· Città del Vaticano ·

L’inganno della moderazione

Pablo Picasso, «Ritratto di Dora Maar» (1937, particolare)

Nell’ultimo libro di Julián Carrón, «Il brillìo degli occhi. Che cosa ci strappa dal nulla?»

29 luglio 2020

Come sarebbe comodo ignorarlo, questo imbarazzante desiderio di essere amati che ci accomuna tutti (ricchi o poveri, sapienti o sprovveduti, giovani e meno giovani); come sarebbe (apparentemente) più facile la vita. Parte da questa provocazione, don Julián Carrón nel suo ultimo libro, Il brillìo degli occhi. Che cosa ci strappa dal nulla? (Milano, Editrice Nuovo Mondo, 2020, pagine 157, euro 4) per sottolineare la forza dirompente dei nostri desideri più veri, che riemergono tenaci, refrattari a ogni tentativo di censura o di anestesia.

Lo scrive a chiare lettere lo scrittore francese Michel Houellebecq in una lettera indirizzata a Bernard-Henry Lévy citata molte volte dall’autore del libro per la sua pacata franchezza: «Mi riesce penoso ammettere che ho provato sempre più spesso il desiderio di essere amato (…) Un minimo di riflessione mi convinceva (…) ogni volta dell’assurdità di tale sogno (…). Ma la riflessione non poteva farci niente, il desiderio persisteva e devo confessare che persiste tuttora». Una «malattia» di cui non ci si riesce a liberare. «Questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo detesto!» scriveva, a fine Ottocento, Friedrich Nietzsche, scambiando l’amore per una pericolosa forma di sentimentalismo. Spiace ammetterlo, ma nel modo con cui guardiamo il mondo spesso siamo fratelli della malinconico disincanto di Michel Houellebecq e figli del delirante nichilismo dell’autore della Gaia Scienza.

L’uomo moderno si sente perseguitato da questo desiderio di Bellezza e di bene come da un aguzzino «tetro e appassionato» come scrive Nietzsche, e si accontenta, spesso, di surrogati tristi, totalmente inadeguati a colmare l’ampiezza della sua domanda, ma a portata di mano.

I tentativi di riduzione e di mascheramento del desiderio sono continui e capillari, fa notare Luisa Muraro: «L’obiezione e l’inganno vengono con l’automoderazione: che ci accontentiamo di poco. L’inganno comincia quando cominciamo a sottovalutare l’enormità dei nostri bisogni e ci mettiamo a pensare che bisogna commisurarli alle nostre forze, che sono naturalmente limitate». Di conseguenza, ci conformiamo «a desideri finti come quelli della pubblicità, prendendo come traguardi dei risultati qualsiasi, non facciamo più i nostri veri interessi, non facciamo più quello che c’interessa veramente, non cerchiamo più la nostra convenienza» autentica; «in pratica, finisce che fatichiamo di più per guadagnare meno». Abbassiamo l’asticella del nostro desiderio, cercando di ingannare il nostro cuore. La minaccia più insidiosa del nostro tempo è proprio il misconoscimento della autentica statura del desiderio umano, ripete Carrón.

C. S. Lewis, con la consueta lucidità, mette in bocca questo concetto al giovane “apprendista diavolo” Berlicche in una delle sue celeberrime Lettere: «Le più profonde simpatie e i più profondi impulsi di qualsiasi uomo sono la materia prima, il punto di partenza, del quale il Nemico [Dio] lo ha fornito. Allontanarlo da essi è sempre un punto guadagnato; perfino in cose indifferenti è sempre desiderabile sostituire le misure del mondo, o della convenzione, o della moda, al posto di ciò che veramente piace o dispiace a un essere umano».

Questa è la tattica diabolica: allontanarci dai nostri impulsi più profondi, dai nostri desideri costitutivi, distraendoci; il verbo greco diabàllein, da cui deriva la parola “diavolo”, infatti significa separare. Ma la distrazione, usata da ogni potere per separarci da noi stessi, mostra la corda appena la realtà torna a scuoterci, come abbiamo visto in questi tempi di pandemia, bucando la bolla degli inganni consueti. Con la distrazione, per usare una frase del rapper Marracash, che sembra un epitaffio, «riempio il tempo, ma non il vuoto».

Ma il disagio che proviamo può diventare il nostro migliore alleato, un’occasione di risveglio; «l’unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale» scrive don Luigi Giussani in tanti dei suoi libri. Se qualsiasi circostanza è un’occasione preziosa per camminare, allora, davvero, Caro cardo salutis, la carne è il cardine della salvezza. Una frase di Tertulliano che può sembrare enigmatica, ma il suo significato si chiarisce appena guardiamo alla nostra esperienza: «Che cosa — se è capitato, quando è capitato — è stato in grado di strapparci dal nulla?» ci chiede Carron. Queste parole diventano comprensibili se pensiamo alla “carne” delle nostre giornate, degli impegni (apparentemente scialbi, o comunque sempre più o meno uguali) delle nostre agende. La presenza misteriosa dell’amore di Dio, che si palesa di colpo nelle circostanze più imprevedibili, invece, è come «un rito che proviene da una terra lontanissima» (Daniele Mencarelli); c’è bisogno dell’aiuto della letteratura per rendere più visibile e comprensibile l’itinerario del pensiero. Don Julián Carrón, per parlare della scandalosa realtà dell’incarnazione, della presenza di Dio nella realtà più normale e quotidiana, nel presente più opaco e ordinario, cita un passo del romanzo La casa degli sguardi dello scrittore romano, planando dai percorsi d’altura della ricerca accademica al livello delle domande semplici dell’uomo della strada, non necessariamente cristiano, domande scomode, che è facile “mettere nel cassetto” e censurare. Per mettere, davvero, alla prova la “pretesa” del cristianesimo, Carrón non esita ad affondare il bisturi della sua indagine nella ferita più dolorosa, il mistero della sofferenza e del male, nervo scoperto e punto debole di ogni teodicea che si basa solo su sillogismi astratti.

Ecco il motivo della citazione da La casa degli sguardi: non una decorazione accessoria, ma un punto di contatto con l’“io” di chiunque legga il libro. Un gancio per l’attenzione dei non addetti ai lavori, ma anche una scossa all’abitudine con cui spesso chi vive il cristianesimo dà per scontate parole urticanti, sconvolgenti nella loro portata di novità e di cambiamento.

Nel suo libro, Mencarelli racconta un’esperienza che ha vissuto in prima persona. Durante un’ordinaria giornata di lavoro in ospedale, vede un’immagine inspiegabile, disturbante, che non riesce a togliersi dalla mente: un’anziana suora che bacia il volto di un neonato sfigurato dalla malattia. Il piccolo ride felice tra le braccia dei suoi genitori, che chiaccherano con la suora, e questo rende, paradossalmente, questo quadretto familiare ancora più assurdo. Una recita ben orchestrata per simulare un’impossibile serenità, si chiede lo scrittore, o forse «un rito che proviene da una terra lontanissima» di cui si è perso il significato, qualcosa di arcaico e contemporaneo al tempo stesso, il bagliore di una gioia «aliena» impossibile da spiegare, proveniente da una sorgente misteriosa. «Questa cara gioia sopra la quale ogni virtù si fonda onde ti venne?» chiede Dante in un passo celeberrimo della sua Commedia, un condensato di teologia in poche sillabe. Non siamo noi a scegliere la modalità dell’irruzione di questa «presenza aliena» nella nostra vita. Lo scrittore — scrive Carrón — ha cercato di spiegare, di ricondurre al noto, al prevedibile, al comprensibile, l’eccezionalità che aveva visto, che aveva invaso i suoi occhi («qualcosa di umano e al tempo stesso straniero») che l’aveva attirato, e in un certo senso, «inchiodato». Quante volte — continua l’autore del libro — cerchiamo ostinatamente di ridurre la diversità che vediamo a una nostra misura! L’uomo è talmente attaccato al sistema e alla deduzione astratta che sarebbe pronto ad alterare premeditatamente la verità, e pronto «a non vedere vedendo e non udire udendo, pur di giustificare la propria logica» (stavolta la citazione proviene dal Dostoevskij di Memorie dal sottosuolo).

«Che cosa ha calamitato Mencarelli? Una diversità umana. Davanti al volto completamente sfigurato di quel bambino, la suora non si è ritratta, ha anzi avuto per lui una tenerezza, una simpatia profonda, vertiginosa, carnale, una simpatia nel senso intenso del termine, un vortice di affezione, che aveva qualcosa di così abissalmente umano da apparire più che umano, straniero, divino. A chi non piacerebbe essere guardato con quella tenerezza con cui la suora ha guardato quel bimbo?». Carrón interpella direttamente il lettore, certo che «nulla di ciò che l’uomo crea o di ciò che rimane sul piano dell’uomo potrà strappare l’uomo alla sua solitudine, come scrive Henri de Lubac — la solitudine, anzi, si accrescerà sempre di più man mano che egli scopre se stesso, perché essa non è altro che il contrario della comunione alla quale egli è chiamato».

di Silvia Guidi