· Città del Vaticano ·

Artemisia e grasso di capra

Un medico al lavoro in una miniatura tratta da un manoscritto del XIII secolo

MEDICUS PAPAE — IL DUECENTO

24 luglio 2020

Come nasce e cambia nei secoli la figura dell’archiatra


La prima notizia di un dottore che seguiva il Papa è quella di un certo Orso, «medico e domestico» di Niccolo I (858-867), anche se in ragione dell’epoca remota a cui si fa riferimento è lecito dubitare dell’identità e della carica che gli viene attribuita, essendo in quel periodo «ignoti i domestici nella corte de’ Papi, niente meno che i medici in quei tempi», annota con ragionevolezza Gaetano Marini nel suo Degli archiatri pontifici.

Al discrimine del nuovo millennio si presenta la figura di Silvestro II (999-1003), al secolo Gerberto di Aurillac in Alvernia che, prima di giungere a Roma e di salire sulla cattedra petrina, era stato due volte abate di Bobbio e quindi vescovo di Reims e arcivescovo di Ravenna. Questi fu assai versato nelle questioni matematiche e mediche e come Isidoro di Siviglia riteneva che l’etimologia di medicina derivasse da modus, ovvero modo, regola, misura quasi che tra le due scienze, quella matematica e quella medica ci fosse una certa affinità e che l’armonia che regola i numeri fosse la stessa che stabilisce la salute dei corpi. Di questa sua attività terapeutica rimane traccia nelle lettere. In una infatti afferma di fare un approfondimento nell’arte medica per ricercare delle cure che gli erano state richieste, mentre in un’altra scrive chiaramente che «avrebbe potuto applicare dei rimedi speciali per il confratello che soffriva di calcoli, se avesse potuto reperire i ritrovati dei predecessori».

Dopo Silvestro II occorre fare un salto di quasi due secoli e arrivare al papato di Alessandro III (1159-1181) il quale in una lettera del 27 settembre 1177 parla di un Magister Philippus medicus et familiaris noster. Accanto a questo Filippo, si può porre anche il medico e filosofo bolognese Battista Renghieri che, in base al resoconto di Cherubino Ghirardacci, del Papa fu «intimo consigliere». Romualdo della Scuola salernitana fu medico di Celestino III (1191-1198) e forse anche di Innocenzo III (1198-1216). Questi a sua volta ebbe per archiatra Giovanni Castellomata, il primo che si firma con il titolo di «medicus papae» nel sottoscrivere, come testimone, in data 20 aprile 1213 il testamento di Maria di Montpellier, moglie di Pietro II d’Aragona. Questo sanitario è un altro degno discepolo e figlio della Hippocratica civitas salernitana, che già in passato aveva fornito ai Papi i suoi scienziati — è il caso per esempio, oltre che del già citato Romualdo, di Costantino Africano (+1087) e di Alfano di Salerno (+1085) al tempo di Papa Vittore III (+1087). Giovanni Castellomata si impegnò negli studi sulla prolungatio vitae che all’epoca tanto interesse suscitavano e di cui una traccia esplicita compare nel De retardatione accidentium senectutis, il cui autore afferma di aver scritto sulla possibilità di rallentare l’invecchiamento «su invito di due sapienti ovvero di Giovanni Castellomata e Filippo, cancelliere di Parigi».

Come ricostruito da Agostino Paravicini Bagliani nel suo Medicina e scienze della natura alla corte dei papi nel Duecento (CISAM, 1991), il De retardatione, a lungo attribuito a Ruggero Bacone e che la critica recente invece ascrive a un certo dominus castri Goet, con i suoi consigli per tenere lontana la vecchiaia, era a sua volta dedicato, oltre che a Federico II di Svevia, a Innocenzo IV (1243-1254). Due sono le figure mediche presenti accanto a Papa Fieschi e forse a loro si deve la preparazione di un elettuario per gli occhi divenuto celebre nel medioevo perché ridonava la vista. Il primo dei due è Remigio e il secondo, più conosciuto, è il lucchese Teodorico Borgognoni, «illustre scrittore di chirurgia» ed ippiatra; sua è infatti la Mulomedicina, un trattato di veterinaria in tre libri. Appartenente all’Ordine dei predicatori, dopo aver passato diversi anni presso la curia romana divenne vescovo di Bitonto e quindi di Cervia dove morì verso il 1298 a circa novantacinque anni. Di Alessandro IV (1254-1261) restano solo i nomi di due medici che lo hanno assistito, Gregorio da San Lorenzo e Bartolomeo. Mentre dei suoi successori Urbano IV (1261-1264) e Clemente IV (1265-1268) si ricordano Giovanni Beblequin, canonico di Costanza e Raimondo di Nîmes. Di Raimondo viene citato anche l’incarico conferitogli dal Papa nel 1264 di recarsi a Parigi per visitare Pierre di Rossel, celebre professore di teologia, inviso al Capitolo che lo aveva accusato, tra l’altro, di essere anche ammalato di lebbra. Cosa che i due medici esclusero e che venne ratificata da una bolla pontificia che ne sanciva la definitiva riabilitazione.

In questa storia di medici dei Papi un posto di riguardo tocca a Pietro Ispano, originario di Lisbona e quindi attivo in Italia dal 1250 presso lo Studio di Siena. Fu autore di importanti opere di medicina, come il trattato di oftalmologia, il De oculo, e il Thesaurus pauperum, seu de medendis humani corporis morbis, un piccolo manuale di cure mediche per ogni tipo di infermità, dalla caduta dei capelli (curata con le nocciole tritate) alla perdita dell’udito (contrastata con il grasso di capra e il succo di porro), alla calcolosi (per la cui terapia viene consigliato l’estratto di artemisia), tutti rimedi tuttavia sui quali è lecito avere dei dubbi. Pietro Ispano era stato anche medico di Gregorio X (1271-1276), dal quale era stato creato cardinale (1273), prima di ascendere al soglio pontificio con il nome di Giovanni XXI (1276-1277), dopo che erano morti nello stesso anno (1276) tre Pontefici uno dietro l’altro. Anche Dante lo ricorda nella Commedia come quel «Pietro Spano, lo qual giù luce in dodici libelli» (Paradiso, XII, 135). Nella storia dei Papi è ricordato per essere stato l’unico medico (Silvestro II si dilettava di medicina ma non era un professionista di questa arte), mentre non mancarono Pontefici figli di medici, per esempio Bonifacio IV (+615), Niccolò V (+1455) e Clemente XIV (1774), stando alla ricerca di un altro dottore Giovanni Battista Bomba presente, in qualità di sanitario, al conclave del 1823 che avrebbe portato all’elezione di Leone XII.

Del suo successore Niccolò III (1277-1280) si racconta che quando era ancora cardinale, durante una malattia «mostrò di far poco conto dei consigli de’ medici, a segno che si meritò che il buon Papa Clemente IV, al quale importava grandemente che guarisse, gli scrivesse una lettera sgridandolo per ciò, e provandogli che conveniva di prestar fede ai medici e non al proprio capriccio». Evidentemente da Papa dovette cambiare parere se, come si evince da un documento del giugno del 1278 in cui si progettava un suo soggiorno a Viterbo, nel seguito papale figurano il «camerlengo, il vicecancelliere, il maresciallo di giustizia e il suo seguito di cavalieri e il medico» (ibidem), un certo Giovanni di Luca, romano, a cui veniva corrisposto anche un compenso di 55 lire a gravare sulla rendita del «Castello di Ninfa nella diocesi di Velletri». Secondo Prospero Mandosio, un altro storico degli archiatri pontifici, medico di Martino IV (1281-1285) fu l’inglese Ugone Atrato di Evesham (+1286), anche se non c’è traccia documentale di questo incarico pontificio. Costui aveva coltivato e approfondito l’arte medica tanto da essere definito «la Fenice dei medici». In una cronaca si legge che fu chiamato a Roma nel 1280 per pronunciarsi su un difficile caso medico e la sua scienza dovette soddisfare molto il Papa tanto che nel 1281 lo creò cardinale.

Anche le prestazioni a beneficio di Onorio IV (1285-1287) di Taddeo d’Alderotto, professore a Bologna, e di Pietro d’Abano, professore a Padova, sono da considerarsi straordinarie, benché del secondo fossero riconosciute e apprezzate le qualità tanto che si racconta che era stato fissato per lui un compenso di 100 fiorini e che essendo il Pontefice guarito gliene donò 1000.

Simone Cordo invece fu archiatra di Niccolo IV (1288-1292). Genovese e monaco, era un medico naturalista e fu il primo ad intraprendere un viaggio scientifico in Grecia e in oriente per vedere e studiare le specie vegetali descritte nei trattati greci e arabi. Frutto di queste sue esperienze fu l’istituzione in Vaticano del Viridarium novum, il primo orto botanico e farmaceutico della storia. Terminato il servizio presso Niccolo, e dopo essere stato cappellano medico di Bonifacio VIII si ritirò a Genova, dove portò a temine la sua opera magistrale, la Clavis sanationis, simplicia medicinalia, latina, greca et arabica alphabetico ordine dilucidata, che si presenta come uno studio attento di lessicografia farmacologica.

di Lucio Coco