· Città del Vaticano ·

Il diacono della carità

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Facce belle della Chiesa

14 luglio 2020

Valter Carrozzo e la sua vita spesa per gli altri


«Diaconi, che fare?» è il titolo di un interessante recente saggio di don Dario Vitali, che già nel titolo esprime il diffuso dibattito di come possa essere, ed effettivamente sia, declinato oggi il ministero del diaconato permanente, a oltre mezzo secolo dalla sua reintroduzione. C’è chi la ricerca la svolge preminentemente sul campo teologico, chi nell’esegesi puntuale dei documenti magisteriali, chi si rivolge con lo sguardo alla Chiesa antica. A noi, più modestamente vincolati dal giornale alla cronaca e al quotidiano, piace piuttosto raccontare le facce belle di questo ministero, che ha conosciuto una varietà di espressioni. Come quella del diacono romano Valter Carrozzo.

«Di tutta questa bella storia del diaconato di Valter ci rimane un solo grande punto interrogativo che sa di mistero: chi fu a proporre Valter come diacono permanente?», racconta ancora stupita Antonella Petrangeli, la moglie. «Un giorno ricevemmo una chiamata dalla diocesi di Roma, che invitava entrambi a un colloquio esplorativo di discernimento vocazionale. Ma non sapemmo e capimmo mai chi avesse avuto l’idea di proporci».

Ma la storia è meglio raccontarla allora dall’inizio. Valter e Antonella si conoscono giovanissimi, negli anni ’70, alle scuole superiori. E fu subito amore. «A raccontarlo ai giovani di oggi magari fa sorridere, però, pur essendo ancora una storia di ragazzini, cominciammo da subito a vagheggiare di una famiglia, di una vita insieme. Mi colpivano di lui — dice Antonella — i silenzi eloquenti, una maturità e saggezza innati; era molto serio rispetto ai nostri coetanei: “Appena preso il diploma ti sposo”. E per dimostrare che non fossero solo parole, arrivato al quarto anno fece due anni in uno, per finire prima. Si arruolò in Marina come sottufficiale per creare una base solida su cui costruire il nostro futuro. Ma era di base a Taranto, e non sopportava la lontananza da me, perciò dopo un po’ si congedò. Ci sposammo e insieme mettemmo su una piccola azienda per la manutenzione degli ascensori. Eravamo cattolici e praticanti, ce l’avevamo nel dna, ma la religione rimaneva un po’ sullo sfondo delle nostre giovani vite in pieno sviluppo».

Poi, «dopo un’attesa un po’ lunga», arrivò Valentina, «un vero dono di Dio, tanto desiderato. Decidemmo di mandarla a scuola dalle suore dell’Immacolata, dove io stessa avevo studiato. E fu grazie a queste suorine che la nostra fede conobbe una nuova primavera. Come genitori di Valentina, ci coinvolsero a organizzare feste e celebrazioni religiose per i bambini e le loro famiglie. Valter ci si buttò a capofitto con una passione che non gli avevo visto prima. Fino a quando arrivò quella telefonata, da una segnalazione che non abbiamo mai capito da chi fosse venuta, forse le suore, forse il loro cappellano, o qualche altro prete che avevamo incontrato nella nostra attività a scuola, chissà. O forse un angelo custode che aveva saputo leggere in Valter una vocazione che noi ancora non avevamo visto. Ricordo che andammo nel palazzo del Vicariato, al primo incontro, molto titubanti, soprattutto io. Anzi, a dire tutta la verità, non sapevamo neanche bene cosa fosse questo diaconato permanente. Ce lo spiegarono. Io — racconta la moglie di Carrozzo — temevo che fosse un impegno un po’ troppo gravoso per una giovane famiglia come la nostra, anche perché la preparazione ci avrebbe coinvolto entrambi. Ma la cosa a Valter piaceva. E quando a lui una cosa piaceva non lo fermava nessuno».

Fu un grande sforzo per entrambi, ma soprattutto per Carrozzo che si trovò a tornare a studiare all’università. «Fui assegnato a svolgere il ruolo di suo formatore», ricorda Francesco Mattiocco, uno dei diaconi di più lunga data a Roma, «e capii subito che sarebbe stato un bell’incontro per entrambi perché Valter era una persona di una sensibilità spirituale notevole. Un uomo serio e fortemente motivato a questa nuova svolta della sua vita». Riprende Antonella Petrangeli: «Fummo assegnati a una parrocchia, che era quella dei Santi Fabiano e Venanzio. Il parroco era don Andrea Santoro, il prete di Roma che anni più tardi troverà, come fidei donum, il martirio a Trabzon, in Turchia. L’incontro con don Andrea fu straordinario. Non solo per il potente carisma che emanava, ma soprattutto perché scoprimmo insieme a lui la quintessenza del diaconato: il servizio della carità. Con don Andrea decidemmo di aprire nella parrocchia un centro d’accoglienza per persone disagiate o ai margini. Anche questo duro e bellissimo passaggio lo vivemmo insieme minuto per minuto. Mi dovetti ricredere: il diaconato, lungi dal distrarre Valter dalla famiglia, stava rifondando la nostra unione su basi nuove e belle».

La vita familiare era ora fusa con il ministero di Valter: «Avevamo accolto nel centro una ragazza albanese e il suo bambino nascente, strappata al mondo della droga e della prostituzione. Presto gli spacciatori tornarono a farsi minacciosamente vivi per riprenderne il controllo. Così, d’accordo con il parroco, decidemmo che vivendo con noi a casa nostra sarebbe stata più protetta; cominciammo così questa strana coabitazione, che però si dovette interrompere quando anche noi divenimmo oggetto di minacce. La Chiesa ci offrì immediatamente una rete di sostegno; io e Valentina ci trasferimmo per un periodo di tempo in case di gente a noi sconosciuta, fintanto non si fossero calmate le acque. Il ministero di Valter ci aveva veramente sconvolto la vita, ma era uno sconvolgimento che ce la rendeva ogni giorno più interessante e più bella. Valter — aggiunge Antonella — seguiva anche la preparazione battesimale dei catecumeni e delle loro famiglie. E lo faceva con grande passione perché, diceva, “come la riscoperta del battesimo ha cambiato la vita a me, deve cambiarla anche a voi”».

Poi don Andrea Santoro se ne andò, prima in Terra Santa e poi in Turchia: «Di lui conserviamo delle lettere che ci spedì dalla terra di missione, che per noi sono delle vere reliquie. In esse don Andrea ricorda a Valter l’ineluttabilità della Croce nel ministero: parole che rilette oggi alla luce di quanto successo a entrambi suonano profetiche».

Vicino alla parrocchia c’era un altro luogo che «per noi è stato importante»: la cittadella della Caritas di Ponte Casilino, “Santa Giacinta”. Valter «si occupava del dormitorio e io — ricorda la moglie — stavo nella cucina della mensa. Debbo dire che siamo stati fortunati, perché anche qui abbiamo fatto un incontro importante della nostra vita, quello con don Luigi Di Liegro, il fondatore della Caritas, un’icona della Chiesa di Roma. Io ancora oggi non riesco a capacitarmi come Valter riuscisse a seguire così tanti impegni connessi al suo ministero, e al tempo stesso a curare senza imperfezioni il proprio lavoro e la propria famiglia».

Aggiunge il diacono Mattiocco: «Sì, a un certo punto si innamorò anche, insieme a me, della pastorale del pellegrinaggio: guidavamo i malati a Lourdes e costruimmo insieme un percorso spirituale per loro. Era una gran fatica, ma era bello la sera, sistemati tutti, poi ritrovarci insieme noi diaconi intorno a una birra». E, come se non bastasse, Valter Carrozzo seguirà Francesco Mattiocco anche come formatore dei nuovi diaconi.

In tanto da fare c’è una pausa di qualche giorno in Puglia, lo scorso anno a maggio. Ma Valter non se la gode come meriterebbe, perché è assillato da un dolorino persistente. Una stupidaggine, un reumatismo o forse è il fegato ingrossato. Ma per scrupolo appena torna a Roma si sottopone a una tac. Il verdetto è crudele: poche settimane di vita, la malattia galoppava da tempo ma lui era troppo preso dagli altri per sentire se stesso. Se ne va all’inizio di luglio, con la grande dignità che ha contraddistinto tutta la sua esistenza, e con serenità e fede nella vita nuova. Anche con una battuta di spirito: «Quando portavo gli anziani malandati a Lourdes mi dicevo che forse è meglio andarsene più giovani che soffrire così. Ma ho paura che il Signore abbia esagerato e mi abbia preso un po’ troppo alla lettera».

Pochi giorni fa i diaconi di Roma lo hanno ricordato nella sua parrocchia, Santi Fabiano e Venanzio. Il parroco, don Fabio Fasciani, che ha abbellito la chiesa con dei pannelli raffiguranti le santità della carità, ha voluto che uno di essi fosse dedicato al diacono Valter.

di Roberto Cetera