· Città del Vaticano ·

La fraternità perché?

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Compie novantanove anni l’intellettuale francese

07 luglio 2020

Fraternità perché? E quale fraternità? Queste le domande che Edgar Morin, intellettuale francese tra i maggiori del nostro tempo — 99 anni l’8 luglio —, pone in un appassionato  pamphlet, tradotto per la prima volta in italiano dall’Editrice Ave (Roma, 2020, pagine 76, euro 11) con il titolo La fraternità perché? Resistere alla crudeltà del mondo. Domande rese urgenti dalla drammatica crisi di civiltà, insieme ecologica, sociale, politica e spirituale nella quale siamo immersi su scala locale e planetaria.

Studioso dai molteplici interessi, sociologo, etnologo, filosofo, Morin è uno degli intellettuali “totali” che hanno segnato il XX secolo e adesso il XXI. Coscienza critica di un’Europa in crisi di identità e in via di trasformazione, ha prodotto incursioni felici, con un’incredibile longevità intellettuale e la vastità dei suoi interessi, sull’incarnazione del modello occidentale. E i suoi limiti. Dalla società di massa all’industria dello spettacolo, dallo star system ai meccanismi delle “voci che corrono”, quelle che chiamiamo oggi fake news, per finire nella seconda parte della sua vita alla ricerca dell’unità dei saperi. Un metodo unificante che è sbocciato in un’altra parola chiave, reliance, neologismo che ha la radice in “religione”, qui però vista in una chiave tutta laica. Reliance come capacità di creare nuove connessioni, nuovi rapporti, nuovi link o di consolidare quelli esistenti. Approdo sicuro per la fraternità, ancora di salvezza, antidoto e rimedio alla corsa verso il baratro dove ci stanno conducendo una scienza, una tecnica e una economia sfuggite al controllo della politica e non più al bene comune.

Condensando così in poche pagine decenni di ampi studi transdisciplinari, Morin evidenzia come nella triade democratica libertà-uguaglianza-fraternità sia l’ultimo termine a dover oggi prevalere, pena l’aggravarsi ulteriore della crisi in atto. La «comunità di destino terrestre» che coinvolge ormai tutti gli esseri umani necessita più che mai di quel «sentimento profondo di una maternità comune» che nutre le fraternità. E che ci chiede di saper dare vita a concrete «oasi di fraternità». 

Il tema della fraternità, che può essere trattato superficialmente ma anche strumentalizzato, viene approcciato da Morin con uno sguardo non solo etico-sociale ma anche biologico, antropologico, filosofico. «E di conseguenza politico — come suggerisce la bella prefazione di don Luigi Ciotti —, perché è il vuoto di fraternità a determinare l’individualismo sfrenato che tanti danni ha prodotto e continua a produrre a livello sociale, ambientale, economico. Causa di disuguaglianze mai viste, migrazioni di massa per fuggire da carestie e guerre — “deportazioni indotte”, sarebbe più giusto chiamarle —, sfruttamenti ambientali che avvelenano gli ecosistemi e uccidono la biodiversità». Da questo concetto di ecosistema Morin parte per spiegarci che nella grande “rete” della vita l’armonia deriva dal concorso di forze diverse — la biodiversità, appunto — ma è un equilibrio precario, instabile, in continua e necessaria evoluzione. La vita è tale perché capace di rinnovarsi e rigenerarsi, trasformando anche i conflitti in feconde tensioni verso un’armonia superiore. Un’armonia che combatte la selezione darwiniana del più forte e diventa bene comune.

Nei diversi capitoli del libro si respira il grande abbraccio di Morin verso un’Alterità che rimane in dialogo con noi, con il mondo e che rappresenta l’univa via utopica, e persino ragionevole, per un futuro del mondo dove l’umanità torni a essere centro di diritti e doveri di cittadinanza.

Nella postfazione di Sergio Manghi, sociologo all’università di Parma, si fa riferimento ancora una volta a questa parola forse un po’ dimenticata, fraternità, che per essere efficace «è quella concretamente intrecciata lungo la via oscura e incerta che ci accade di percorrere giorno per giorno con altri, umani e non: lungo «il cammino, il nostro cammino», scrive evocando una parola a lui molto cara — cammino — nella quale risuona, qui non espressamente citato ma nei pensieri di Morin sempre vivo, tanto di essi coglie lo spirito più vero, il celebre verso di Antonio Machado: Caminante no hay camino, se hace camino al andar — «Viandante, non c’è via, la via si fa camminando».

di Gianni Di Santo