· Città del Vaticano ·

Il dialogo tra Dio e il suo popolo

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Nella liturgia della Parola

11 luglio 2020

Mentre insufflava l’alito di vita in Adamo, appena plasmato dalla polvere del suolo, Dio già pregustava la gioia del dialogo d’amore con lui. La comunione tra loro, liberamente decisa dal Creatore, doveva essere corrisposta anche dall’opera delle sue mani, con pari libertà e amore.

Sappiamo che il dialogo ha subito una battuta d’arresto per colpa del “no” di Adamo ed Eva al supremo volere. Ma Dio non ha smesso di comunicare, in opere e parole, facendo giungere, in vari tempi e modi, la sua voce all’umanità, fino alla massima rivelazione e realizzazione «del mistero della sua volontà» (Ef 1, 9) con l’incarnazione del Verbo eterno. Lo esprime l’autore della lettera agli Ebrei, che inizia il suo scritto dicendo: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1, 1-2).

Dalla creazione alla ricreazione in Cristo scorre, dunque, una storia di parole dette da parte di Dio e di risposte date o non date da parte dell’uomo. La Bibbia è il deposito scritto di questo incessante dialogo tra Dio e l’umanità: da Abramo, esperto in ascolto obbediente della voce del cielo, al popolo di Israele, generato ai piedi del Sinai dall’alleanza scambiata a parole in vista di tradursi in condotta di vita, ai profeti e, via via, lungo i secoli, fino alla pienezza del tempo, quando il Verbo divino, facendosi uomo, per tutti gli uomini ha risposto pienamente amen all’eterno amen di Dio verso l’opera delle sue mani.

Il dialogo tra Dio e il popolo che si è acquistato a prezzo del sangue del Figlio è tuttora in atto e trova eccellente espressione nella celebrazione dell’Eucaristia: la liturgia della Parola tesse e ritesse, senza sosta, la comunione tra Dio e quanti ne praticano il volere, in Cristo, con Cristo e per Cristo.

Quando, nel popolo raccolto per celebrare la nuova alleanza, si apre il libro e si dà voce alle Scritture, queste cessano di essere racconto di fatti passati per divenire dialogo “attuale” tra Chi parla mediante le Scritture e quanti ne accolgono, ora e qui, il messaggio perenne. Ecco come si esprime la costituzione conciliare Dei Verbum: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra Liturgia, di nutrirsi del pane della vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo e di porgerlo ai fedeli» (n. 21). È qui riassunto un lungo discorso, che chiama in causa la realtà viva della Parola divina, che ha il suo ambito di attuazione nella celebrazione liturgica e il suo compimento nella vita dei credenti.

Scrive al riguardo san Cesario di Arles: «Io vi chiedo, miei fratelli e mie sorelle, di dirmi, cosa credete sia più importante: la parola di Dio o il corpo di Cristo? Se volete rispondere la verità, dovete certamente dirmi che la parola di Dio non è meno importante del corpo di Cristo. Infatti, come abbiamo cura, quando ci viene distribuito il corpo di Cristo, di non lasciar cadere nulla per terra, così dobbiamo avere la stessa cura per non lasciar sfuggire dal nostro cuore la parola di Dio che ci è rivolta, parlando e pensando ad altro. Poiché chi ascolta la parola di Dio con negligenza non sarà meno colpevole di colui che lascia cadere a terra, per negligenza, il corpo del Signore» (Sermo 78, 2).

Come le prime, anche l’ultima pagina della Bibbia si chiude con un dialogo che ha il sapore del linguaggio “eucaristico”: «Ecco, io vengo presto e ho con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine. Beati coloro che lavano le loro vesti per avere diritto all’albero della vita e, attraverso le porte, entrare nella città. (...) Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. E chi ascolta, ripeta: “Vieni!”. (...) Colui che attesta queste cose dice: “Sì, vengo presto!”. Amen. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia con tutti» (Ap 22, 12-21).

Il concilio Vaticano II ha voluto che i tesori della sacra Scrittura fossero elargiti con maggiore larghezza nella liturgia (cfr. Sacrosanctum concilium 51). E ciò a motivo dell’importanza e del valore della Parola di Dio pronunciata nell’assemblea eucaristica, secondo quanto affermato in Sacrosanctum concilium n. 7: «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della Messa sia nella persona del ministro (...), sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei Sacramenti (...). È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura». Da qui la scelta di adottare nella liturgia la lingua viva, comprensibile a chi ascolta, e di rivedere la distribuzione dei testi biblici da leggere nella messa, il cui risultato è il Lezionario. Commentando la più abbondante offerta di letture bibliche nelle domeniche e nei giorni feriali, Paolo VI così osservava: «Tutto ciò è stato ordinato in modo da far aumentare sempre più nei fedeli “quella fame di ascoltare la parola del Signore” (Am 8, 11) che, sotto la guida dello Spirito Santo, spinga il popolo della nuova alleanza alla perfetta unità della Chiesa» (cost. ap. Missale romanum, 3 aprile 1969).

La liturgia della Parola è un’azione compiuta anzitutto dalla stessa divina Parola, operante in chi l’accoglie con fede: ecco perché deve risultare una “esperienza” da vivere con rendimento di grazie per chi vi partecipa. Non si legge la Scrittura nell’assemblea eucaristica al fine di apprendere e spiegare fatti e parole del passato (ciò contrassegna piuttosto la catechesi), quanto per ascoltare Dio che parla ora e a noi, attraverso il racconto di tali fatti e parole di salvezza.

La messa non è semplicemente una preghiera comunitaria in cui si leggono le sacre Scritture, ma è un’azione cultuale in cui la Scrittura cessa di essere lettera scritta, per divenire Parola viva. Senza Scrittura non c’è liturgia: sarebbe incomprensibile, dal momento che a fondamento della celebrazione ci sono i fatti storici compiuti da Dio a nostra salvezza, testimonianti dalle Scritture; ma senza liturgia, la Scrittura non sarebbe vivente Parola, pronunciata da Qualcuno realmente presente, adesso, per noi che siamo qui e lo ascoltiamo.

La proclamazione liturgica delle Scritture ha lo scopo di annunciare la salvezza che si fa reale accadimento nei santi segni. Si parla, a tale proposito, di “efficacia sacramentale” della Parola, ossia dell’attualizzarsi di quanto viene annunciato agli orecchi. Si pensi a quanto Gesù dice nella sinagoga di Nazaret, dopo aver aperto il rotolo del profeta Isaia, averne letto un passo e aver riavvolto il volume: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4, 16-21). Gli occhi di tutti i presenti «fissi su di lui» mentre egli parlava, sono esemplari per noi che ascoltiamo il Vangelo durante la messa. Se la Scrittura è il racconto del piano di salvezza rivelato e compiuto in Cristo, la liturgia è l’elargizione sacramentale della salvezza rivelata e operata da Cristo. Egli è mistero svelato nelle Scritture; ed è mistero comunicato nella liturgia. Ciò che Cristo annuncia nel Vangelo, lo compie nell’incontro sacramentale con lui.

Nella celebrazione si esprime la Parola creatrice e vivificante di Dio: nella misura in cui è recepita con fede, produce frutto. Lo sottolinea Isaia in un celebre oracolo dell’Altissimo: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55, 10-11). In questa luce, leggiamo la straordinaria potenza delle parole di Cristo, Verbo fatto carne, che raggiungono prontamente il loro effetto: «“Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Mt 4, 19-20); «”Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì» (Gv 11, 43-44); «”Talita kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico, alzati!”. Subito la fanciulla si alzò e camminava» (Mc 5, 41-42); «”Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia» (Lc 19, 5-6).

Scrive sant’Agostino che: «La bocca di Cristo è l’Evangelo. Regna in cielo ma non cessa di parlare sulla terra» (Discorsi, 85, 1: PL 38, 520). Tale verità è ancora ricordata nel medioevo dal Pontificale Romano-Germanico: «Si legge il Vangelo, nel quale Cristo parla con la sua bocca al popolo... e quando in chiesa risuona il Vangelo, è come se lo stesso Cristo parlasse al popolo» (C. Vogel – R. Elze [edd.], Le Pontifical Romano-Germanique du dixième siècle, Le Texte i, Città del Vaticano 1983, xciv, n. 18, p. 334). Ecco perché la liturgia della Parola ci concede di cogliere la Parola sulla bocca del Cristo, presente nelle azioni liturgiche: qui c’è il culmine della virtualità di quanto esce dalla bocca di Dio, che ha forza performatrice, cioè volta a dar forma alla vita di chi l’accoglie, e non semplicemente informatrice: è una spada a doppio taglio (cfr. Eb 4, 12), è luce, è pane, è norma di comportamento per tutti; la Parola del Signore crea, giudica, converte, consola, perdona, indica la strada, svela i pensieri divini, ispira la forza di praticarli.

Lo Spirito che ha parlato per mezzo dei profeti e ha ispirato gli autori sacri a porre per scritto la Rivelazione, vivifica la Scrittura “convertendola” in viva Parola, indirizzata dal Vivente a persone vive. La potenza della Parola è tuttavia condizionata dalla ricettività dei cuori, come spiega la parabola del seminatore: «Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno» (Mc 4, 20). Chi, se non lo Spirito, apre le menti all’intelligenza di ciò che esce dalla bocca di Dio e muove i cuori a sentirne il calore? In misura della docilità prestata al suo magistero, egli suscita nei credenti il consenso a Cristo, Parola del Padre, e lo imprime nella loro esistenza: «Siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi» (Gc 1, 22).

All’interiore partecipazione alla liturgia della Parola contribuisce grandemente anche la componente esteriore: non basta infatti che le letture siano proclamate in una lingua comprensibile se questo avviene senza quella cura e quell’ascolto accogliente necessari affinché la Parola divina tocchi i cuori e li illumini.

di Corrado Maggioni