· Città del Vaticano ·

La pandemia penalizza le relazioni commerciali sino-africane

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Il presidente Xi Jinping ha promesso la realizzazione in Africa di strutture per il controllo delle epidemie

21 luglio 2020

Il micidiale covid-19 ha penalizzato fortemente le relazioni commerciali sino-africane. Sebbene Pechino abbia rinnovato le sue promesse di aiuto all’Africa, tuttora alle prese con la pandemia e con le sue pesanti conseguenze economiche, vi sono dei dati oggettivi forniti dall’Amministrazione generale delle dogane cinesi che evidenziano dei cali significativi negli scambi. Anzitutto occorre rilevare che il commercio bilaterale tra Cina e Africa è sceso, del 19,3 per cento nella prima metà dell’anno, raggiungendo gli 82,37 miliardi di dollari Usa. Questo in sostanza significa che la Cina ha venduto 48,42 miliardi di dollari di beni nel primo semestre 2020, importando al contempo 33,95 miliardi di dollari di merci e materie prime dall’Africa. Si tratta di un calo significativo se si considera che Pechino è il principale partner commerciale dell’Africa, avendo superato gli Stati Uniti dal 2009. A questo proposito occorre tenere presente che lo scorso anno il commercio bilaterale tra Cina e Africa era aumentato del 2,2 per cento su base annua, attestandosi attorno ai 208,7 miliardi di dollari; un guadagno, quello del 2019 di molto inferiore all’aumento del 19,7 per cento riportato nei precedenti 12 mesi. Questo significa in sostanza che la crescita negli scambi aveva già subito una flessione rispetto al 2018.

Per avere comunque un quadro, in termini percentuali, della diminuzione degli scambi nei primi sei mesi di quest’anno, basti pensare che la Cina ha tagliato le sue importazioni dal continente africano del 31 per cento, mentre le sue esportazioni dirette in Africa hanno subito una contrazione dell’8,3 per cento. È evidente che questo scenario si è delineato a seguito delle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria su scala globale. Com’è noto, la Cina — uno dei maggiori importatori di materie prime dall'Africa, tra cui rame, cobalto e petrolio — ha recentemente lanciato un fondo infrastrutturale di un miliardo di dollari per l’Africa, nell’ambito della Belt & Road Initiative, progetto strategico di dimensioni enormi che fa capo proprio al governo di Pechino, intenzionato a raccogliere attorno a sé il sostegno economico e politico internazionale necessario a realizzare un’opera maestosa sulla falsariga delle antiche Vie della seta: una terrestre (Silk Road Economic Belt) e una marittima (Maritime Silk Road). L’iniziativa ha consentito l’apertura di numerosi cantieri, molti dei quali sono però stati chiusi in questi mesi per i blocchi imposti dal coronavirus.

Sebbene la Cina sia il maggiore importatore di petrolio al mondo, la domanda di greggio rivolta ai paesi produttori africani come il Congo-Brazzaville, l’Angola e la Nigeria è crollata a seguito del lockdown; un fenomeno che in effetti ha avuto una valenza planetaria, andando ben al di là delle relazioni sino-africane. Sta di fatto che lo scorso aprile, a seguito della speculazione finanziaria (che è stata l’unica a non andare in lockdown), i prezzi per le consegne di greggio sono addirittura scesi per la prima volta nella storia sotto lo zero, in riferimento ai future sui barili di petrolio trattati sui mercati internazionali. Col risultato, ad esempio, che i titoli per gli scambi di petrolio statunitense (Wti) in distribuzione a maggio hanno raggiunto un picco negativo di -37,63 dollari al barile, con un calo di oltre il 305 per cento, come riportato dal «Wall Street Journal». Chi vendeva, insomma, il petrolio lo faceva in perdita.

È facile immaginare quali siano stati gli effetti sul bilancio statale dei paesi africani produttori di greggio: una contrazione drammatica del prodotto interno lordo con conseguenze drammatiche sui conti pubblici. Il problema principale è stato dunque il crollo della domanda a fronte di un’offerta che era rimasta stabile, e la conseguente diffidenza degli investitori. Con oltre metà della popolazione mondiale in lockdown per l’emergenza coronavirus, molte attività chiuse e l’incertezza generale sulle tempistiche della fase 2, la domanda di energia e di petrolio è crollata di quasi un terzo a livello mondiale.

Attualmente il prezzo è risalito, grazie soprattutto alla mobilitazione dei paesi dell’Opec, che sono riusciti più o meno a stabilizzare il prezzo dell’oro nero intorno ai 40,82 dollari al barile. In questo contesto a dare la spinta decisiva al prezzo del greggio potrebbe essere solo l’avvio della ripresa economica oppure il calo degli stock di greggio che sono in giacenza o ancora meglio la commercializzazione del vaccino contro il coronavirus.

Uno dei paesi africani che a seguito della pandemia sta pagando un prezzo altissimo è il Sud Africa che, tradizionalmente, rappresenta uno dei mercati chiave della Cina per le merci e anche una fonte di materie prime. Ebbene, il governo di Pretoria ha registrato un calo del 27,6 per cento degli scambi con Pechino. La Cina è stata costretta suo malgrado a tagliare le importazioni dal Sud Africa di quasi un terzo, ovvero il 32,2 per cento, mentre le esportazioni verso il paese africano sono crollate di circa un quinto. Per venire incontro alla necessità di commercializzare le commodity africane, tra le quali spiccano le fonti energetiche, e per sostenere le economie africane, molte delle quali sono state penalizzate dal declassamento (downgrade) delle agenzie di rating, il presidente Xi Jinping in persona, durante l’ormai tradizionale summit Cina-Africa, tenuto eccezionalmente in videoconferenza lo scorso giugno, ha annunciato la cancellazione del debito dei cosiddetti “prestiti a interessi zero” concessi ai paesi africani. Un atto, dunque di buona volontà rispetto alla decisione adottata dal g20 lo scorso aprile di sospendere i pagamenti fino a dicembre. Il problema di fondo riguarda purtroppo il grosso del debito contratto dai paesi africani con Pechino, cioè i prestiti agevolati (ma a interesse) e quelli legati alla finanza per lo sviluppo, su cui la Cina non può fare sconti. La ragione ha un suo perché: oggi il governo di Pechino controlla circa il 20 per cento del debito del continente africano e qualsiasi operazione di “alleggerimento” del fardello debitorio determinerebbe perdite nei bilanci delle sue grandi banche per lo sviluppo. Ad esempio, il governo di Nairobi (Kenya) ha ottenuto un prestito di 3,2 miliardi di dollari dalla Cina per realizzare la linea ferroviaria super-veloce (Standard Gauge Railway - Sgr) di 470 chilometri tra Mombasa e la capitale. Se non riuscirà a saldare il debito con Pechino potrebbe perdere il controllo del porto di Mombasa, impiegato come garanzia del prestito. Una vicenda, questa, che proprio in questi giorni ha avuto dei risvolti giudiziari in quanto la Corte d’Appello presso l’Alta Corte keniana ha stabilito che la sua costruzione è stata “illegittima”. Stando infatti alla sentenza, «le procedure di appalto per la costruzione della ferrovia non sono state né trasparenti né giuste in termini di competizione». Per non parlare della Repubblica Democratica del Congo che è uno degli Stati africani più a rischio, a tal punto che le autorità di Kinshasa sono state costrette a ricorrere, prima che scoppiasse la pandemia, ad un prestito di salvataggio del Fondo monetario internazionale (Fmi). Nonostante l’allarme per le elevate somme di prestito che la Cina ha elargito a tanti paesi africani negli ultimi anni, i prestiti cinesi prima del coronavirus non sembravano essere la causa principale dei problemi economici dei paesi africani. Secondo uno studio citato dall’Ispi (Istituto per gli Studi di politica Internazionale) nel settembre 2018 (https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/forum-cina-africa-cosa-e-cambiato-18-anni-21173), solo in tre paesi i prestiti cinesi rappresentavano il rischio principale di default: Zambia, Gibuti e Repubblica Democratica del Congo. Allo stesso tempo, la crescita economica che questi prestiti parevano promettere, stando alla stessa fonte, in molti paesi africani non sembrava essersi ancora verificata nel 2018. Con ogni probabilità, come già avvenuto in passato, i debiti africani verranno rinegoziati da Pechino Paese per Paese, non fosse altro perché sarebbe contro gli interessi della Cina un default africano. Ragione per cui il presidente Xi Jinping, in considerazione dell’emergenza covid-19, ha rinnovato la volontà di cooperare con l’Africa, promettendo, tra l’altro, la costruzione di ospedali e la realizzazione di una struttura per il controllo delle epidemie, oltre alla condivisione di ogni scoperta sul vaccino.

Una cosa è certa: l’alleanza con i paesi africani, all’interno delle organizzazioni internazionali è fondamentale per Pechino ed è dunque evidente che il multilateralismo, non più di moda in Occidente, nella cornice sino africana continua ad essere espressione di un’assertività condivisa. La dice lunga la partecipazione all’evento di António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite e di Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms come ospiti speciali. Tutto questo mentre l’Europa è sempre più alle prese con il tema migratorio, dando spesso l’impressione di sottovalutare i reali bisogni di un continente che invoca dignità e riconoscimento.

di Giulio Albanese