· Città del Vaticano ·

Coincidenza tra invenzione e forma

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In viaggio tra le opere dello scultore Paolo Staccioli

08 luglio 2020

Nel viaggio fatto nel nome di Arturo Martini, maestro assoluto di scultura del Novecento, sto incontrando scultori di oggi. Ovvero esseri sospesi tra stelle e inferno. Creature oggi quasi “incomprensibili”.

Martini cercava la “quarta dimensione” della realtà nell’opera, e in questa epoca dominata dalla de-corporeizzazione, dalla bidimensionalità pretenziosa, dal virtuale, incontro dunque figure geniali e bizzarre che, tenacemente, danno vita a forme, corpi, statue. Figure che sembrano andare disperatamente o meglio forsennatamante, fuor di senno, in opposizione, controsenso. Riaffermano il peso, il corpo, il valore plastico, il gesto. E l’esistenza di quella “quarta dimensione” che dà senso alle altre tre. Inoltre mostrano il valore della smisurata dedizione.

Così dopo Riva, Severino, Mutinelli, Tulli, Rivalta e Carroli, oggi guardo le opere di Paolo Staccioli. Questo maestro di Scandicci, dalle mani prodigiose che lavorano per bronzo o soprattutto per ceramica con tecnica a lustro e da cui escono figure iridescenti e contadine, arcaiche e future, sembra attraversare la propria epoca dietro al suo nugolo di sogni, o di commozioni o di allegrie. Piantato lì, a lato della grande capitale della scultura rinascimentale, quasi di sguincio a quella così potente e quasi dittatoriale nella sua superba riuscita, lo scultore Staccioli quasi-fiorentino imbocca altre strade, sentieri, pertugi. E guarda la fiorentina capitale di scultura (come non potrebbe) ma con la coda dell’occhio. E se ne va per le sue contrade, dove forse ha incontrato pittori antichi e recenti, da uomini delle caverne a de Chirico, da decoratori di anfore greche a disegnatori di maschere. Fiabesco, dicono certuni, ma io direi più vicino a una povera e dignitosa allegria di gente di campo, quella che si divertiva ad alambiccare mondi con gente sopra a sedere, arlecchini o enormi dondoli o guerrieri fantastici.

In Staccioli colpisce la coincidenza tra invenzione e forma, come se la ceramica fosse da sempre esistita per diventare le sue visioni. E colpisce la sua devozione magistrale al colore, che restituisce con prodigi tecnici, in una vivezza che riesce a reinterpretare l’esistenza della scultura colorata, dopo che i nostri occhi per secoli si sono abituati alla scultura incolore a imitazione di opere classiche sbiadite col tempo. Il rapporto tra colore e scultura in Staccioli parla di una fusione negli occhi. Ovvero di un movimento che vede forma e colore insieme. Le sue sculture non sono “colorate”, sono forma e colore insieme, procedendo da una specie di festa dello sguardo (non saprei chiamarla altrimenti) che sa posarsi con semplicità sul vivente. È naturale che l’esperto colga certi echi, dagli allungamenti etruschi e giacomettiani fino a una giocosità sacra quasi chagalliana, tra ghirigori, maglie e “scarabocchi”, ma Staccioli ha un suo sentiero nel bosco dell’essere, una sua ricerca dei movimenti primari dello stupore. Abita in uno spazio di visioni senza tempo, o meglio, uno spazio dove il tempo deposita senza rancore né ironia guerrieri, cavalli, figure che portano l’arcaico e il ‘900 addosso, e lo portano con lieve sapienza attraverso territori che sono già futuro.

Non credo che lo scultore di Scandicci abbia un programma, non lo conosco di persona, non ne abbiamo mai parlato. Ma vedo che nel suo lavoro germina una via futura per la scultura. Operante nello spazio, provocato a non essere “privato” ma comune, e operante nella memoria involontaria dell’osservatore, chiamato a far emergere regioni non frequentate dello spirito, quelle che chiamiamo con un nome generico “libertà”. Con un elemento distrubante, però, o meglio un elemento ricorrente non pacificato e drammatico, se così si può dire: le opere di Staccioli ci fissano, e specie le figure umane, che senza prosopopea hanno il volto inclinato all’alto — come accadeva in certi capolavori di Martini — quasi interrogandoci su quale sia l’altezza a cui teniamo sguardo, quale postura umana, insomma, ci interessa davvero. Se quella che senza alterigia si apre alle stelle o quella che, curva in una strana cupidigia, pensa di stringere il reale tra le mani. Così la sua splendida bambina che abbraccia il collo del cavallo partecipa all’empito vitale della elegantissima bestia con il suo sguardo rivolto all’alto, in un abbraccio timoroso e confidente. Divenendo piccola e forte testimone della nostra condizione umana.

di Davide Rondoni