· Città del Vaticano ·

Il passaporto, il libro più bello del mondo

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Webinar di «La Civiltà Cattolica» e Georgetown University

10 luglio 2020

«Ho il passaporto: il libro più bello del mondo». Così scriveva Hannah Arendt, dopo aver ricevuto (nel 1951) la cittadinanza statunitense. Lei, che comunque non si sentiva americana, aveva ben chiaro cosa significasse non appartenere a nessuna collettività politica. «Ci è stato amichevolmente ricordato che il nuovo paese sarebbe diventato una nuova casa; poi, dopo quattro settimane in Francia o sei settimane in America, si è preteso che fossimo o francesi o americani», scriveva la filosofa ebrea nelle sue riflessioni del 1943, intitolate Noi profughi. Non era una questione di tempo; di settimane, di mesi o di anni. Nel rigettare il termine stesso di “profugo” (a favore, a suo parere, del più corretto “immigrato” o, ancora meglio, “nuovo arrivato”) Arendt centrava il punto della questione così come si sarebbe posta quasi ottanta anni dopo.

Oggi nel mondo ci sono 10 milioni di apolidi, in gran parte rifugiati. Se nel passato le difficoltà dei “senza passaporto” erano legate soprattutto all’impossibilità di avere una cittadinanza, oggi la questione è ben più articolata, andando inevitabilmente a toccare la definizione stessa di Stato. «La cittadinanza andrebbe considerata come fenomeno — spiega il sociologo Giovanni Moro — come punto di osservazione della realtà. Un fenomeno complesso. E dinamico». Non si può affrontare il tema con le categorie concettuali e giuridiche proprie degli Stati nazionali, così come concepite a partire dal XVI secolo e aggiornate nel XX. Bisogna andare oltre, in qualche modo. Intanto cominciando a parlarne. «La Civiltà Cattolica» e la Georgetown University, nell’ambito del ciclo di incontri sulle «Questioni di civiltà», che si terrà per tutto il 2020, hanno organizzato un webinar dedicato al «Futuro della cittadinanza». Oltre allo stesso Moro, vi hanno partecipato il direttore del periodico, padre Antonio Spadaro, Debora Tonelli, rappresentante a Roma della Georgetown University, Angela Taraborrelli, docente di filosofia politica presso l’Università di Cagliari, e lo storico Rupert Graf Strachtwitz. «Il paradigma novecentesco della cittadinanza — ha spiegato ancora Moro — è un modello canonico, legato a un concetto di appartenenza essenzialmente nazionale». Gli elementi classici della cittadinanza, secondo il sociologo, sono tre: l’appartenenza, appunto, i diritti e i doveri ad essa legati e la partecipazione alla definizione delle regole della comunità politica. «Questo modello non funziona più. Basti pensare alle questioni legate alle migrazioni, alla perdita dei poteri degli Stati a favore delle organizzazioni sovranazionali, alla stessa confusione di identità nazionali. La cittadinanza è in corso di trasformazione, anche se al momento non sono stati trovati modelli alternativi». In questo scenario, il confronto su ius soli e ius sanguinis rischia di apparire come una sterile battaglia di retroguardia. Gli orizzonti sono cambiati. Sembrano non bastare più neanche i richiami al diritto naturale. Né risolve, ovviamente, proclamarsi sic et simpliciter, “cittadini del mondo”. Serve altro. Padre Spadaro ha suggerito come spunto di riflessione il Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi. È la matrice sulla quale agire, un concetto di fratellanza che sembra avere la sua naturale evoluzione in quello di moderna cittadinanza, ha ricordato il gesuita. Compito degli scienziati è tradurlo in pratica. Angela Taraborrelli ha illustrato cosa si intende, per esempio, per “cittadinanza cosmopolita”: un insieme di pochi diritti fondamentali che coesistono con la cittadinanza nazionale. Sebbene infatti il giurista Hans Kelsen ritenesse quest’ultima un istituto non necessario allo Stato e il politologo canadese Joseph Carens si spinge a ritenerla addirittura un “privilegio feudale”, risulta ancora impensabile, ad oggi, superare tutte le ricadute pratiche della sua negazione. Come spesso accade, la soluzione riposa nelle intime aspirazioni umane: «In fondo — ha affermato ancora Taraborrelli — si dovrebbe anche parlare di cittadinanza morale: sentirsi “cittadini del mondo”, sentire di avere dei doveri anche nei confronti di chi non fa parte della nostra comunità». Difficile a farsi. «Bisogna tenere a mente che al centro della cultura europea — ha ricordato Graf Strachtwitz — c’è sempre l’uomo con la sua individualità irreversibile. Non è solo un pensiero etico ma anche una tradizione politica, accanto al concetto della responsabilità dello Stato per la protezione dei propri cittadini. Ma oggi le cose stanno cambiando. Ci sono sempre più persone con più passaporti, così come la stessa cittadinanza talvolta ha una dimensione localista (come in Germania o anche in Italia) o sovranazionale, o addirittura esprime un’appartenenza a una collettività diversa, a gruppi della società civile (i giovani si sentono membri, per dire, di Friday for future piuttosto che di una collettività nazionale), a una comunità religiosa (vediamo cosa accade con l’islam). In questo processo, difficile, le religioni hanno un’importanza fondamentale. Una cosa è certa: ormai nessuno dei nostri problemi si può risolvere all’interno dei confini nazionali». Insomma, che lo si voglia o no, come dimostra anche l’attuale pandemia, siamo tutti fratelli di sventura. Che lo si diventi anche di ventura, come sempre, dipende solo da noi.

di Marco Bellizi