· Città del Vaticano ·

Il giardino segreto di Lovejoy

Particolare dalla copertina

Solitudine e mani tese in «Nella città una rosa» di Rumer Godden

01 luglio 2020

Chi ha rubato la terra dai giardini pubblici vicini a Catford Street nella Londra degli anni Cinquanta? L’arcigna miss Angela è sicura che i colpevoli siano i ragazzini della banda del quartiere, mentre sua sorella Olivia — che non è d’accordo — si chiede piuttosto perché ai bambini della zona sia proibito l’accesso ai giardini: non meritano anche loro di godersi quel poco di verde che spunta nel grigio della città ancora segnata dalla guerra?

Un furto apre Nella città una rosa (An Episode of Sparros, 1946), l’ultimo romanzo di Rumer Godden proposto al pubblico italiano (nella traduzione di Marta Barone; Milano, 2020, pagine 416, euro 16) da Bompiani, che prosegue nella meritoria opera di far conoscere la scrittrice inglese molto nota in ambito anglosassone. E un furto di ben altra natura parrebbe segnare anche la vita della protagonista, la piccola Lovejoy Mason, bambina solitaria, intraprendente e senza famiglia, curata negli abiti (perché così le è stato insegnato) e ladra («non rubava né soldi né oggetti di valore: sapeva che rubare il denaro è una brutta cosa; nessuno le aveva detto che i gelati e i fumetti sono denaro»).

Un giorno per strada la bambina sottrae una bustina di semi di fiordaliso, bottino che da assolutamente casuale diventa la ragione di vita di una dodicenne costretta a misurarsi con l’essere «un di più appiccicato lì». La madre cantante, infatti, l’ha abbandonata a pensione da mrs Combie, moglie di un ristoratore sull’orlo del fallimento. E così Lovejoy, bambina dal nome troppo pesante per chiunque, impara subito a sentirsi fuori posto.

Dar vita a un giardino segreto, cioè alla meravigliosa possibilità di creare qualcosa in mezzo a tanta distruzione, diventa l’ossessione di Lovejoy. Quella che dà senso ai suoi giorni, che colma le mancanze esistenziali («La sera quando andava a letto non rimaneva sveglia nel buio a sentire il vuoto; pensava al giardino, ai semi, ai colori promessi»).

La distruzione non è solo quella imposta dalla guerra; è, più in generale, quella causata dal comportamento degli adulti — “bulli” ben più crudeli della banda di ragazzini di cui Lovejoy è vittima. È ostinata questa bambina dalla solitudine straziante; insegue il suo sogno trascurando tante cose, ma è capace di dare una direzione alla rabbia che sente. Anche perché qualcuno le tende inaspettatamente la mano.

In La bambina selvaggia (1972, Bompiani 2017) la protagonista Kizzy, mezza irlandese e mezza gitana, anch’ella senza famiglia, costretta a sottomettersi alle regole di una società che la respinge, viene salvata da miss Olivia Brooke. Anche Lovejoy avrà la sua Olivia: la dodicenne, infatti, trova speranza in una donna che, pur essendo di quel mondo che la rifiuta parte integrante, è però in grado di vederne i limiti, dando così un altro significato a molte cose.

Miss Olivia che ha sempre avuto paura di tutto, così inerte e apatica da risultare distantissima dalla prospettiva di Lovejoy, miss Olivia che però sa farsi le domande giuste. Specie se relative ai bambini di strada, a quei «bambini che venivano lasciati soli», che sua sorella disprezza e che lei invece ritiene «veri», più veri degli adulti; «sapeva che erano vitali; se fossi con loro saresti viva, pensava Olivia». Sarà il suo sguardo e la sua decisione finale a offrire alla bambina una via di uscita nella vita.

Nata nel Sussex nel 1907, Rumer Godden trascorse un’infanzia libera e spensierata e gran parte della sua vita in India, dove aprì una scuola di danza per bambini inglesi e indiani. Nel 1949 tornò a vivere in Inghilterra, rimanendovi fino alla morte, avvenuta nel 1998. Scrittrice amata, saggista, autrice di opere teatrali, poesie e romanzi per adulti e ragazzi, nel corso della sua vita complessa (da bambina sopravvisse a una caduta che le lesionò gravemente la spina dorsale, e da adulta a un tentativo di avvelenamento e alla morte di un figlio) Godden si è sempre sentita un po’ fuori posto. Anche per questo, forse, è stata capace di raccontare così bene la solitudine e il senso di estraneità.

Una solitudine e un senso di estraneità che però possono incrinarsi. «Un di più appiccicato lì» può trovare il suo posto nel mondo. L’amicizia, anche la più improbabile, apre scenari impensati.

di Silvia Gusmano