo dei Pontefici di origine partenopea saliti fino a oggi sulla cattedra petrina — fu la volta di Paolo IV (1555-1559), al secolo Gian Piero Carafa, passato alla storia soprattutto per il suo autoritarismo intransigente e per il suo rigore inquisitorio.

Valutare l’operato dei Papi napoletani è compito da studiosi di professione. E Russomanno lascia opportunamente giudizi e interpretazioni alla responsabilità degli storiografi, limitandosi a un’esposizione meramente divulgativa. Del resto, commenta Sepe, «ciascun Papa è portatore della propria formazione, della propria cultura, della sua visione pastorale e della missione della Chiesa nel mondo». Nessuno, perciò, sfugge a «pregiudizi, anticlericalismo, fughe in avanti, discordie e false interpretazioni teologiche». Quel che è certo, comunque, è che in ogni Pontefice si manifestano — sia pure in modo non sempre evidente e comprensibile — le vie misteriose dello Spirito che orienta le vicende della Chiesa. La storia spesso si ripete, oggi come ieri: a riprova che — annota ancora l’arcivescovo di Napoli — governare il timone della barca di Pietro vuol dire spesso «attraversare mari tempestosi» ma, in mezzo alle onde, riuscire sempre a «indicare la rotta da seguire» al popolo di Dio. (francesco m. valiante)