· Città del Vaticano ·

Alla ricerca dell’equilibrio perduto

Cesare Biseo, «La cittadella del Cairo» (1883)

Una nuova veste editoriale per «Viaggio in Oriente» di Gérard de Nerval

07 luglio 2020

Un cammino, al contempo, entusiasmante e disarticolato, alla ricerca di sé stesso. Un itinerario che coniuga, in felice sintesi, la dimensione fisica e la dimensione spirituale. Viaggio in Oriente (1851) di Gérard de Nerval, figura di spicco del Romanticismo francese, si pone anzitutto come una sfida: la posta in palio è la riconquista di un equilibrio interiore che già da lungo tempo è stato spezzato. Al viaggio l’autore affida la missione di recupero di quell’equilibro, riconoscendo ad esso, forse con disarmante ingenuità, un potere catartico.

Quale è stata la causa primaria che ha inciso drammaticamente sulla psiche dello scrittore e poeta? Come recita la sua biografia ufficiale, la morte, per meningite della madre, rappresentò un trauma mai più superato. Cercò di colmare quell’immenso vuoto con uno studio “matto e disperatissimo” anzitutto dei classici. Ma la cultura accumulata e oculatamente rielaborata, si rivelò una medicina sì efficace per curare quella “ferita” così grave, ma non sufficiente. Ci voleva altro. Ecco allora l’idea, folgorante, del viaggio.

Su questa strategia per ritrovare un equilibrio seriamente compromesso non sarebbe stato d’accordo il poeta latino Quinto Orazio Flacco che, nelle Epistole, così ammoniva: Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt. Insomma, nessuno può sfuggire a sé stesso. La serenità vera è un tesoro interiore da valorizzare attraverso una mirata e severa disciplina personale. Se l’individuo pensa che viaggiando risolve il problema, rimarrà deluso: a cambiare, da una destinazione all’altra, sarà il cielo, non l’animo.

Gérald de Nerval, a dispetto della immarcescibile saggezza degli antichi, si mette in viaggio. E l’avventura ha inizio. Tale avventura ha ora una nuova veste editoriale: in questi giorni, infatti, è uscito nelle librerie Viaggio in Oriente per i tipi delle Edizioni Ares (Milano, 2020, pagine 704, euro 24) con la traduzione e a cura di Bruno Nacci, e con una nota critica del poeta Giuseppe Conte. Nel gennaio 1843 lo scrittore si recò in Oriente: prima ad Alessandria, poi Il Cairo, quindi Rodi, la Siria, fino a Costantinopoli. Stava fuggendo da un anno: aveva trascorso il 1841 in una casa di cura, a causa di continui deliri che lo avrebbero condotto, dopo anni segnati da una crescente fragilità, al suicidio.

Viaggio in Oriente è una specie di Mille e una Notte, in bilico tra realtà e fantasia, tra dimensione onirica e scenario pragmatico, nel segno di una narrativa brulicante di personaggi di ogni sorta: dagli emiri agli incantatori, da gente della plebe a maestose regine. Ne emerge un quadro smagliante di colori che contrappone il mondo antico (saldamente ancorato alla religione e alla natura) e il mondo moderno, gradualmente e inesorabilmente sfigurato dallo squallore e dal degrado.

«Sono uscito dalla lettura del Viaggio in Oriente con la stessa sensazione di quando rimetto piede sulla terraferma dopo una nuotata in un mare agitato», scrive Giuseppe Conte nella nota critica, rilevando che «per le pagine di tutto il libro corre una energia ondosa, si alza la schiuma di una turbolenza vitale e dall’immaginazione che trascina e non dà tregua». Nell’immergersi in questa rutilante avventura il pensiero non può non andare al «Viaggio sentimentale» di Laurence Sterne (che l’autore stesso ricorda) e al Viaggio in Italia di Goethe (punto di riferimento per de Nerval, tra l’altro traduttore del Faust).

Il “peccato originale” degli occidentali è che non vivono la vita, la studiano; non vivono l’amore, lo analizzano. Il viaggio in Oriente si configura dunque come il tentativo di lasciarsi alle spalle studio e analisi, di sbarazzarsi di una sovrastruttura intellettuale, per dare libero sfogo alla visione, al sogno, al mito. «Ho amato — sottolinea Conte — la precisione, i dettagli coloriti e pregnanti che non devono mai mancare in un libro di viaggio: la descrizione dei mezzi di trasporto, carrozze, treni, navi di diverso tipo, sempre alle prese con le quarantene nei porti». Nella “commedia umana” messa in scena da de Nerval spiccano figure di donne: Whahaby, la boema, che tenta invano di sedurre: Zeynab, la schiava giavanese comperata al mercato, che sarà fonte di tanti guai; Salima, la ragazza drusa di cui sembra davvero innamorarsi.

Gli sfavillanti colori, che impreziosiscono un itinerario dalle tante sfaccettature, si legano al ritmo di riflessioni di carattere storico e antropologico. «De Nerval — osserva Conte — è un viaggiatore che ha mantenuto ben salda la sua identità, con il suo frequente riferirsi alla epopea napoleonica, col suo frequente manifestare risentimento contro gli inglesi vittoriosi che l’hanno spenta, ma nello stesso tempo, proprio in contrasto con i “pettinati, imbrigliati, inguantati” viaggiatori inglesi, ha preferito diventare arabo tra gli arabi, turco tra i turchi, affittare una casa al Cairo piuttosto che abitare negli alberghi occidentali».

Fondamentale poi è l’interesse per le religioni. Verso la fine della sua esperienza di viaggiatore, de Nerval dichiara di essere stato pagano trai Greci, musulmano tra gli arabi, panteista tra i Drusi. «Il rispetto e l’attenzione per le religioni degli altri — evidenzia Conte — non lo porta a rinnegare il cattolicesimo, ma a capire più in profondità la civiltà che attraversa. Io credo — scrive Conte — che nessun viaggiatore dovrebbe dimenticarsene. Senza una conoscenza della sua idea di sacro, dei suoi riti, dei suoi miti, un paese si conosce solo in superficie».

Nel 1841, quindi poco prima della partenza di de Nerval, anche Baudelaire aveva fatto rotta verso l’Oriente. Si tratta di un viaggio di punizione, comminatogli dalla madre e dal patrigno per distoglierlo dai suoi eccessi parigini. Ma Baudelaire, dal suo veliero che doveva portarlo a Calcutta, scende a Mauritius, e da lì pretende, dopo due mesi, di tornare a casa, carico di immagini esotiche che non dimenticherà più. Tuttavia Baudelaire rimane convinto che soltanto Parigi, il cristianesimo, l’Occidente sono l’orizzonte in cui vuole dissipare la propria vita. Baudelaire tenterà soltanto il suicidio: Nerval, «impossibilitato a governare il proprio tormentoso subbuglio interiore» si suiciderà impiccandosi in un vicolo della città da cui erano invano fuggito.

Una peculiarità del romanzo di de Nerval, che sarebbe più appropriato definire diario, è data dall’assenza di descrizioni negative. Così non c’è traccia di povertà e mai l’autore indugia sulle condizioni miserevoli delle folle orientali, sulle loro case fatiscenti. Al contrario del comune viaggiatore europeo, lo scrittore è portato a vedere lo splendore dei quartieri di legno, degli abiti a tinte vivaci, dei tetti, e delle terrazze che si perdono tra mare e deserto. Come pure in ogni donna, vecchio o mendicante de Nerval scopre caratteri di grandezza, ingegnosità, gentilezza.

Come viene fatto acutamente notare nel capitolo introduttivo al libro intitolato Viaggio e Mito nell’Oriente di Nerval e scritto da Bruno Nacci, l’Oriente dello scrittore è meraviglioso perché in esso «si rompe la successione del tempo, permettendo l’ingresso a una molteplicità di tempi, sciolti dal laccio della irreversibilità». Lo spazio è tutto un giardino dai frutti dorati: chioschi, moschee, fiumi, montagne, ogni elemento del paesaggio, con la sua immobile evidenza, è come stagliato «contro il pallore rosa di un cielo di carta». L’iconografia nervaliana esce intatta da un album di illustrazioni per ragazzi. Eppure Il Cairo, Beirut, Costantinopoli sono città reali, dove de Nerval ha veramente vissuto. «Egli — afferma Nacci — rispetta la realtà, ma non ci crede, ha bisogno di sfregarla, come la lampada magica di ladino, per farne scaturire imprevedibili analogie».

Nel rilevare che la dimensione teatrale informa di è il racconto del viaggio, Nacci mette l’accento sul fatto che per de Nerval il teatro rappresenta una forma privilegiata dello sguardo poiché ad esso è sottesa una intrinseca ambiguità. Per lo scrittore al teatro appartengono, in egual misura, la concretezza e l’illusione. «Più ancora — scrive Nacci — e qui si tocca forse uno dei punti nevralgici della concezione nervaliana, il teatro permette una forma di conoscenza che lascia intatto l’oggetto conosciuto, salvandone le inesauste possibilità». Dunque la realtà vissuta e pensata come teatro ci rende liberi, ci comunica al grado più alto il suo semplice e terribile segreto: «tutto non è che gioco, rincorrersi spontaneo di forme».

di Gabriele Nicolò