· Città del Vaticano ·

L’angoscia e la magia dell’attesa

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«Il deserto dei tartari» di Dino Buzzati nella lettura di Jorge Luis Borges

09 luglio 2020

Nel 1985 l’editrice Hyspaméria di Buenos Aires avviò la pubblicazione della Biblioteca personal di Jorge Louis Borges. Nelle intenzioni dello scrittore argentino dovevano essere cento libri ma la sua morte avvenuta un anno dopo impedì che l’opera si completasse e la serie si fermò alla cifra di 64 volumi. In questa collezione di lusso, Il deserto dei tartari, di cui ricorrono i quarant’anni della pubblicazione (per Rizzoli, nella collana «Il sofà delle muse» diretta da Leo Longanesi), figura tra i primi sei titoli. 

Scrive Borges nel prologo, spiegando le ragioni delle sue scelte, di aver tenuto conto soprattutto «del piacere del lettore» (cito dall’edizione Biblioteca personal, Alianza Editorial, Madrid, 1988). A guidarlo era stato solo il suo fiuto «di lettore sensibile e riconoscente» che della lettura, prima ancora che della scrittura, aveva fatto il suo motivo di orgoglio e la ragione della sua fierezza; come egli stesso ebbe a dire una volta: «Che gli altri si vantino dei libri che hanno scritto, io mi vanterò di quelli che ho letto». Dopo essersi assicurato in questo modo il patto con il lettore, sempre nel prologo, Borges passa a descrivere come avviene l’incontro tra un libro e chi lo legge: «Un libro — scrive — è una cosa tra le cose, un volume perso tra i volumi che popolano l’universo indifferente» e questo fino a quando non trova il suo lettore ovvero «l’uomo destinato ai suoi simboli».

La lettura è proprio in questo incontro, nell’avvertire che quel libro è fatto per noi. In realtà non siamo noi a leggere il libro, ma è il libro a leggerci, a scoprirci, a decifrarci. Borges parla dell’«emozione» che produce in noi questo momento, e lo definisce come «un meraviglioso mistero che né la psicologia né la retorica riescono a spiegare». 

L’auspicio, posto a conclusione, della premessa: «Spero che tu sia il lettore che questo libro ha atteso», forse più che alle altre opere della selezione, è quello che meglio si adatta a Il deserto dei tartari, sesto volume della Biblioteca personal di Borges. Forse perché in esso si fa riferimento a due parole chiave del romanzo, che lo definiscono perfettamente, «il libro dell’attesa». Ed è interessante a questo punto seguire la lettura che ne fa Borges in un secondo prologo che precede il romanzo nella collana progettata dell’editrice argentina. Innanzitutto lo definisce un «classico», cosa non facile quando si tratta di autori contemporanei: «Sono troppi — scrive — e il tempo non ha ancora rivelato la sua antologia».

Poi ne tratteggia la biografia: «Buzzati nasce nel 1906 nell’antica città di Belluno, in Veneto e vicino al confine austriaco. Era un giornalista e in seguito si dedicò alla letteratura fantastica. Il suo primo libro, Bàrnabo delle montagne, risale al 1933; l’ultimo, I miracoli di Val Morel, al 1971, un anno prima della sua morte». Per quanto riguarda le sue ascendenze letterarie Borges riporta che «l’influenza di Poe e del romanzo gotico erano state da lui stesso dichiarate», mentre altri per lui «hanno parlato di Kafka».

Naturalmente questi due modelli non sono in conflitto tra di loro, perché dunque, si chiede, «senza alcun pregiudizio per Buzzati, non accettare entrambi gli illustri maestri?».

Poi l’autore de La biblioteca di Babele parla della produzione del prosatore bellunese, sottolineando due elementi in particolare, da una parte il realismo magico e dall’altra l’angosciosa dimensione esistenziale: «La sua vasta opera, non di rado allegorica, emana angoscia e magia».

In questo modo lo scrittore argentino mette in evidenza due fattori che influenzano decisamente anche l’atmosfera de Il deserto dei tartari. Questo libro, spiega Borges sempre nel prologo, «che è forse il suo capolavoro e che ha ispirato un bellissimo film di Valerio Zurlini, è governato dal metodo della procrastinazione indefinita e quasi infinita, cara agli eleati».

Siamo così giunti alla definizione di quella che è la legge che governa il romanzo di Buzzati, secondo Borges la postergación, il rinvio infinito, in un gioco di rimandi che ricorda la scuola di Elea e il paradosso di Zenone di Achille e della tartaruga, che rende impossibile il movimento mentre attesta che l’infinita divisibilità equivale all’indivisibilità del tutto.

Anche il capolavoro di Buzzati è permeato di questa immobilità e del fatto che il movimento è solo illusione. In esso infatti non accade niente e quante volte appare illusorio agli stessi soldati della fortezza Bastiani anche il movimento dei barbari lungo confine... Eppure, continua Borges, a differenza di Kafka, anche lui un maestro della proroga e del differimento, a prevalere non è il tono, tipico delle narrazioni dello scrittore praghese, «volutamente grigio e mediocre, che ha il sapore della burocrazia e della noia».

Questo non è il caso del romanzo di Buzzati. Qui, scrive Borges, «c’è una vigilia, che è quella di una grande battaglia, temuta e attesa». In questa prospettiva l’apparente scorrere monotono e uguale del tempo trova un suo orientamento e un suo senso proprio nella preparazione all’evento.

Per questo motivo il libro, proprio mentre descrive un nulla di avvenimenti, è sottratto alla legge della noia e inserito in una dimensione più grande, da cui trae la sua giustificazione, che è quella l’attesa.  Il deserto dei tartari è infatti per Borges come una grande «veglia», i turni di guardia dei soldati, le loro vigiliae sugli spalti della fortezza sul confine più lontano, non fanno altro che scandire i  momenti di questa preparazione e non ne sono che una metafora. «In tal modo Buzzati, in queste pagine, riporta il romanzo all’epopea, che ne fu la fonte», spiega Borges, rilevando la contraddizione, l’ossimoro, che anima e tiene vivo tutto il romanzo e non lo consegna a nessuna deriva nichilistica ma lo agita con l’attesa di un senso: «Il deserto è reale ed è simbolico. È vuoto eppure l’eroe aspetta la folla».

di Lucio Coco