· Città del Vaticano ·

Conversazione con Giuseppe De Marzo, responsabile per le politiche sociali dell’associazione Libera

Abbiamo reciso un legame per questo ci siamo ammalati

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06 luglio 2020

Quando si colpisce al cuore un sistema e se ne altera l’ordine, si fa spazio all’entropia e a una nuova riorganizzazione i cui assetti non sono sempre facilmente prevedibili. La ferita inferta al nostro pianeta e a tutti i suoi eco-sistemi è alla base della pandemia da covid-19, la cui origine, quindi, sarebbe antropogenica, causata da un modello di sviluppo insostenibile socialmente ed ecologicamente, perché incapace di produrre e consumare rispettando i limiti della Terra e le sue capacità di autorigenerazione ed autorganizzazione. A sostenerlo è Giuseppe De Marzo, responsabile nazionale di “Libera” per le politiche sociali e coordinatore nazionale della “Rete dei Numeri Pari”, che mette insieme più di 600 realtà sociali — cooperative, parrocchie, presidi antimafia, movimenti per il diritto all’abitare, centri antiviolenza, reti di giornalisti, scuole, associazioni di giuristi, reti studentesche, per citarne solo alcune — impegnate contro le disuguaglianze e le mafie attraverso campagne condivise e attività di mutualismo e solidarietà che sostengono decine di migliaia di persone.

La convinzione che l’attuale pandemia, come la sars, ebola, ma anche le inondazioni, la siccità, i cambiamenti climatici, rappresenti un grido di dolore e di allarme lanciato dalla terra, trova riscontro anche negli studi dell’Oms (l’Organizzazione mondiale della sanità), che da più di un decennio denuncia come l’aumento della temperatura e la distruzione di molti habitat naturali minaccino la nostra sopravvivenza e possano aver favorito il salto di specie, da quella animale a quella umana, di molti agenti patogeni. Esattamente come funziona questo nesso causale?

L’alterazione dei processi di trasmissione di patologie come il coronavirus è una delle dirette conseguenze del collasso climatico. L’Oms lo denuncia dal 2007. Il collasso climatico genera una reazione a catena: migrazione degli animali, adattamento ad un nuovo clima, adattamento dei patogeni, maggiore diffusione territoriale. Aver alterato equilibri delicatissimi sta avendo catastrofiche ripercussioni sulla nostra salute. Il covid-19 è figlio dello sviluppo insostenibile. Tra i co-fattori che invece aumentano la velocità di diffusione e l’incidenza del virus ci sono l’urbanizzazione selvaggia, la deforestazione e l’inquinamento dell’aria. Ad esempio gli studi recenti dell’università di Bologna, Bari, Cambridge, ci dicono che dove maggiore è la concentrazione di sostanze inquinanti come il PM2,5 ed il PM10, maggiore è l’incidenza del virus.

Per molti è stato più facile in questi mesi difficili rifugiarsi nel complottismo, immaginare scenari di guerra e di sperimentazioni sfuggite al controllo, piuttosto che interrogarsi sulle reali responsabilità di questo flagello.

Spostare il problema altrove per evitare di indagarne le cause e fare luce sulle verità è una modalità tipica della politica degli ultimi anni. Così come semplificare questioni complesse usando qualche slogan per guadagnare un veloce e sterile consenso. Ma non ci porta a risolvere i problemi. Siamo dinanzi ad una crisi sistemica e strutturale del modello economico liberista. Estrae generando rifiuti più di quanto la Terra è in grado di generare e di assorbire, contraendo così un deficit ecologico che si traduce in aumento delle disuguaglianze sociali e nella crisi ecologica sotto i nostri occhi. Il collasso climatico ed i nuovi virus sono alcuni degli “effetti collaterali” di un sistema economico insostenibile per noi esseri umani, come il Papa ha più volte denunciato. Siamo gli uni collegati agli altri. Fragilità e interdipendenza sono alla base della vita. Non riconoscerlo genera la crisi. Non potevamo pensare di essere sani in un mondo malato [come scrive Papa Francesco nella enciclica Laudato si’ – ndr], proprio perché c’è una relazione tra tutte le entità viventi.

Quale il cammino da intraprendere il più velocemente possibile?

Abbiamo dichiarato guerra alla Terra dimenticandoci che ci nutre e sostiene. Senza di lei non c’è nessuno sviluppo perché non c’è la vita. Non comprenderlo è da pazzi e ci espone a rischi per la nostra salute e la nostra sopravvivenza, come ci insegnano il covid e le guerre per il controllo delle risorse sempre più diffuse nel mondo. Difendere la Terra è per noi un obbligo morale anche verso le generazioni che verranno. Abbiamo bisogno di un cambiamento culturale profondo. Per questo la riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica è l’unica strada per tornare a produrre e consumare dentro i limiti del pianeta. Dobbiamo riconoscere diritti alla natura se vogliamo allo stesso tempo garantire i nostri. Solo così rimetteremo insieme nel nostro paese il diritto al lavoro con il diritto alla salute.

Quando sono necessari dei cambiamenti culturali bisogna ripartire come sempre dai giovani, che rappresentano il futuro. Cosa vorrebbe dirgli?

Siamo di fronte a una grande povertà educativa. Ai giovani bisognerebbe far riscoprire la bellezza della vita che poggia proprio su questa interrelazione tra tutte le cose e sulla ricchezza inestimabile delle biodiversità che interagiscono tra loro. Bisognerebbe farli tornare in relazione profonda con questa bellezza. La Terra è una rete di vite interconnesse. L'approccio culturale del sistema liberista non riconosce questa relazione ed ha invece mercificato e oggettivizzato la natura, come se fosse inanimata. Abbiamo finito per mettere in vendita la vita stessa, disconoscendo l'indispensabilità per noi, natura umana, di tutte le comunità viventi. Ma alla fine, nel dichiarare guerra alla Madre Terra, abbiamo solo premiato la nostra stupidità, finendo per attentare alla nostra sicurezza. Ci siamo fatti solo del male. Sgonfiamo il nostro ego da neo colonizzatori e riconosciamo le nostre fragilità, la nostra dipendenza da tutto ciò che ci circonda. Il covid, la sars, l’ebola, l’hiv, ci costringono a un bagno di umiltà. L’io ipertrofico dell’attuale  homo economicus lo ha portato a sostituirsi a Dio, a pensare di essere un  dominus dell’universo quando in realtà è un  frater. Nell'immaginario collettivo si è creata una separatezza tra noi e il mondo in cui viviamo, dobbiamo, invece, ricordare che esistono quattro fonti giuridiche, quattro pilastri, su cui si fonda la necessità di riconoscere diritti alla natura: relazionalità, reciprocità, complementarietà e corrispondenza. Tutti gli essere viventi sono legati gli uni agli altri e gli uni hanno bisogno degli altri. L'aumento delle disuguaglianze sociale è conseguenza diretta della distruzione ambientale ed ecologica. C'è un nesso indissolubile. Il mancato accesso alle risorse genera povertà. Il sistema economico consuma più risorse di quante la natura sia in grado di riprodurre. Non è sostenibile da nessun  punto di vista. Bisogna cambiare se non vogliamo estinguerci.

di Cristina Calzecchi Onesti