· Città del Vaticano ·

La dimensione contemplativa della vita

Padre Silvano Fausti

Cinque anni dalla morte di padre Silvano Fausti

03 luglio 2020

Cinque anni volano via, in una metropoli frenetica come Milano. Eppure, complice forse la sosta imprevista cui la pandemia ci ha costretti, la memoria di padre Silvano Fausti risulta particolarmente viva tra i molti che lo hanno più o meno direttamente conosciuto.

Il biblista gesuita, confessore e guida spirituale del cardinale Carlo Maria Martini, ha lasciato ben oltre i confini del capoluogo lombardo una traccia che la complessità del nostro tempo rende più luminosa. In effetti, l’esperienza di spaesamento che l’irrompere dell’imprevedibile ha provocato accentua ora la ricerca collettiva di punti di riferimento. La morte di padre Fausti, all’inizio dell’estate 2015, possiamo dire abbia coronato una presenza discreta, ma imponente, tra le pieghe di una città silenziosamente affamata di parola di Dio.

L’aveva intuito bene proprio il cardinale Martini, entrando venticinque anni prima come vescovo a Milano a piedi, col solo vangelo in mano, e proponendo «la dimensione contemplativa della vita» quale priorità pubblica contro l’ubriacatura del fare. Il confratello Fausti doveva in tal senso rappresentare, senza alcuna strategia mondanamente programmata a tavolino, la concretizzazione di quell’anelito a una profondità possibile anche in un’epoca che qualcuno dice post-cristiana. La cascina di Villapizzone, segno inequivocabile nella periferia metropolitana dell’avanzata irreversibile della modernità, divenne luogo di una discontinuità preziosissima. Al suo interno, il piccolo nucleo di una Compagnia di Gesù spogliata dei linguaggi della forza e ben integrata con la vita familiare di laici alla ricerca di nuovi modelli di condivisione dava forma a un cristianesimo capace di reinterpretarsi alle soglie del terzo millennio.

Oggi di padre Fausti si ricordano soprattutto le parole, specie quelle trascritte nei suoi libri: il semplice accostarle lascia emergere un accento e un timbro singolari per cui le idee riprendono corpo, consistenza, storicità. Come nella Bibbia, in cui la Parola è densa di vita e di realtà, così nella predicazione di Silvano e nel suo accompagnare una ad una tante persone la complessità è accolta in tutte le sue sfumature e lo Spirito illumina la carne di particolare grazia. Così, nel seno di un cattolicesimo strutturato e un po’ sicuro di sé, la via biblica proposta da Fausti col metodo della lectio divina e il discernimento ignaziano ha reso possibili percorsi e guadagni inediti, il cui carattere profetico si coglie meglio oggi, a distanza di tempo. All’esercizio del culto che diventa azione sociale e moralità, il vortice del Novecento chiedeva di accostare non semplicemente nuove forme di pietà, ma un ritorno alle fonti, alle domus ecclesiae in cui la rivelazione evangelica esercitò il suo impatto sull’impero romano in crisi, generando strutture mentali e sociali inedite. Una rivoluzione gentile cui i primi e di fatto programmatici libri di Fausti – Lettera a Sila, Elogio del nostro tempo, L’idiozia — rinviano con estrema chiarezza.

In uno dei suoi testi si trova incastonata questa citazione di Paolo VI, mai dimenticato a Milano come il Montini della Missione cittadina del novembre 1957: «Avremo nella vita della Chiesa un periodo di maggior libertà, cioè di minori obbligazioni legali e minori inibizioni interiori. Sarà ridotta la disciplina formale, abolita ogni arbitraria intolleranza, ogni assolutismo. Sarà semplificata la legge positiva, temperato l’esercizio dell’autorità, sarà promosso il senso di quella libertà cristiana che tanto interessò la prima generazione dei cristiani, quando si seppe esonerata dall’osservanza della legge mosaica». Padre Fausti avvertì che oggi «il credente si chiede in modo particolare “che fare”, perché si sente chiamato ad onorare insieme sia il passato che il futuro, la cui conciliazione non è mai scontata. Davanti alla modernità, a maggior ragione, si interroga su come viverla secondo lo Spirito che ha ricevuto».

Cinque anni dopo la sua morte non si può parlare quindi di una scomparsa, semmai della vicinanza di un testimone la cui lucidità ci ammonisce ancora: «Il profeta sia volto al futuro, ma rispetti la realtà e i suoi tempi; l’apparato istituzionale sia pure rivolto al passato, ma non si opponga troppo al regno di Dio che viene».

di Sergio Massironi