· Città del Vaticano ·

Una guida nei nostri deserti

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12 giugno 2020

Abbiamo appreso, poco prima della festa di Pentecoste, della ormai prossima canonizzazione del beato Charles de Foucauld, «confessore della fede», dopo il riconoscimento di un miracolo ottenuto per sua intercessione. Contemporaneamente, è stato annunciato che sarà beatificata anche Pauline Jaricot. Queste due grandi personalità cattoliche francesi, l’ufficiale libertino divenuto eremita silenzioso nel Sahara e la fondatrice laica della Pontificia opera della Propagazione della fede, sembrano a prima vista contrapporsi nella loro concezione della missione. In realtà a unirli è il loro desiderio comune di portare il Vangelo attingendo alla spiritualità del Cuore di Gesù, lontani da certi modelli clericali in voga nel XIX secolo.

Le Riparatrici del Cuore di Gesù sconosciuto e offeso, fondate da Pauline Jaricot, come l’Unione dei Fratelli e Sorelle del Sacro Cuore di Gesù, che Charles de Foucauld avrebbe voluto vedere svilupparsi quando era ancora in vita, annunciavano l’appello universale alla santità lanciato dal concilio Vaticano II, quella “nuova Pentecoste” che restituisce ai fedeli laici la loro dignità di battezzati responsabili della testimonianza del Vangelo nella vita di tutti i giorni. Se durante l’Ascensione Gesù scompare al nostro sguardo, non è forse perché siamo il suo cuore e il suo volto, la sua presenza nella società, in quanto popolo di Dio e corpo di Cristo? Ecco che cosa voleva significare fin dall’inizio il simbolo del Cuore e della Croce di Gesù portato da de Foucauld sul suo abito religioso. Il beato e futuro santo conferisce così il suo vero significato a questo simbolo. Non è forse importante esserne rivesti interiormente e spiritualmente? È ciò che ho imparato durante la mia giovinezza algerina, alla scuola del “fratello universale”, qualche anno dopo i concerti di clacson per l’Algeria francese.

Nato da padre ignoto alla fine della guerra d’Algeria, sono molto legato spiritualmente a Charles de Foucauld: è la mia guida e il mio protettore. Quando ero ancora bambino ad Algeri, mia madre mi diede una sua foto, sul cui retro il mio padre invisibile, partito con la Francia, aveva scritto queste parole: «Lui ti proteggerà e ti amerà per me». È questo è tanto più importante nella mia vita in quanto, essendo cresciuto nella piccola comunità cristiana algerina dopo l’indipendenza, ho sentito spesso evocare l’esempio di “fratel Charles” a proposito dei rapporti con i nostri amici musulmani. Per noi è già santo da lungo tempo. La testimonianza dei 19 beati martiri di Algeria, che hanno versato il loro sangue accanto a molti musulmani vittime della violenza, durante il decennio nero della guerra civile, ha indubbiamente permesso di chiarire il messaggio fraterno di Charles de Foucauld, a cui s’ispiravano, in maggior o minor misura, in particolare i miei amici di Tibhirine. Christian de Clergé firmò tra l’altro il suo famoso testamento un 1° dicembre, anniversario della morte violenta di Charles de Foucauld.

Il 13 novembre 2005, meno di dieci anni dopo la serie di assassinii di religiosi in Algeria, fratel Charles veniva beatificato a Roma. Quella celebrazione, a cui ho avuto la fortuna di partecipare, ha messo in luce uno stile profetico di vita cristiana, spoglia, raggiante, che fa della religione un amore. La sua canonizzazione consacrerà questo modello evangelico che potrebbe trasformare il profilo della Chiesa cattolica negli anni a venire, come al tempo di san Francesco. L’apostolato della bontà, l’abbandono spirituale e la presenza discreta tra i più piccoli, sono, credo, i tre segreti di questo rinnovamento ecclesiale “foucauldiano” proposto, come una possibilità presente, all’istituzione ecclesiale romana.

Contemplando nella mia adolescenza i sei ex-voto lasciati da Charles de Foucauld nel santuario di Nostra Signora d’Africa, che domina la baia di Algeri, ammiravo le tappe della sua vita missionaria. «Il mio apostolato deve essere quello della bontà», diceva l’ex ufficiale di cavalleria formatosi a Saumur, che si opponeva, brandendo la spada, alla ribellione dello sceicco Bauamana contro la presenza coloniale, nel sud-oranese, con il futuro generale Lapperine. Attraverso la lettura del Vangelo aveva compreso che l’esercito di Dio è la sua bontà, e perciò abbandonò la vita militare per diventare prima esploratore del Marocco, poi trappista e infine eremita in mezzo ai Tuareg, artefice del dialogo islamo-cristiano. I tre anni trascorsi a Nazareth gli avevano fatto conoscere la tenerezza di Gesù e lui voleva «gridare il Vangelo attraverso la vita» intessendo con ogni persona rapporti di amicizia, come fece in particolare a Tamanrasset con l’amenukal Musa Ag Amastan, capo di una confederazione tuareg. Non pensava più a convertire, ma ad amare. «Sono certo che il buon Dio accoglierà in cielo quanti sono stati buoni e onesti senza che siano cattolici romani», scriveva a proposito dei musulmani tra i quali viveva, senza un fine nascosto di proselitismo, precursore in ciò del concilio Vaticano II e del suo documento più celebre sulla libertà religiosa, la Dignitatis humanae. «Non si trattava di predicare, ma di essere alla maniera di Cristo», mi ha spiegato uno dei suoi discepoli, padre René Voillaume, nella sua ultima intervista, che mi ha concesso nell’aprile del 1999 per il quotidiano «La Croix».

Charles de Foucauld poneva il suo apostolato della bontà sotto il segno del Cuore di Gesù, ricevendovi, con un amore filiale, la sua fiducia nella paternità divina, fonte inesauribile della fraternità universale. «Voglio abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani ed ebrei a vedermi come loro fratello», scriveva a sua cugina Marie de Bondy, praticando una spiritualità dell’abbandono alla volontà del Padre celeste, nell’imitazione di Gesù Cristo. Questa spiritualità si era approfondita nel suo eremo di Assekrem, nel sud dell’Algeria, quando fu salvato dalla morte per fame da alcuni tuareg che gli portarono del latte di pecora, nel 1908. Si offrì come un povero a Dio nel completo abbandono di sé. «Io mi abbandono a te, fa di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me, Ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto. La tua volontà si compia in me, in tutte le tue creature. Non desidero altro, mio Dio. Affido l'anima mia alle tue mani, Te la dono mio Dio...»: avevo circa dodici anni quando ho balbettato per la prima volta la sua Preghiera d’abbandono imparata a memoria, tra le dune di sabbia. Ero a El Golea con mia madre e alcuni suoi amici, davanti alla tomba di fratel Charles. Lì, ragazzino biondino perso nell’immensità sahariana, capivo di avere un padre che mi amava da sempre, ricevevo un cuore di figlio nel Figlio per essere a mia volta fratello di tutti. Nel deserto, avevo udito l’Eterno dire anche a me: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato» (Salmo 2, 7).

Da sette anni lavoro a Roma e perciò amo andare a pregare presso le Piccole sorelle di Gesù, alle Tre Fontane, davanti all’altare eucaristico di de Foucauld conservato da loro con amore. Questa reliquia ricorda il terzo segreto di fratel Charles, dopo il Vangelo e il Sacro Cuore: il Santo Volto di Gesù. Simbolo del Verbo incarnato, l’adorava interiormente nel sacramento dell’Eucaristia, dono che Gesù fa di sé e che ci rivela l’amore infinito di suo Padre per ogni essere umano.

Colpito profondamente dalle parole di Cristo, «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» e «questo è il mio corpo, questo è il mio sangue», collegate tra loro, ha cercato e amato Gesù nei più piccoli, in fondo a quell’Amazzonia dell’Africa del Nord che era per lui la regione berbera saheliana. Non potendo per due mesi celebrare la messa, perché la regola di allora stabiliva che il sacerdote dovesse avere un chierichetto, ha creduto intensamente nell’irradiamento della presenza eucaristica che santifica misteriosamente tutte le persone che vivono vicino.

Charles Eugène de Foucauld de Pontbriand è stato pian piano trasfigurato dall’adorazione, divenendo Charles de Tamanrasset, un altro Cristo, come Francesco d’Assisi, Bernadette di Lourdes, Ignazio di Loyola e Teresa de Lisieux... L’unica particella nobiliare che conta per un cristiano non è forse quella della santità quotidiana?

Morto il 1° dicembre 1916, all’età di 58 anni, ucciso da alcuni ribelli senouissi provenienti dalla Libia, alleati con la Germania durante la seconda guerra mondiale, ci ricorda che l’offerta della nostra vita a Dio è l’unico modo per recare frutto, secondo la parabola evangelica, a immagine del chicco di grano che cade in terra. Può inoltre aiutarci a provare l’urgenza di uno spogliamento di sé, di una purificazione del culto e di un ritorno al Vangelo, per rendere testimonianza in silenzio nel cuore dei nostri deserti, nella società secolarizzata in cui siamo immersi. La sua canonizzazione sarà una promessa in tal senso per tutta la Chiesa.

di Francois Vayne