· Città del Vaticano ·

In carcere con Filosofia

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A colloquio con Anna Maria Corradini, presidente di Eutopia

15 luglio 2020

Sono diverse le figure che vivono nel carcere e si spendono per migliorare la vita dei detenuti, costruire ponti verso l’esterno e preparare il terreno per l’eventuale reinserimento nella società. Il cappellano, lo psicologo, l’educatore, il volontario che si occupa di mantenere vivi i rapporti con i familiari e tutte le persone che scelgono di condividere il proprio percorso di vita e di aiutare coloro che hanno sbagliato e sono stati privati della libertà.

Tra questi c’è chi ha scelto un approccio diverso, fondato sul dialogo con il detenuto (ma l’esperienza riguarda anche educatori, agenti di Polizia penitenziaria e personale amministrativo) per ridare un senso alla sua esistenza e ricollocarla nel rapporto con gli altri. Si tratta del consulente filosofico, una figura che «proprio attraverso il dialogo, deve rispondere alle domande quotidiane che la vita pone. Si rivolge al singolo nella sua relazione con il mondo, non per capire la persona, ma la cosa che ha creato l’inciampo o che ancora crea difficoltà nell’esistenza; deve sottoporre alla riflessione cosciente quei presupposti inconsapevoli del pensare che condizionano comportamenti ripetitivi e imitativi. I suoi obiettivi (la comprensione, la conoscenza e la chiarificazione), se raggiunti e vissuti autenticamente, possono essere in grado di cambiare o semplicemente migliorare la persona, proprio perché mirano a far modificare l’atteggiamento verso le cose».

Anna Maria Corradini, è la presidente di Eutopia e ha introdotto per la prima volta uno sportello di consulenza filosofica negli istituti di pena del Triveneto della Toscana e dell’Umbria perché consapevole che le scienze formali dimostrano, le scienze naturali sperimentano, le scienze umane, filosofia prima di tutte, argomentano. Docente di Storia e Filosofia nelle scuole secondarie per oltre trent’anni, ha potuto leggere, attraverso il contatto diretto con gli studenti, le trasformazioni culturali di questi ultimi anni e il diverso rapporto che le nuove generazioni hanno instaurato con la società.

Ma dopo ben Mille ore in carcere (il titolo del suo libro, edito da Diogene Multimedia), ha deciso di portare la “sua materia” al di là del muro. Come? «Lavoriamo per mettere ordine al pensiero di chi ci sta di fronte attraverso un dialogo, sul modello di quello socratico. Nel senso che non si arriva ad una soluzione unica condivisa» ci spiega, e sottolinea che: «Il pensiero delle persone che incontriamo in carcere spesso non è strutturato, poco organizzato, il più delle volte confuso. Noi cerchiamo di dargli un ordine e questo non è un lavoro facile perché trova molte resistenze e tanti alibi. La ricostruzione del pensiero — sottolinea Corradini — tende all’autenticità».

La Presidente di Eutopia tiene a precisare che il consulente filosofico non imbastisce dibattiti che abbiano fondamenti logici ed efficacia retorica, «piuttosto ascoltiamo, dialoghiamo, senza approvazione, né biasimo rispetto a quello che dicono, rispettando l’individuo». Riuscire a vivere (mille ore, appunto) oltre le sbarre ha consentito alla docente di ritrovare agganci con un mondo separato.

Con una scrittura godibile e uno stile personale, racconta il suo percorso e la prospettiva “dall’interno” ci offre un punto di vista privilegiato sui detenuti e sulla realtà del carcere, un luogo che segue regole complesse, molte volte crudeli.

«Le persone detenute sono le più diverse: l’analfabeta e il laureato, l’imprenditore e il disoccupato, l’italiano e lo straniero; s’incontrano culture e religioni spesso in conflitto: tutte ristrette, mescolate in un affollatissimo albergo in cui le stanze sono, a volte, assegnate a caso. E si conoscono da vicino anche i reati più diversi, si toccano con mano — rivela Corradini —. È un mondo crudo, sospeso, nel quale tutti i differenti modi di essere s’incontrano e scontrano. C’è uno scontro su tutto: con il vicino di camera, con le istituzioni, perfino con la propria stessa esistenza».

Quanto al suo rapporto con gli ospiti, racconta: «Ho dialogato con colpevoli di omicidio, violenza domestica, stalking, rapine a mano armata, corruzione, bancarotta, agguati, traffico di droga e spaccio, contraffazione, estorsione, aggressioni. Reati meditati, o frutto di consueti modi di vivere, reati che sconvolgono famiglie intere, perché imprevisti, o reati che fanno parte della tradizione familiare».

Ma come riesce ad osservare l’ambiente carcerario il consulente filosofico? «Entrata in carcere ho percepito, senza poterla o volerla definire nell’immediato, la vicinanza nella distanza tra il dentro e il fuori le mura. Una vicinanza che un muro allontana e isola in una distanza invisibile ai più; isolamento che può, a mio avviso, moltiplicare in modo altrettanto invisibile grandi problemi di natura culturale, sociale, ambientale» risponde Corradini. «In carcere sono ristretti i cattivi, chiusi in uno spazio sistema, escluso al divenire apparentemente ordinato della gente per bene che è fuori, libera in un altro spazio sistema. Una piccola polis in cui vivono persone provenienti da culture diverse e che hanno offeso, alle volte anche pesantemente perché considerata nemica, quella società da cui provengono, in cui vivevano e di cui hanno assorbito, anche inconsapevolmente, la cultura con tutte le sue contraddizioni».

In questa polis, secondo la professoressa di Eutopia, la consulenza filosofica accende una lampadina e fa vedere cose che prima erano nascoste in un angolo. «Proprio questo è stato uno dei primi feedback di ringraziamento che ho ricevuto: “Grazie, perché lei ci ha fatto vedere questo”. Spesso succede di sentirsi dire: “Non so cosa è successo, mi ha creato confusione, pensavo di essere così sicuro!”. Ringraziano e, chiedendo di tornare per un altro incontro, mi stringono la mano. Vogliono sempre stringere la mano, perché è un segno forte di riconoscimento per quel che si sta facendo assieme. Quelle strette di mano non le dimenticherò mai».

di Davide Dionisi