· Città del Vaticano ·

La logica dell’agape

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Il rapporto tra fede cristiana e affetti in un libro di Pierangelo Sequeri

21 luglio 2020

Ascoltando Mozart si può studiare, cucinare, stirare. La musica di Messiaen si ascolta e basta. Sono suoni esigenti che richiedono dedizione, ma assai generosi con chi vi presta attenzione, tanto che, dopo averli sentiti, non si è più come prima. Così è per l’ultimo libro di Pierangelo Sequeri, preside del Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia e membro della Commissione teologica internazionale, dal titolo La fede e la giustizia degli affetti. Teologia fondamentale della forma cristiana (Siena, Edizioni Cantagalli, 2019, pagine 304, euro 17). Il testo richiede impegno, ma il lettore si ritrova una nuova apertura nella facciata della sua casa. Come cento anni fa la stesura de L’Epistola ai Romani di Barth (1919) inaugurò il ventesimo secolo teologico, così La fede e la giustizia degli affetti ha tutte le caratteristiche per segnare un nuovo inizio, un varco inedito agli esordi del terzo millennio.

Il testo non è solo un saggio di teologia fondamentale ben riuscito, ma la convincente proposta di un cambio di paradigma per la teologia fondamentale e quindi per la dogmatica, la pastorale, la spiritualità. Significativamente la ricerca più che quarantennale di Sequeri collima con l’insegnamento degli ultimi due Pontefici. Infatti, da Deus caritas est di Benedetto XVI e dai timbri affettivi del magistero di Francesco — Evangelii gaudium, Amoris laetitia, Veritatis gaudium, Gaudete et exsultate, ad esempio — è chiesto a tutti i cristiani, e ai teologi in modo particolare, un cambio di velocità e stile: collocare la precedente ellisse orbitante attorno a “ragione” e “fede” all’interno di quella più originariamente cristiana data da “ragione” e “amore”, o, nel linguaggio di Sequeri, “logos” e “agape”.

Certo, vengono riconosciuti i meriti di chi per secoli ha cercato di comporre, con ottimi risultati, quanto la modernità presentava come alternative, cioè la ragione e la fede. Tuttavia il prezzo pagato è stato alto, rappresentato dalla tendenziale comprensione intellettualistica della fede, a disagio nel cogliere un’elementare verità: lo spunto originariamente affettivo di ogni atto umano e della fede stessa. Solo un’“e-mozione” (Sequeri preferisce affetto, per evitare facili derive sentimentalistiche) può smuovere un uomo, motivarlo. Senza e-mozione non esiste movimento, in nessuna direzione, anche la più sinistra. Questo approccio affettivo sta all’altezza delle profondità umane e gode di maggiore ariosità. È capace di rendere ragione di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, non solo gli “occidentali”, non solo i “moderni”, artefici sia della scomposizione sia dei tentativi di riconciliazione tra ragione e fede. A una donna o un uomo cinese, iracheno, nigeriano, ad un abitante dell’Amazzonia, a un indigeno australiano quanto interessa Cartesio o l’Illuminismo? Certo, sia l’uno sia l’altro sono stati interlocutori serissimi con cui la Chiesa che vive in occidente ha dovuto giustamente confrontarsi. Tuttavia è stato un problema culturale occidentale, non di tutta l’umanità. Ecco, la degnissima questione del rapporto tra ragione e fede che ha legittimamente requisito le migliori energie della teologia occidentale, è stata estesa a questione di tutti, e tutti ne hanno pagato il prezzo altissimo. Come se si somministrasse all’umanità intera una pesante cura contro il mal di stomaco, poiché un folto gruppo di persone soffre di gastrite. Né l’abitante dell’Amazzonia né l’australiano hanno mai sofferto di gastrite illuminista, ma sia l’uno sia l’altro, come ogni figlio e figlia di Adamo, si muovono solo in forza di un’emozione, di un affetto.

Ora, un affetto è sempre acceso da qualcun altro, da qualcos’altro. È la cosa più intima, eppure il suo spunto proviene da altrove, fin dall’inizio della vita. Sequeri ha pagine toccanti quando scrive della madre che nutrendo, accudendo, guardando il bambino, sorridendogli, dischiude quella miracolosa eco affettiva che trova nella restituzione dello sguardo e del sorriso del piccolo la prima scintilla del suo «Ergo sum!”» (con buona pace di Cartesio). Per l’adulto è scontato che domani sorga il sole, è ovvio che camminando passo dopo passo il terreno continui a sostenere il corpo, è prevedibile che la persona amata si faccia trovare all’appuntamento fissato. Ci si aspetta queste cose poiché sono affidabili. Per il bambino non è così; la fiducia deve essergli accesa da esperienze che affettivamente gli dimostrino l’esistenza di realtà attendibili: come la mamma che arriva tutte le volte che piange, i giocattoli rimasti al loro posto e sempre pronti a far compagnia, il pavimento che esibisce metro dopo metro la sua fedele solidità mentre il piccolo, gattonando, lo tasta. Senza l’accensione affettiva del senso di affidabilità fin dagli esordi della vita, non ci si aspetterebbe niente da nessuno, per l’ottima ragione che niente e nessuno risultano attendibili. Naturalmente, questo vale anche per Dio.

Se è l’e-mozione il principio di ogni movimento, se l’affetto è sempre innescato da qualcun altro, al principio di ogni vita, il principio di ogni vita è un “legame” che — guarda, guarda — è proprio il senso originario del vocabolo logos. Esso deriva da leghein, indicante “parlare”, “discorrere”, “ragionare”, ma innanzitutto significa “legare”. Prova tu a parlare e ragionare senza legare insieme le parole e le frasi, i pensieri. Ora, senza l’originaria logica degli affetti non esisterebbe nessun’altra logica, matematica e argomentativa comprese. «In principio era il Logos», recita il vangelista. «In principio era il Legame». Non onorando la magnanimità di quel termine si manca il bersaglio dell’uomo e di Dio.

Ciò non significa che gli affetti siano chiari, tondi e luminosi. Sono forze e, come tali, assumono forme diverse. Come la forza di gravità: è la medesima potenza che fa cadere e che tiene i piedi ben saldi a terra, permettendo l’equilibrio della posizione eretta. Chi la nega o, presuntuoso, la provoca, prima o poi cade; chi ne rimane succube, non si rialza; chi accoglie le sue possibilità e rispetta le sue resistenze si mette in piedi e cammina. Gli affetti hanno sempre una dimensione drammatica e faticosa, ma non sono “forze cieche”, bisognose di essere guidate dalla ragione o dalla morale, poiché — in quanto forze — gli affetti hanno già in se stessi la giustizia. Altrimenti, insiste Sequeri, nemmeno apparirebbero. Un esempio: una forza si esprime solo di fronte a qualcosa che le resiste, l’affronta e le si oppone. Nessuna forza sarebbe reale e pratica senza sforzo: cos’è la potenza del muscolo senza un peso da sollevare? Maggiore è il peso alzato, più robusto è il braccio. Così pure la luce è visibile e capace di rischiarare forme e colori solo grazie a qualcosa che le resiste, come un pianeta, l’atmosfera o un tavolo. Inoltre, quanto si oppone alla forza la determina e specifica, conferendole una forma: il potere di muoversi diventa “stare in piedi”, resistendo alla forza di gravità che induce a cadere; o si trasforma in “accarezzare’’ alla presenza di un volto. La luce diviene il colore “rosso” imbattendosi in una cosa, oppure volge al blu investendone un’altra. Perciò la forza è l’esito del faccia a faccia con quanto le si oppone. Se la forza eliminasse quanto la fronteggia, diverrebbe impalpabile e inefficace: la luce senza cose sarebbe buio; il potere di muoversi senza territori da percorrere, punti di appoggio, cose da prendere sarebbe una totale paralisi. Insomma, la forza reclama la presenza di altro, affinché si orienti e prenda forma efficace. La forza irrispettosa della resistenza di cose ed altri è una contraddizione, poiché impedisce a se stessa di divenire reale. Gli affetti sono giusti, poiché, esattamente in quanto forze, reclamano l’altro, difendendone la reale consistenza. In questo senso essi hanno una componente generativa: sono poteri che desiderano mettere e mantenere altri in condizione di potere. Questa è la loro giustizia, l’esigentissima legge scolpita sulle loro tavole. Prevaricando, un affetto non è forza cieca, ma aborto: impotenza incapace di nascere, far nascere e mantenere in vita. Insomma: il logos dell’affetto è sempre giusto, proprio a motivo della sua logica, del legame che richiede, propizia e custodisce. La rivelazione cristiana chiama questa logica “agape”, “amore”, manifestando che è il mistero stesso di Dio, la sua forza e la sua forma.

Leggendo il saggio di Sequeri non si apre un libro, ma si spalanca una porta. Qualcuno avrà il coraggio di varcarne la soglia?

di Giovanni Cesare Pagazzi