· Città del Vaticano ·

In fuga a bordo di «o’ rinoceronte»

Un particolare della copertina del libro «Non esistono posti lontani»

Un’umanità sconvolta dal terrore nell’ultimo romanzo di Franco Faggiani

08 luglio 2020

Un lungo racconto sull’Italia del 1944, su un’umanità sconvolta dal terrore, ma pure sul traffico delle opere d’arte trafugate e scomparse dal Paese durante il secondo conflitto mondiale. Questo e altro è Non esistono posti lontani (Roma, Fazi Editore, 2020, pagine 288, euro 18), l’ultimo romanzo del giornalista e scrittore Franco Faggiani, in libreria da giovedì 9 luglio.

Filippo Maria Cavalcanti, narratore e protagonista principale della storia, è un archeologo romano di settantadue anni. Oppostosi al partito fascista, viene trasferito dal ministero dell’Educazione nazionale di cui è dipendente a Bressanone per supervisionare gli imballaggi di un carico di tesori artistici — tra dipinti, sculture e sarcofaghi — diretti nella Germania del Terzo Reich. Nel corso del freddo soggiorno in terra sudtirolese, Filippo si imbatte all’improvviso nel giovane ischitano Quintino, confinato pure lui in Alto Adige.

Entrambi, a bordo di un camion, «o’ rinoceronte» per la precisione, intraprendono, così, un avventuroso e pericoloso viaggio, con lo scopo di riuscire in una vera e propria impresa: scappare al sud e portare al sicuro tutti i preziosissimi beni delle gallerie e pinacoteche italiane, preda delle razzie dei nazisti (e, come si scoprirà, anche di quelle degli Alleati).

Ancora una volta, dunque, l’autore de La manutenzione dei sensi (Fazi, 2018) e Il guardiano della collina dei ciliegi (Fazi, 2019), traccia un itinerario della natura che fa tappa davanti ai grandi temi dell’esistenza e, nondimeno, attraversa la Storia coi suoi tragici eventi e la quotidianità trasformata in caos. Oltre al linguaggio scorrevole, alla suspense che costantemente accompagna il lettore insieme a una immancabile e piacevole ironia tra le pagine e le righe, nel libro di Faggiani ci sono, infatti, due vite solitarie che s’incontrano e che forse, per la prima volta, si trovano dinanzi alla scelta di agire, sfuggendo all’ignavia e all’indifferenza.

Se per il povero Quintino, la cui vita è fatta perlopiù di stenti e abusi, è semplice optare per l’intraprendenza e l’azione, maggiormente ponderata è, invece, la decisione del borghese Filippo («Anche la mia presa di posizione antifascista non era stata nient’altro che un’opposizione minima, un fatto d’orgoglio personale, che non aveva niente a che vedere con le ideologie, la ribellione e la strenua difesa del bene comune» rivela il protagonista). Decisione che, alla fine, vira per il sì, per affrontare con coraggio i rischi del ritorno a Roma, rinunciando alla sicura salvezza offerta dalla Svizzera, in nome di principi improntati non all’egoismo ma al bene della collettività.

Nell’opera c’è pertanto una profonda riflessione antropologica e di conseguenza politica sul divario sociale, a partire dalle forme linguistiche utilizzate (Quintino si rivolge all’anziano archeologo col «voi» in segno di rispetto; Filippo è a suo agio quando usa il «lei») sugli ideali traditi e disattesi di certe classi rispetto ad altre, sulla distanza generazionale che contrappone un uomo integro, tutto d’un pezzo a un ragazzo abituato a sopravvivere ma non per questo privo di valori, sullo scorrere inesorabile del tempo (bello il richiamo che viene fatto a Giovanni Drogo de Il deserto dei tartari). E poi emerge pure, in maniera dirompente, il tema-cuore dell’intera vicenda: il rapporto d’amicizia tra i due personaggi, che è quasi un rapporto tra padre e figlio, fatto di stima e rispetto reciproci («L’amicizia aveva di nuovo un buon sapore»).

Tutti questi spunti narrativi, come si accennava, sono calati nell’ampia, suggestiva e precisa descrizione della natura, protagonista, al pari di Filippo e Quintino, del romanzo. Le campagne, tra contadini e pescatori ridotti alla fame, le colline dalla cui cima «si parla con Dio e si vede il mondo», le borgate deserte, i boschi di castagni e le faggete immense e il canto degli uccelli danno ritmo alla storia e rappresentano anche il contraltare di «un mondo che ancora una volta mi apparve vuoto, desolato e soprattutto fragile, dove ogni cosa si sarebbe potuta sgretolare dandole un piccolo calcio».

Le immagini contrapposte di una natura ostinata, forte e rigogliosa e quelle delle persone rese poverissime dalla guerra, apatiche e smarrite fanno tornare alla mente il mondo raccontato nei capolavori di Elsa Morante e Alberto Moravia che, proprio nel 1944, lasciarono il loro rifugio di fortuna, nel villaggio di Fondi, in provincia di Latina, per tornare a Roma. Per cui non sembra affatto un caso che Faggiani un esplicito richiamo a Moravia lo realizzi: Filippo acquisterà e leggerà Gli indifferenti («Avevo sentito dire che quel giovane autore romano aveva cominciato a scriverlo a Bressanone e perciò me lo immaginavo a passeggio lungo le rive del fiume Isarco, o seduto sulla mia panchina ai giardini di Rapp»), per la cui stesura il suo grande autore rimase influenzato dalla cittadina altoatesina, dove soggiornò nel 1925 per curare la tubercolosi ossea.

Non esistono posti lontani è insomma un viaggio da nord a sud Italia, caratterizzato dall’incontro con partigiani, fascisti, nazisti, monaci, boscaioli e pastori transumanti, gente comune; un viaggio alla ricerca di se stessi (Filippo, che è appunto un archeologo, stavolta la vanga la utilizza per scavare nel proprio passato) e del tempo perduto che lascia spazio alla speranza («Il coraggio può servire in ogni momento e a qualsiasi età; anzi, da vecchi serve assai. Perciò, non chiudete mai niente a chiave. Pensate alla gente che abbiamo incontrato, quanto coraggio gli serve a vivere così. Perché tiene una speranza, perché arriveranno i tempi buoni, comunque migliori di quelli di adesso. Pensate pure al coraggio che abbiamo messo in quello che stiamo facendo. Il nostro viaggio vi sembra una passeggiata?», dice l’ischitano).

Il finale è emozionante, e conferma, come una vibrazione in mezzo al silenzio, quel senso di rinascita e libertà a cui, nonostante la ferocia della guerra, tendono Filippo e Quintino.

di Enrica Riera