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La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa

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Istruzione della Congregazione per il Clero

20 luglio 2020

«Il nuovo Israele dell’era presente, che cammina alla ricerca della città futura e permanente (cfr. Eb 13, 14), si chiama pure Chiesa di Cristo» (LG 9). Essa è il Popolo che Dio ha costituito, così «che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità» (LG 9).

Tale popolo vive nella storia e nel tempo, partecipando all’unica missione salvifica ricevuta da Cristo tramite le sue membra, che rispondono in modo diverso alla chiamata di Dio e, per conseguenza, assumono nella Chiesa ministeri, incarichi o semplici impegni per il bene di tutti. È il Popolo di Dio quindi che evangelizza, ciascuno secondo la propria vocazione, le proprie concrete possibilità del momento, nonché in base alle responsabilità che gli corrispondono.

Un riflesso di tale evidenza teologica si coglie nella definizione di “parrocchia” presente nel Codice di Diritto canonico (can. 515, § 1), nella quale essa è presentata innanzitutto come «una determinata comunità di fedeli», costituita da persone di ogni sorta — presbiteri, diaconi, consacrati, laici, associazioni, famiglie — che partecipano in vario modo all’esercizio della cura pastorale, affidata al parroco come pastore proprio.

Il 15 agosto 1997 è stata promulgata una Istruzione interdicasteriale, Ecclesia de mysterio, «su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti», mentre nel 2002 la Congregazione per il clero ha pubblicato una Istruzione Il presbitero pastore e guida della comunità (4 agosto 2002).

Si tratta di due documenti tuttora di grande interesse, rispetto ai quali l’Istruzione intende porsi come tentativo di presentare una sintesi adeguata all’attuale contesto ecclesiale, volti cioè a dedicare attenzione a tutti i ministeri operanti all’interno della comunità parrocchiale, in modo da evidenziare come ognuno abbia una sua specificità al servizio dell’unica missione evangelizzatrice.

Si potrebbe dire che il senso del documento è ricordare che «nella Chiesa c’è posto per tutti e tutti possono trovare il loro posto» nell’unica famiglia di Dio, nel rispetto della vocazione di ciascuno, cercando di valorizzare ogni carisma e di preservare la Chiesa da alcune possibili derive, come “clericalizzare” i laici o “laicizzare” i chierici, o ancora fare dei diaconi permanenti dei “mezzi preti” o dei “super laici”.

Così come quelli del 1997 e del 2002, il presente documento non contiene “novità legislative” — ciò esula dal compito e dalle possibilità di una Istruzione, destinata invece a «rendere chiare le disposizione delle leggi e a sviluppare e determinare i procedimenti nell’eseguirle» (can. 34 cic) — ma invece propone modalità per meglio applicare la legge vigente, facendo tesoro dell’esperienza della Congregazione per il clero nel suo servizio alle Chiese particolari, nonché nell’ascolto delle loro necessità e nell’accoglimento delle loro ricchezze.

In sintesi, il documento intende porsi al servizio di alcune scelte pastorali, già da tempo avviate da parte dei Pastori e “sperimentate” dal Popolo di Dio, in spirito di discernimento, per contribuire alla valutazione di esse, all’eventuale correzione, al ripensamento e all’approfondimento, per la valorizzazione del cammino già fatto, per commisurare il diritto particolare con quello universale e gettare le basi del percorso pastorale futuro.

D’altra parte, una Chiesa sempre impegnata nella missione evangelizzatrice ricevuta da Cristo, in un mondo più articolato rispetto al passato e connotato dai segni del pluralismo culturale, ha bisogno di porre il proprio dinamismo “in uscita”, avviando, ove necessario, anche una riforma delle proprie strutture e una riorganizzazione delle forme di affidamento e di partecipazione all’esercizio della cura pastorale, nel segno di una maggiore corresponsabilità di tutti i battezzati, come sopra ricordato.

Così, accanto alla comunità parrocchiale determinata unicamente su base territoriale e distinta nettamente dalle comunità contigue, la presente Istruzione ha inteso favorire e promuovere, nel rispetto della normativa canonica essenziale, una pastorale di vicinanza e di cooperazione tra diverse comunità parrocchiali.

A tale fine è stato preso in considerazione il tema dei raggruppamenti di parrocchie, chiamati “unità pastorali” (destinate a «promuovere forme di collaborazione organica tra parrocchie limitrofe», Apostolorum successores, art. 215b), nonché di quelli di vicariati foranei, detti “zone pastorali” (Apostolorum successores, art. 219), volte a migliorare, nelle diocesi più grandi, la connessione tra il “centro” e la “periferia”, attraverso la costituzione di vicari episcopali preposti a ciascuna zona, a nome del vescovo diocesano, sotto la sua autorità e in comunione con lui.

Dal momento che l’applicazione concreta delle possibilità sin qui menzionate — sia in relazione alle forme di affidamento e di partecipazione all’esercizio della cura pastorale che a proposito dell’erezione di zone o unità pastorali, con conseguente unione o soppressione di parrocchie — non di rado avviene attraverso vere e proprie ristrutturazioni diocesane, la presente Istruzione intende offrire ai vescovi e ai loro collaboratori, chierici e laici, gli strumenti pastorali e canonici per operare secondo un agire genuinamente ecclesiale, dove diritto e profezia si possano coniugare per il maggior bene della comunità.

Non è raro infatti che la visione della comunità parrocchiale e della cura pastorale proposti dal Magistero ecclesiale, dal concilio ecumenico Vaticano II fino all’insegnamento di Papa Francesco, e di conseguenza naturalmente entrati nella normativa canonica, diventino un quid troppo soggettivo, un vero “secondo me”, a discrezione del singolo vescovo o del singolo gruppo, con interpretazioni non di rado improprie della vita di una comunità e del ministero dei pastori.

Si può pensare facilmente ai due noti estremi, quello cioè di una parrocchia in cui il parroco e gli altri presbiteri si occupano di tutto e decidono da soli di ogni cosa, relegando le altre componenti della comunità a un ruolo marginale, al massimo da esecutori; oppure, all’opposto, una sorta di visione “democratica” in cui la parrocchia non ha più un pastore, ma solo funzionari — chierici e laici — che ne gestiscono i diversi ambiti, con una modalità spesso definibile come “aziendale”.

Per la buona riuscita di tali ristrutturazioni poi sono necessari tempi che rispettino la storia, le tradizioni e la vita delle diverse comunità — «Essere parte del popolo è far parte di un’identità comune fatta di legami sociali e culturali», come ha ricordato Papa Francesco in una intervista (concessa a padre Antonio Spadaro, s.i., nel 2016 e pubblicata all’inizio del volume Nei tuoi occhi è la mia parola) — evitando di “calare progetti dall’alto”, operando invece all’insegna della debita gradualità, fatta di consultazioni previe, studi approfonditi e competenti, applicazioni ad experimentum, verifiche, prima di giungere a una decisione definitiva, equilibrata e già provata sul campo, in modo da non creare dolorose “rotture” nella vita delle comunità.

Per tale ragione, sollecitato da non pochi vescovi, questo Dicastero ha avvertito la necessità di elaborare uno strumento per sostenere e accompagnare i diversi progetti di riforma delle comunità parrocchiali e le ristrutturazioni diocesane, già in atto o in via di programmazione. Non si tratta di “ingabbiarli” nella fredda schematicità di modelli precostituiti e identici per tutti, bensì di mantenerli all’interno dell’ampio alveo ecclesiale, per accompagnare un “andare insieme” — Pastori e Popolo di Dio — senza cercare di comprimerne il cuore e lo Spirito entro piani pensati solo a tavolino.

Questa Congregazione ha lavorato negli ultimi anni alla redazione della presente Istruzione, proprio al fine di dotarsi di un siffatto strumento — a un tempo, teologico-pastorale e canonico — per il servizio ecclesiale, volto a offrire indicazioni e norme generali da attualizzare nella “diversità” del giorno di Pentecoste in ciascun contesto, cioè per unire, non per uniformare, come ben esprimono le ispirate parole di un autore caro a Papa Francesco, che meritano di essere qui richiamate: «Il mistero di un’unità che non confonde ma conserva nette le distinzioni, soprattutto quella per eccellenza tra creatura e Dio, e tuttavia ciò che ha distinto raccoglie in una suprema inesprimibile unità» (Romano Guardini, Dostoevskij: il mondo religioso, p. 78).

di Andrea Ripa
Sotto-Segretario della Congregazione per il clero


Istruzione

Intervista di Fabio Colagrande al prefetto della Congregazione per il Clero, card. Beniamino Stella