· Città del Vaticano ·

Canti del legno dolce

Una delle cappelle del Sacro Monte di Varese

Le poesie delle romite del Sacro Monte di Varese

04 luglio 2020

«In principio era la gioia / e la gioia era presso Dio / e la gioia era Dio». Così le romite Ambrosiane del Sacro Monte di Varese, ispirandosi al prologo del Vangelo di Giovanni, presentano Gaude, un fascicolo di poesie dedicato ai misteri gaudiosi del Rosario. A quella iniziale pubblicazione, uscita nel 2014, se ne è affiancata una seconda, uscita qualche mese fa, intitolata Dulce lignum e dedicata ai misteri dolorosi (Poesia 1 e Poesia 2, Varese, Edizioni Lativa, 2014 e 2019, cartelle a foglio raccolte in una custodia).

La via sacra, lungo le pendici del monte sopra Varese, con le quattordici cappelle dei misteri del Rosario (la quindicesima è il santuario della Vergine al termine del percorso) fu realizzata nel Seicento: la prima pietra della cappella dell’Annunciazione fu posta il 25 marzo 1605; la costruzione edilizia delle cappelle fu praticamente conclusa nel 1623, ma l’esecuzione degli affreschi e delle statue si protrasse lungo tutto quel secolo. Sulla cima del monte le romite erano giunte attorno alla metà del Quattrocento, e nel 1474 avevano ricevuto l’approvazione pontificia: da allora costituiscono una preziosa presenza contemplativa al cuore della liturgia e della Chiesa milanese.

Il Sacro Monte di Varese conservava una secolare tradizione di culto mariano, che la leggenda fa risalire alla fine del iv secolo, quando — si racconta — il vescovo sant’Ambrogio sarebbe salito fin lì per scacciare gli eretici Ariani. Recenti scavi condotti sotto l’attuale Santuario dedicato alla Vergine Maria hanno offerto una stupefacente conferma della sostanza del racconto leggendario, permettendo di rinvenire in loco tracce di una chiesa, risalente al v secolo.

Nel XVII secolo fu una romita, Tecla Maria Cid, ad avere la prima idea della via sacra mariana; l’intuizione, fatta propria dal cappuccino padre Giovanni Battista Aguggiari e sostenuta da molti, si concretizzò nel bel tracciato delle cappelle che ancor oggi i pellegrini amano percorrere in preghiera. E sono ancora le romite a dedicare la loro attenzione alla via sacra attraverso la parola accurata e allusiva della poesia.

Non solo composizioni poetiche: a fronte dei testi possiamo contemplare raffigurazioni riferite a ciascun mistero, nel primo fascicolo con disegni descrittivi di ciascuna scena evangelica, nel secondo con richiami altamente simbolici. Una prima poesia, introduttoria (La cima e le pendici) ci ricorda che salendo il monte, percorriamo una via «di pietre e di cieli», ascoltando la gioia, sentendo il dolore, contemplando la gloria, appunto la triplice sequenza dei misteri; e, sia detto di passaggio, attendiamo le poesie che riguarderanno i misteri gloriosi: immagino i più difficili da tradurre in scrittura!

Percorriamo — prosegue la poesia — «una via / di gesti e volti donati al mistero, / luce che filtra da ferro battuto, / visibile solo ad occhi inginocchiati»; è vero, per meglio vedere ci si accosta alle grate protettive delle cappelle e ci si fa chini: al mistero ci si accosta solo umilmente inginocchiati! Percorriamo, quindi, «una via che ascende / dove la cima raggiunge / le pendici del cuore», in quel monastero sulla cima del monte dove le romite di ieri e di oggi hanno lasciato attrarre il loro cuore e la loro vita.

Lungo il percorso delle cappelle, fra i misteri dolorosi, è pure ubicata una grotta dedicata alle monache fondatrici del monastero, le beate Caterina e Giuliana. Le statue delle beate sono modellate in terracotta, ma la poesia dedicata alla Grotta delle beate Caterina e Giuliana le trasfigura nella roccia: «Strette alla roccia / e di roccia fatte anch’esse, / due figure germogliate / cui solo la rupe cava è riparo».

Dalla roccia al fuoco: «A chi passa tra tanto dolore / è dato intuire, come vedere attraverso / corpi di fuoco trasparenti, / che una sola è la promessa / che il dolore sigilla, in fede: / Colui che al legno è crocifisso / dei cuori cerca la dimora, / chi dimora presso il legno / se stesso trova / nel Crocifisso».

La lunga citazione ci riporta al mistero della Passione, che sta al cuore della spiritualità quattrocentesca di Caterina e Giuliana, rivissuta dalle romite lungo i secoli, alla luce dell’insegnamento del vescovo Ambrogio di Milano. Come conferma l’antica Vita della beata Caterina: «Era di continuo devotissima verso il suo amoroso Cristo crocifisso, la cui memoria continuamente portava fissa nel cuore, tanto che in ogni suo atto — stesse ferma, camminasse o vegliasse, o qualunque altra cosa facesse — le si presentava davanti l’orribile Passione del suo diletto Gesù, al quale rendeva infiniti ringraziamenti». Del resto sant’Ambrogio ricordava alla Chiesa, chiamata a incontrare il Cristo suo sposo, e a ogni fedele: «Questo è lo splendido dono delle nozze di Cristo, il suo sangue e la sua passione. Che cosa avrebbe potuto dare di più, infatti, colui che non risparmiò neppure se stesso e si offrì per noi alla morte?» (De Isaac, 46).

Nella meditazione odierna, la poesia dedicata alla Crocifissione ritrova la stessa passione, la stessa “memoria amorosa”: «L’abbandonato è conteso e resta / vuoto di respiro, di buio / sopraffatto, aggrappato / mani e piedi a relitto galleggiante / su mari di tempesta. / Agli occhi è dato di estrarre / l’ultimo possibile suono: “a Te”». Un intreccio di dramma e di vita: «Tace il cielo e scurisce / s’addensa di nubi feconde / di pioggia, presagio di vita (...) E già rumoreggia un fiume / d’acqua quieta, / avanza dall’alto e dal principio / attraverso spazi finalmente aperti». La poesia si conclude con un «“Vieni”!» di attesa e di speranza, di futuro e di grazia.

A ciascuno è affidato il cammino. Il fascicolo dei misteri dolorosi uscì, paradossalmente, nei giorni di Natale. Ma, spiegavano le romite nella presentazione: ‒ «Gesù ha raccolto il nascere e il morire nell’unico luogo in cui la vita e la morte sono alleate: il suo corpo donato (...) Ogni bambino che nasce porta in sé il sorriso e il pianto: il Figlio di Dio che si è fatto uomo come noi tutto ha assunto: nasce a Betlemme nelle fasce dei nostri limiti, abbraccia la nostra debolezza fino alla morte, ma per farci rinascere alla vera vita».

Mentre aspettiamo Poesia 3 dedicata ai misteri della gloria, il congedo viene offerto da un’ultima composizione di Poesia 2: un Canto della salita con espressioni più immediate e con l’utilizzo di rime baciate che non troviamo altrove. Il Canto inizia e si conclude con una identica strofa, che richiama l’espressione biblica tratta dal libro delle Lamentazioni (1, 12) posta lungo il percorso delle cappelle: «Voi tutti che passate per la via, / considerate e osservate / se c’è un dolore simile al mio dolore». Essa è tradizionalmente applicata a Maria e al suo dolore nei giorni della passione di Gesù. La poesia utilizza la stessa immagine, ma per invitare a condividere con Maria la contemplazione del suo cuore: «O voi tutti, / dico a voi che passate per la via / fate attento il vostro cuore / a chiamarvi è Maria, / siate docili ad andare / ove lei ama sostare / presso il legno della Croce / di ogni uomo intima voce». Lì, insiste la penultima strofa, conclusiva, si potrà riascoltare «quel segreto / sussurrato in un momento / di promessa e turbamento / che strappò ognun da sé: / “il Signore è con te”». L’espressione rimanda alle parole dell’angelo dell’Annunciazione e proietta in avanti verso l’attesa del risorto. I misteri, gaudiosi, dolorosi e gloriosi, si intrecciano; e la poesia che li scruta, suggerisce di «far attento il cuore».

di Cesare Pasini