· Città del Vaticano ·

Africa, è l’ora del coraggio

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Conversazione con Romano Prodi

28 luglio 2020

Una carriera istituzionale lunga, ai massimi livelli, nazionali e internazionali, numerosi premi e riconoscimenti, tra cui 39 titoli accademici Honoris Causa, professore alla Ceibs (China Europe International Business School) di Shanghai, membro dell’Academy of Arts and Sciences (Cambridge, Massachusetts, Usa) e, dal 2008, presidente del Gruppo di lavoro Onu-Unione Africana sulle missioni di peacekeeping in Africa: Romano Prodi è tra i massimi conoscitori del continente africano. Ha studiato le complesse dinamiche, i travagli, le promesse che rimbalzano dallo Zimbabwe al Gambia, dal Marocco alle Mauritius. Un continente dalle tante anime, dal cuore profondo, molto più eterogeneo, variegato e complesso dei 54 Paesi che lo compongono e dell’immagine, parziale e sommaria, con cui viene frettolosamente raccontato. Un’area del mondo che dagli anni ‘70, secondo il Fondo monetario internazionale, non subiva una caduta economica simile, e in cui già si concentravano — come indica la Banca Mondiale — 23 delle 29 Nazioni a più basso reddito. Un’area in cui 26 milioni di persone saranno spinte dalla pandemia in condizione di estrema povertà, con il Pil pro capite reale ai livelli del 2010. Per non vanificare un intero decennio di sviluppo, occorre certamente una spesa aggiuntiva di miliardi di dollari per gestire l’emergenza, ma occorre, soprattutto, agire, in modo compatto, sul fronte della cooperazione, con un approccio equilibrato e responsabile. È pur vero, infatti, che il Pil africano negli ultimi anni è più che raddoppiato, ma la disponibilità finanziaria, consentita dai prestiti erogati dagli organismi sovranazionali, è cresciuta solo del 15 per cento, benché — come rimarca Carlos Lopes, Alto rappresentante dell’Unione africana per i partenariati con l’Europa — l’Africa garantisca oggi, su scala mondiale, il miglior ritorno di investimento.

Dopo la disgregazione del blocco sovietico, gli occhi dell’Europa hanno guardato a nord-est, trascurando che una strategia, elaborata e articolata, per il Mediterraneo è una assoluta priorità, soprattutto, per l’Italia. Come rivolgersi, presidente, ora all’Africa, o meglio, alle Afriche?

Alle "Afriche", dice bene, perché dal Maghreb al Sahel, passando per le regioni sub-sahariane, i volti del continente presentano tratti di grande specificità. Tuttavia, in ogni caso, nel rivolgerci al continente e ai popoli africani dobbiamo essere guidati da serietà e prudenza. Sono evidenti, infatti, caratteristiche comuni, a cominciare dal basso livello di sviluppo. Anche qui, occorre introdurre dei distinguo: penso ai progressi in corso in Etiopia, a cui, però, fanno da contrasto realtà di assoluta staticità, per le quali è difficile tracciare prospettive di crescita.

Soprattutto laddove l’instabilità politica crea tensioni e conflitti.

Qui si arriva al secondo aspetto che contraddistingue il continente, ovvero la mancanza di democrazie veramente compiute. Con un’espressione anglosassone, diciamo che esiste un problema di governance che si traduce in un contrasto istituzionale, per cui alcuni Paesi sono democrazie su carta, ma regimi nei fatti, i cui vertici sono occupati da leadership impreparate ad una transizione veramente democratica.

Il che alimenta frammentazione e focolai di terrorismo.

A questo proposito, c’è stato, purtroppo, un cambio di passo, perché, se fino a circa 15 anni fa, fanatismi e radicalismi non attanagliavano l’intero continente, a seguito della guerra libica, che ha agito da detonatore, la loro diffusione ha raggiunto anche Paesi finora estranei a questi estremismi. Un’excalation preoccupante, sia in termini di intensità, che di estensione geografica.

Un’excalation aggravata dall’urbanizzazione selvaggia di diverse megalopoli.

Questo è uno dei volti dell’Africa che più mi preoccupa. La mancanza di sevizi igienici dignitosi, l’assenza di presidi sanitari, il riversamento degli abitanti dei villaggi rurali nelle bidonville delle grandi città, le sacche incontrollabili di disperazione ai margini delle città, rendono esplosiva la convivenza nelle periferie.

L’Ue ha caparbiamente inseguito il sogno della grande Unione Africana.

È vero: si tratta di un processo lungo e complesso, che implica trattative multilaterali e una visione d’insieme. Come creare un mercato comune, ad esempio, se non attraverso il superamento di una serie di barriere tra i singoli Paesi, a cominciare dall’abbassamento di quelle doganali? Come far circolare merci e persone senza infrastrutture tradizionali, ma anche digitali?

C’è poi il grande capitolo della produzione e distribuzione di energia.

Esatto. Infatti, reti energetiche e digitali sono strettamente interconnesse. Un seme, comunque, in anni di lavoro è stato gettato: certamente è insufficiente, l’Europa può e deve fare di più.

In cooperazione con la Cina, molto presente nel continente africano?

Vede, sia l’Europa che la Cina sono naturalmente spinte a guardare all’Africa: le loro attenzioni a quella parte di mondo non sono straordinarie e, tantomeno, sorprendenti. Il territorio cinese, estesissimo, è coltivabile per il 7 per cento e povero di materie prime, come anche l’Europa. Di contro, la popolazione mondiale proviene per il 20 per cento dal Paese asiatico. Questo contesto motiva l’interesse di questi anni. Il nodo, semmai, è un altro e, anche qui, Europa e Cina hanno lo stesso problema di ingerenza: la prima per motivi storici, legati ai trascorsi coloniali, e la seconda, per quella che potrebbe essere interpretata come un’eccessiva invadenza.

In altri termini, la questione non è esserci, ma come ci si pone.

Esatto. Occorre portare un messaggio inequivocabile, che non sia strumentalizzabile. I popoli europei, cinesi e africani devono cooperare per lo sviluppo del continente, mettendo a sistema le rispettive eccellenze e risorse: ad esempio, perché non progettare e attrezzare ospedali e centri di cura? La Cina potrebbe molto contribuire nella fornitura di macchinari ospedalieri. A questo si dovrebbe affiancare un progetto europeo massiccio per dare vita a una rete capillare di energie rinnovabili, pensata per estendersi su tutta l’Africa, a cominciare dai Paesi della costa mediterranea. E, poi, bisognerebbe favorire le iniziative imprenditoriali, in particolare in tre grandi macroaree: sanità, scolarizzazione ed ambiente, con il coinvolgimento attivo dei giovani africani. Si sta affacciando una nuova generazione, anche imprenditoriale, che va sostenuta perché siano attori protagonisti del loro futuro. È un’occasione da non disperdere

Quale è il primo concreto passo?

Non possiamo pensare a interventi settoriali. Il primo processo da attuare è nella direzione di un avvicinamento tra i popoli: quale pace possibile, se sull’altra sponda del Mediterraneo c’è solo miseria. Fino a un secolo fa, centinaia di migliaia di nostri connazionali popolavano Egitto, Libia, Tunisia: marinai e commercianti delle due coste comunicavano in un dialetto simil-maghrebino. Intendo dire che gli interventi finanziari, i rapporti commerciali, la costituzione di una Banca comune, sono tutti strumenti efficaci alla cooperazione internazionale, ma va ristabilito quel profondo legame tra le genti che è nel dna dei popoli mediterranei ed è estendibile a quelli nord-europei e dell’Africa profonda, perché i nostri ostacoli e limiti non sono solo comuni con Spagna, Cipro o Slovenia. I rapporti umani e culturali sono la premessa di qualsiasi possibile sviluppo.

Per questo, nel 2001, lei propose in Commissione europea la costituzione di una rete di Università miste. La cosa non si concretizzò: non crede che, alla luce della tragedia libica, sia maturo ribadire l’opportunità di dare un luogo, uno spazio, alla formazione, in cui crescere insieme?

È il mio sogno: un segnale concreto e dal costo molto limitato. Un’università condivisa con uguale numero di professori e studenti europei e africani, con obbligo di frequenza in entrambi le sedi per uno stesso numero di anni. Attorno al nostro Mezzogiorno tornerebbe a fiorire una civiltà florida e multiculturale, in questa regione si concentrerebbero dialogo, risorse, progetti.

A partire da una sorta di Erasmus euro-africano.

Esatto. Pensi a quale straordinario corso avvierebbe. Quale rivoluzione pacifica sarebbe, quale patto di fiducia rinsalderebbe… Io penso sia l’ora del coraggio.

di Silvia Camisasca