· Città del Vaticano ·

I semafori si spengono a Beirut

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In Libano clima di inquietudine e incertezza

25 luglio 2020

Sono in tanti a ricordarsi quando i semafori furono nuovamente installati per le strade di Beirut molti anni dopo la fine della guerra civile. Era il periodo a cavallo tra il Novecento e il Duemila. Nell’euforia di un boom edilizio che non badava a spese, il centro della città, che aveva rappresentato la linea del fronte nei quindici anni di conflitto dal 1975 al 1990, fu ricostruito in grande stile. Si respirava un’aria di speranza. Si facevano progetti. Tutti guardavano avanti, sognavano un futuro di nuova prosperità per la loro città, o almeno un futuro di vita normale.

Il caos della guerra passata era rimasto però appiccicato, come polvere, sui volanti delle auto, sui manubri delle motociclette, insomma sul modo di guidare, una battaglia continua per imporre la propria forza e precedenza. Traffico caotico, macchine intrappolate nelle strade strette del centro, grovigli di automobili, pedoni, moto ad ogni incrocio, in balia di chi strombazzava o urlava più forte. Non che nelle altre metropoli del Medio oriente le cose andassero molto meglio, ma almeno esistevano i semafori. Riapparvero anche a Beirut. Rosso, verde, giallo. Niente di che, un provvedimento di base. «Una cosa semplice, però efficace per organizzare la circolazione nelle strade e, soprattutto, per creare un senso di sicurezza che era stato completamente perso durante il periodo della guerra», spiega, in un documentario della televisione panaraba Al Jazeera, Jad Baaklini, un attivista tuttora impegnato a difendere i diritti dei pendolari. Nei primi tempi, non fu facile per gli abitanti di Beirut abituarsi nuovamente alle regole.

Mona Fawaz, attualmente docente di pianificazione urbanistica alla locale Università Americana, aveva allora 26 anni ed era appena tornata da un periodo di studi negli Stati Uniti. Per lei la luce del semaforo era un ordine, non però per i suoi concittadini. «Mi trasformai in una specie di attivista. Quando scattava il rosso, mi fermavo, cercando intenzionalmente di bloccare tutti i motociclisti che tentavano di sgattaiolare lo stesso». «Una volta passai con il verde, senza prendere le dovute cautele e fui quasi centrata da un’altra automobile. Il guidatore saltò fuori insultandomi. Gli mostrai il semaforo e gli dissi che era verde per me. Mi guardò come se fossi una marziana». Però la gente voleva migliorare la vita urbana, e i semafori rappresentarono un esempio di buona amministrazione cittadina.

Così Beirut si adeguò. Il traffico rimase caotico ma in qualche modo regolato. La guerra stradale di tutti contro tutti terminò.

Nelle ultime settimane, la situazione ha fatto un balzo indietro nel tempo. La maggior parte dei semafori di Beirut hanno smesso improvvisamene di funzionare, come se sentissero anche loro il vento di inquietudine e incertezza che soffia sul Libano. Sono la vittima, come accade per tanti altri servizi pubblici, di una controversia ormai arrivata alla resa dei conti, stavolta tra il municipio cittadino e un dipartimento del ministero degli Interni, sulla spartizione dei proventi dei parchimetri collegati alla manutenzione delle luci stradali.

Il numero degli incidenti stradali si è impennato, con un aumento di morti del 120 per cento rispetto al periodo in cui i semafori ancora funzionavano, riferisce la rivista mediorientale «The National». Ad aumentare il pericolo ci si mettono anche le interruzioni dell’energia elettrica, non una novità per Beirut, ma ora sempre più lunghe. La sera la città è avvolta dal buio. Complici anche i timori per il coronavirus, persino Hamra street, una delle vie più popolari della città, piena di ristoranti, negozi e percorsa da un incessante struscio, è diventata irriconoscibile quando il sole tramonta. Solo poche insegne al neon qua e là e la sensazione, anche nel cuore pulsante della città, che tutto stia andando a pezzi.

Nel Paese ci sono problemi più gravi dei semafori. La povertà e la fame stanno rapidamente crescendo, la lira libanese ha perso l’80 per cento del suo valore in un anno, e il cambio automatico con il dollaro, che funzionava perfettamente in tutto il Paese fino ad alcuni mesi fa, è ormai saltato.

Tuttavia, «è veramente vergognoso assistere a quanti incidenti stanno avvenendo per la mancanza di segnalazioni luminose stradali», si lamenta su un giornale locale un soldato di guardia ad un incrocio completamente al buio. «I semafori erano il simbolo di base di uno Stato. Ma cosa possiamo fare? Questo è lo stato delle cose».

di Elisa Pinna