· Città del Vaticano ·

Dove a far paura non è solo il coronavirus

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Senza sosta l’impegno degli operatori al Lacor Hospital dell’arcidiocesi ugandese di Gulu

15 luglio 2020

Francis stava male. Ma nessuno riusciva a capire che cosa avesse. Il lockdown era rigidissimo. La polizia nelle strade impediva qualsiasi spostamento. Non si poteva uscire. Tutto era fermo. I mezzi pubblici (boda boda o matatu) erano nelle rimesse. Auto private non ce n’erano. Il piccolo però peggiorava. Sua zia ha preso il coraggio a quattro mani. Se lo è caricato sulle spalle e si è messa in cammino. Nella notte ha percorso sentieri, campi, boscaglia. Alla fine ce l’ha fatta. Dopo sei ore di marcia senza soste è arrivata stremata all’ospedale. Francis era in pessime condizioni, ma è stato curato. Dopo qualche giorno è stato dimesso.

Sono queste le storie che si raccolgono al Lacor Hospital dell’arcidiocesi di Gulu, in Uganda, ai tempi del coronavirus. Un virus, il covid-19, che nel paese africano finora non ha fatto vittime, ma, con 1.029 casi confermati, ha creato inevitabilmente allarme. Un allarme così forte che le autorità hanno imposto una quarantena molto severa. La gente non può uscire. Non è consentito il traffico dei mezzi pubblici né di quelli privati. Le conseguenze di questo blocco sull’economia saranno evidenti tra alcuni mesi, anche se già oggi l’impatto del lockdown è durissimo. Secondo la Banca Mondiale 3,15 milioni di persone potrebbero precipitare nella miseria aggiungendosi agli 8,7 milioni di ugandesi che già vivono al di sotto della soglia di povertà (meno di 2 euro al giorno). L’epidemia si è infatti sommata alle inondazioni e all’invasione di locuste che hanno colpito il paese tra il 2019 e il 2020. E anche gli effetti sulla salute, soprattutto sulle donne e sui bambini, iniziano a intravvedersi in tutta la loro gravità.

«I ricoveri e la frequenza dei pazienti — spiega Martin Ogwang, direttore sanitario del Lacor Hospital di Gulu, capoluogo della Northern Region — si sono ridotti della metà. Il lockdown ha imposto forti restrizioni; penso però che molto sia legato anche alla paura. Le persone credono che, se dovesse scoppiare un’epidemia, il primo posto in cui si manifesterebbe il focolaio sarebbe una struttura sanitaria, quindi molti temono di venire in ospedale».

Una paura giustificata dalla storia ugandese. La nazione africana negli anni Ottanta del secolo scorso è stata investito da una vasta diffusione di aids (che ha fatto migliaia di morti) e, all’inizio degli anni Duemila, ha conosciuto — proprio nella zona del Lacor Hospital — una delle più virulente epidemie di ebola. Se il ricordo di queste emergenze è forte e desta timore, i dati della diffusione del coronavirus non sono allarmanti. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, al 15 luglio i casi accertati sono poco più di mille e non si registrano decessi. Una sorta di strana immunità di cui gode l’Uganda.

Donato Greco, già direttore del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell’Istituto superiore di sanità e per anni collaboratore del Lacor Hospital ha studiato questo fenomeno. «La mortalità ridotta — osserva — è a mio avviso legata anzitutto a una questione genetica: per annidarsi in un ospite, il virus che sta spaventando il mondo ha bisogno di “agganciarsi” a recettori particolari che hanno una distribuzione etnica differenziata. Non solo: la loro presenza in gola aumenta con il crescere dell’età. Sono quasi inesistenti nei bambini e molto presenti dopo i 50 anni. In Africa l’aspettativa di vita è di 62 anni e il 60 per cento della popolazione ha meno di 25 anni».

Secondo l’epidemiologo, gli ugandesi godono inoltre di un’immunità stimolata dalla vaccinazione antitubercolare che, in Uganda come in molti altri stati africani, viene effettuata nelle prime ore di vita di ogni bambino. «C’è poi un fattore climatico — aggiunge Greco — ovvero, come molte malattie respiratorie della famiglia dei coronavirus, il covid-19 ha un andamento stagionale e preferisce le temperature invernali. Elemento che gioca a favore dell’Uganda dove difficilmente la temperatura scende sotto i 20 gradi».

Nonostante ciò, l’allerta rimane alta. Le misure restrittive, sebbene un po’ allentate da aprile, sono comunque rigide. Il Lacor Hospital, il primo ospedale privato non-profit dell’Uganda, che cura oltre 250.000 pazienti all’anno (e lavora a stretto contatto con la fondazione italiana Piero e Lucille Corti), non poteva chiudere. Ha istituito alcune misure per proteggere gli operatori sanitari e i malati (triage all’ingresso, mascherine, disinfettanti,) e ha continuato a operare come sempre, anche se i pazienti sono calati fortemente di numero. «Il numero di bambini — spiega Venice Omona, pediatra dell’ospedale — è crollato da quando è iniziato il lockdown: siamo passati da punte di 200 bimbi ricoverati a una media di 35 nelle scorse settimane e sono tutti casi complicati. La ragione? Le difficoltà a raggiungere l’ospedale: tanti nostri pazienti vengono da molto lontano e senza il permesso delle autorità sanitarie distrettuali, i boda boda, cioè i mototaxi, non sono autorizzati a trasportare passeggeri. La maggior parte delle persone nei villaggi non ha computer o telefoni per richiedere questa autorizzazione».

Il pediatra del Lacor è preoccupato, soprattutto ora, durante la stagione delle piogge: «Se il blocco continua potremmo perdere molti bambini che non riescono a raggiungere l’ospedale in tempo, in particolare neonati o piccoli con malaria e anemia falciforme». Solo negli ultimi giorni i numeri cominciano lentamente a salire. Nei giorni scorsi, i 106 letti della pediatria erano occupati da 54 bambini. Sono però casi particolarmente gravi: «I bimbi che vediamo in questo periodo sono molto malati: sono venuti dopo che i genitori hanno cercato, senza successo, di curarli a casa o in piccole cliniche vicine. Arrivano tardi, quando la situazione è davvero seria. La maggior parte di loro ha la malaria, l’anemia, il diabete».

Susan è tra le poche che sono riuscite a raggiungere l’ospedale. Sua figlia Sara, 2 anni, è stata colpita sia dall’anemia falciforme sia dalla malaria. La mamma l’ha portata in un piccolo presidio medico. Ma le cure non sono bastate. La bimba è peggiorata. Sara si è allora procurata il permesso delle autorità distrettuali e ha convinto un vicino di casa ad accompagnarla al Lacor Hospital in motocicletta. Tre giorni di cure e la piccola è guarita. Se il blocco dovesse continuare molti bambini come lei potrebbero rischiare di non farcela. Il coronavirus in Uganda è anche questo.

di Enrico Casale