· Città del Vaticano ·

Approvata una legge che modifica la bandiera

Il Mississippi abbandona i simboli confederati

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01 luglio 2020

Svolta storica in Mississippi: il governatore Tate Reeves, repubblicano, ha firmato la legge che cancella i simboli confederati dalla storica bandiera dello Stato. Era l’unica bandiera in Usa in cui figuravano gli emblemi di un passato razzista e legato all’oppressione dell’epoca della schiavitù. «Questo è un nuovo giorno per il Mississippi» esultano i promotori della legge. «Questo non è un momento politico per me, ma un'occasione solenne per guidare la nostra famiglia del Mississippi verso l'unità, per riconciliare e andare avanti» ha dichiarato Reeves in una nota, dopo il via libera del parlamento dello Stato alla legge per cambiare la bandiera con la croce blu dei soldati confederati.

I critici chiedevano da decenni di cambiare la bandiera ma a fare la differenza è stato il movimento contro il razzismo mobilitato dopo l'uccisione dell'afroamericano George Floyd da parte di un agente bianco a Minneapolis.

Come detto, il Mississippi era l'unico stato americano ad avere sulla propria bandiera l'emblema della Confederazione (sfondo rosso, croce diagonale blu con piccole stelle bianche) che rappresentava gli Stati del sud, contrari all'abolizione della schiavitù, durante la Guerra Civile (1861-1865). La Georgia, con la sua lunga storia di segregazione, ha abbandonato questo simbolo nel 2003.

Intanto, a Minneapolis il giudice ha fissato ieri all’8 marzo del 2021 l’inizio del processo ai quattro ex poliziotti coinvolti nella morte di Floyd. Derek Chauvin, l’ex agente che ha soffocato l’uomo stringendogli il collo con un ginocchio, rischia fino a 40 anni di carcere. Il magistrato ha quindi invitato le parti a non commentare più la vicenda sui media, ammonendo sul rischio di trasferire il provvedimento altrove.

Prosegue nel frattempo l’offensiva dei social media contro i contenuti d’odio e razzisti, dopo le polemiche e il boicottaggio (l’ultima a sospendere la pubblicità è Ford) che hanno investito Facebook, Instagram, Twitter e YouTube. Mentre piattaforme come Reddit e Twitch hanno deciso di censurare il presidente Donald Trump e alcuni gruppi dei suoi sostenitori, YouTube ha annunciato di aver oscurato alcuni canali gestiti da personalità di alto profilo del mondo del suprematismo bianco, tra cui quelli dell’ex leader del Ku Klux Klan David Duke, l’estremista che in passato ha ammesso di aver votato per Trump. Rimossi anche i canali dello scrittore canadese di estrema destra Stefan Molyneux e quello mensile online American Reinassance gestito dal giornalista americano dichiaratamente suprematista Jared Taylor.

Nuove violenze, nel frattempo, si segnalano a Seattle, in quella che oramai è diventata una “terra di nessuno”, cioè l’area dove si trovano da giorni centinaia di manifestanti antirazzisti accampati per protestare contro il razzismo.

Stavolta a rimanere a terra due teenager, uno di 16 e uno di 14 anni: il primo non ce l’ha fatta ed è morto subito dopo il ricovero, l’amico versa in gravi condizioni. Ancora poco chiari i motivi della sparatoria, la quarta in dieci giorni, per un bilancio complessivo che comprende altri quattro feriti e un altro teenager ucciso, un ragazzo di 19 anni. Una situazione che sta sfuggendo di mano alle autorità locali che finora, nel solco della tradizione di una delle città più liberali d’America, hanno tollerato la presenza del campo autogestito dagli attivisti di Black Live Matter e di altre organizzazioni, messo in piedi nei primi giorni delle proteste per la morte di Floyd.

Più volte invece su Twitter il presidente Trump ha sfogato la sua rabbia contro i manifestanti dell’area, definiti «vandali, anarchici, agitatori», e contro i vertici della città di Seattle e dello stato di Washington, rei per il presidente di non fare nulla per porre fine a una situazione giudicata pericolosa e indecorosa. «Quando è troppo è troppo» ha dichiarato anche il capo della polizia locale, Carmen Best, afroamericana, lasciando presagire che lo sgombero dell’area potrebbe essere imminente, nonostante i rischi di provocare tafferugli, se non di scatenare una vera e propria rivolta.

Va detto che nelle ultime ore il numero dei manifestanti si è dimezzato. In tanti hanno lasciato per paura dopo i numerosi episodi di violenza, quasi tutti non legati alle proteste, ma più che — affermano fonti di stampa — altro frutto della mancanza di vigilanza che lascia spazio anche all’azione di gang e criminali comuni. E potrebbe non avere a che fare niente con le proteste e con la politica anche l’ultimo grave episodio. I testimoni raccontano di una Jeep bianca che verso le tre del mattino si è avvicinata alle barriere di cemento che delimitano l’area. A quel punto da un gruppo di persone non identificate sarebbero partiti verso il Suv diversi colpi di arma da fuoco: nel video delle telecamere di sorveglianza si odono almeno 19 spari, con il fuggi fuggi generale delle persone ancora sveglie a quell’ora.