· Città del Vaticano ·

La Chiesa nelle carceri spagnole al tempo del lockdown

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23 luglio 2020

Pubblichiamo di seguito in una nostra traduzione la testimonianza — fatta pervenire a «L’Osservatore Romano» attraverso la Commissione vaticana covid-19 — del sacerdote mercedario responsabile del Dipartimento di pastorale penitenziaria della Conferenza episcopale spagnola, sulla presenza della Chiesa cattolica nelle carceri del Paese durante il lockdown.

Quando si è sparsa la notizia che le porte delle carceri della Spagna sarebbero state chiuse a tutti, tranne che agli agenti di custodia e al personale sanitario, mi trovavo all’interno di un penitenziario e mi ha colpito l’ambiente di volti seri, sguardi persi e malinconici. Qualche lacrima scendeva, mentre si parlava di tagliare ancor di più i ponti col mondo esterno, ma anche di morti e di ospedali. Corridoi vuoti, silenzi, teste chine: tutto denotava incertezza.

I detenuti facevano tante domande per le quali non non c’erano risposte: che cosa succederà? fino a quando? Interrogativi che continuano a riguardare ogni persona, anche chi vive in libertà, perché la pandemia ha davvero sorpreso tutti.

Dopo la chiusura all’esterno, l’amministrazione penitenziaria ha aggiunto nuove misure per combattere il diffondersi del covid-19 nelle celle: anzitutto sono stati sospesi i colloqui con i famigliari, sia nei parlatoi (attraverso il cristallo) sia “vis à vis” (personalmente). Sono state scelte dure, perché la famiglia è il balsamo curativo che tranquillizza la vita dietro le sbarre; è il motore che alimenta la speranza. E invece la comunicazione è stata limitata a chiamate telefoniche, a lettere, ma senza poter vedere e ancor meno abbracciare i cari. In seguito sono state comunque consentite videochiamate, che hanno quantomeno alleviato la tristezza del non poter vedere i congiunti. Successivamente è stata anche sospesa la possibilità di godere di permessi ordinari in strada con la famiglia. Non sono stati neppure più accettati pacchi di vestiti per i reclusi.

E così le porte si sono chiuse ancora di più, lasciando cuori feriti e sentimenti frustrati. Perché pure le attività sono state ridotte: i laboratori produttivi di ditte esterne sono stati fermati, le lezioni delle scuole carcerarie sono state sospese, come anche le celebrazioni religiose, perché è stato vietato l’accesso ai cappellani, bloccando di fatto tutto ciò che costituiva una valvola di sfogo, una boccata di ossigeno dentro il carcere.

Certo grazie a tutto ciò, il tasso di mortalità nei penitenziari spagnoli è circa dieci volte più basso di quello della popolazione in generale; e sono stati colpiti solo una decina di centri di detenzione, quindi nell’85 per cento di essi non sono stati registrati contagi. Ma non bisogna mai dimenticare che alla fine il detenuto rimane solo con il muro, la recinzione del cortile e le sbarre della cella; solo con il suo “io” isolato e chiuso.

Perciò, soprattutto all’inizio, si sono vissuti momenti di tensione, con proteste singole e collettive; ma in generale, contrariamente a quanto si potesse pensare, gli uomini e le donne reclusi in Spagna hanno reagito con responsabilità e in maniera esemplare; e in alcuni casi addirittura sorprendente e solidale: ci sono state case circondariali dove ogni sera i detenuti hanno applaudito gli operatori sanitari, insieme al resto del Paese libero; in altre hanno elogiato i secondini perché li stavano proteggendo e aiutando, scrivendo persino lettere per ringraziarli della dedizione dimostrata nei loro confronti.

La società ora capisce meglio i detenuti: a causa dell’isolamento domiciliare, infatti, anche le persone libere hanno sperimentato il “non poter uscire in strada” quando volevano, il non poter circolare liberamente. E ciò ha provocato reazioni diverse: alcuni si sono sentiti oppressi, ad altri “è caduto il mondo addosso”, a molti il confinamento è risultato difficile, specie se la casa piccola, perché con un alto numero di occupanti si moltiplicano le tensioni. Ciò ha portato molte persone a sentirsi in carcere, a capire che cosa prova un recluso. Ma, a differenza del carcere, siamo stati con la nostra famiglia, seguendo l’orario che volevamo e mangiando quello di cui avevamo voglia. Tutto ciò è molto diverso dalla detenzione. Questa esperienza farà forse scemare dal linguaggio e dalla percezione comuni l’idea dei penitienziari come “hotel a cinque stelle”, come sono definiti soprattutto quelli per detenuti accusati di determinati delitti. E per la pastorale penitenziaria resta la speranza che questa esperienza porti a un impegno maggiore con le carceri e con le persone che vi sono rinchiuse. Mi ha scritto un detenuto in una lettera: «Questo servirà a far sì che tanta gente si metta nei nostri panni, al posto nostro, perché, in fin dei conti, tutti ora sono carcerati, con la sola differenza che il carcere è la propria casa».

I cappellani e i volontari non sono potuti entrare nelle carceri durante il “lockdown”. Si è perso il contatto fisico e personale con i detenuti, sia per l’attenzione spirituale sia per le celebrazioni e lo svolgimento di attività. In un simile contesto, la Chiesa in prigione si è dovuta reinventare, ha dovuto essere creativa. Ma non ha mai smesso di assistere i reclusi e le loro famiglie. Senza poter ricorrere però a mezzi telematici, perché non sono consentiti nei penitenziari. Questa presenza ha avuto molteplici e diverse manifestazioni di vicinanza e di sostegno: varie cappellanie hanno fabbricato, all’inizio della pandemia, circa 20.000 mascherine e 100 schermi protettivi per i carcerati e le guardie. Altre delegazioni hanno aperto indirizzi e-mail a cui inviare messaggi di sostegno e di solidarietà ai detenuti. Molte hanno continuato a dare un aiuto economico ai più poveri e indigenti, perché al momento le famiglie non possono andare a visitarli. Si sta anche producendo una “pioggia” benefica di lettere di volontari che scrivono ai detenuti.

Diverse cappellanie inviano sussidi liturgici per vivere le celebrazioni della messa e schede telefoniche con traffico dati: infatti sono stati creati gruppi WhatsApp con le famiglie per tenere alto il morale e offrire sostegno in questo tempo di distanziamento. In qualche casa circondariale la Chiesa ha introdotto fino a 40 televisori per chi si trova in isolamento sanitario. Inoltre la pastorale penitenziaria ha mantenuto appartamenti e centri di accoglienza aperti per quanti hanno riacquistato la libertà.

La Chiesa non chiude neppure davanti al coronavirus, sempre nell’osservanza delle regole stabilite dalle autorità sanitarie. Come nelle prime comunità cristiane, gruppi di detenuti continuano a pregare, ritrovandosi con semplicità in piccole sale: cantano e invocano Dio per le loro famiglie, per la loro libertà e anche per la fine della pandemia, che ha fatto nascere una nuova Chiesa. Infatti, sono stato un testimone privilegiato di come il covid-19 abbia avvicinato i detenuti a Dio. La situazione di solitudine e d’incertezza ha portato molti di loro a ricorrere al Signore, a mettere la vita nelle sue mani. Quando le persone non trovano risposte, volgono lo sguardo verso il cielo. Lo testimoniano le 200 lettere che ho ricevuto dalle carceri durante questo periodo.

Dinanzi alla malattia e alla morte, in carcere la gente sente che Dio la protegge, ne sperimenta la vicinanza. «Padre, qui dentro per ora va tutto bene, visto che con l’aiuto di Dio non veniamo abbandonate, e sappiamo che ogni volta che si prega, Lui si ricorda di tutto il carcere» (Rosa). «Sono sola nella mia cella, ma so che Dio è con me. Ogni giorno prego, piango e guardo il cielo perché non mi abbandoni» (Dalila). In molti si è risvegliato il valore della preghiera. «Leggo la Bibbia ogni giorno, recito il Padre nostro e chiedo al Signore che tutto finisca presto» (Tamara). «Prego per tutte le famiglie che hanno perso i propri cari o che sono malate» (Ana). «In questi giorni a volte, in silenzio, recito un Padre nostro perché il virus passi in fretta» (Miguel Ángel). In altri è maturato il desiderio di accrescere e conservare la fede. «Sto imparando a rafforzare la mia fede anche nei momenti brutti, come ora» (Joaquín). «Parlo a Dio con umiltà e gli chiedo di cambiare il mio cuore giorno dopo giorno» (Jesús). «Ogni sera leggo il Vangelo e prego molto nella mia cella» (Ana). Insomma i detenuti sentono che non li abbiamo abbandonati, che stiamo con loro.

La Chiesa cammina dentro da fuori, celebra dentro da fuori. Anche la Settimana santa è stata molto diversa, ma una pandemia non può fermare la risurrezione di Gesù. I carcerati hanno percepito che, come Chiesa, siamo stati loro vicini anche dal di fuori. Abbiamo continuato ad accompagnare le famiglie e lottato per i loro sogni.

di Florencio Roselló Avellanas