· Città del Vaticano ·

Un percorso professionale e spirituale

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A colloquio con il cappellano delle Guardie svizzere sulla formazione delle nuove reclute

09 giugno 2020

Non ci si improvvisa Guardia svizzera pontificia. C’è tutto un cammino formativo e spirituale da percorrere con impegno e determinazione. Perché prima di occuparsi della sicurezza e della tutela della persona del Papa, occorre imparare a conoscere il Vangelo e i suoi principi. Lo sottolinea in questa intervista a «L’Osservatore Romano» il cappellano del Corpo, don Thomas Widmer, in occasione dell’avvio della scuola estiva delle reclute.

Quali sono gli obiettivi della scuola?

È importante che le reclute possano entrare in servizio ben preparate, pronte ad assumere i doveri legati al loro compito. La prima parte dell’iter formativo si svolge ora in Vaticano. In autunno, insieme alla prossima scuola reclute, ci sarà la seconda parte della formazione nella caserma militare di Isone, in Svizzera. In quell’ambiente le reclute assimileranno e approfondiranno le competenze, ogni volta attualizzate e necessarie, di tattica e di sicurezza corrispondenti al loro ruolo di difesa del Santo Padre. Ma è fondamentale che tale compito nasca e si approfondisca nel loro cuore.

In che modo?

Qui entriamo nella dimensione della fede. Sono in primo luogo uomini, amati e voluti da Dio con una missione da scoprire sempre più approfonditamente. Il mio obiettivo di cappellano è sempre quello di favorire la loro personale esperienza con Gesù: incontrarlo e seguirlo come modello di servizio e di donazione, infatti, dà una nuova qualità alla loro vita.

Quali sono le priorità nella preparazione delle reclute?

Da una parte c’è la formazione per la sicurezza, che è il loro compito principale. Poi, c’è un settore che riguarda la conoscenza dei luoghi di lavoro, dei singoli compiti e lo svolgimento del servizio d’onore. L’altra parte della formazione riguarda l’aspetto spirituale. Cerco di offrire loro le basi della nostra fede e della vita cristiana. Penso che la scuola delle reclute permetta di condividere esperienze personali all’insegna della fede.

In che modo si coltiva questa dimensione spirituale?

Nella scuola dedico alcune ore ogni settimana alla catechesi con le nuove reclute. Ma penso che l’esperienza della fede vada oltre questi momenti strettamente formativi: la vita quotidiana nel quartiere svizzero, all’interno del Vaticano, include molti momenti di condivisione comunitaria.

In questa fase di emergenza sanitaria, cosa è cambiato nel servizio delle Guardie?

Essenzialmente il servizio è rimasto quello ordinario, con piccoli cambiamenti: per esempio, la necessità di indossare le mascherine agli ingressi del Vaticano o di misurare la temperatura a chi entra nel Palazzo apostolico. Invece il servizio d’onore è ridotto al minimo. Ciò è legato al fatto che arriva meno gente in Vaticano. Le udienze e le messe presiedute dal Papa sono senza o con pochi fedeli. Mi auguro che le Guardie possano riprendere presto il servizio d’onore là dove è possibile.

Come state programmando il post-pandemia?

Passo dopo passo, ci adattiamo alle nuove disposizioni dettate dai nostri superiori. Adesso che riprende il movimento delle persone, sicuramente resta l’esigenza di alcune misure di sicurezza già sperimentate. Ma soprattutto spero che quanto abbiamo maturato dentro, durante l’esperienza della pandemia, ci spinga a continuare a vivere valori importanti come la solidarietà. In questo modo, potremo andare avanti come prima e meglio di prima.

di Nicola Gori