· Città del Vaticano ·

Un incontro quotidiano

Marc Chagall,  «Studio per “La pioggia”» (1911, particolare)

Quattro pagine - Approfondimenti di cultura, società, scienze e arte

05 giugno 2020

Claudio Rinaldi e la vocazione al giornalismo


Affabile, gentile, sorridente Claudio Rinaldi, direttore della «Gazzetta di Parma», diventa trascinante quando parla di giornalismo, la passione della sua vita. Nato nel 1968, e dunque in mezzo a tanta storia, scopre fin da giovanissimo la sua vocazione grazie al gioco del calcio e alla prosa inconfondibile, luminosa e per lui folgorante di un grande come Gianni Brera. Più tardi dallo sport passa alla cronaca, ma resta uguale la voglia di raccontare il mondo sulle pagine di un giornale. Pur essendo giovane Claudio si è formato a un giornalismo d’altri tempi quando il cronista consumava nelle strade le suole delle scarpe, il giornale era solo di carta, in tanti trascorrevano la domenica pomeriggio con la radiolina all’orecchio, il calcio era ancora uno sport e in qualche caso anche poesia. Dai quotidiani dove ha compiuto il suo precoce apprendistato viene il rigore del professionista fatto di rispetto per i lettori vale a dire di onestà, precisione e cura del dettaglio. Dalle cronache delle partitelle domenicali di quando era ragazzo l’attaccamento alla maglia cioè alla «Gazzetta di Parma» e la passione di chi ama quello che racconta. Una combinazione vincente che fa di Rinaldi, per creatività talento e qualità tecniche, un “numero 10” del giornalismo. Come direttore ha uno stile inconfondibile che si esercita attorno a tre parole d’ordine: impegno, lealtà, correttezza. E poi aggiungere il nuovo facendo tesoro del passato, premiare l’impegno e il merito come può fare solo chi si è conquistato con fatica ogni piccolo avanzamento sul campo, vivere la «Gazzetta» assieme ai suoi collaboratori come fosse casa e famiglia. Infine sentire nel profondo del cuore il valore della memoria e andare avanti senza dimenticare maestri e compagni di strada.

Il primo ricordo della tua vita?

Nei primi anni della mia vita sono vissuto a Empoli dove mio padre Albino, agente di commercio della Perugina, lavorava. Quando avevo otto anni la famiglia, che comprendeva mia madre Elsa e mio fratello più grande Giorgio, si trasferì a Parma. Il primo ricordo è legato alla scuola. Accompagnato dai miei genitori entrai in classe e vedemmo che la maestra seduta in cattedra stava leggendo la «Gazzetta di Parma». A ripensarlo oggi quell’episodio mi sembra un segno del destino, ma allora quell’immagine fece una brutta impressione ai miei genitori. A me non dissero niente, ma si guardarono con un’espressione sconcertata che non mi sfuggì. In realtà la maestra Lia Malagnino si rivelò un’ottima insegnante, molto avanti per i tempi, che praticava già allora una “scuola delle parole” facendo leggere ai suoi piccoli allievi qualche articolo di giornale e abituandoli così fin dall’infanzia ad avere confidenza con il quotidiano.

Chi ha contato di più nella tua formazione?

L’ambiente familiare che mi ha circondato di affetto lasciandomi crescere con serenità. Dai miei genitori ho imparato tanto, ma soprattutto il valore dell’onestà, della legalità, del rispetto e poi l’amore, perché hanno vissuto sempre l’uno per l’altra. La scoperta del giornalismo invece la devo a mio zio Mario, il fratello di mia madre, un grande appassionato di calcio e di letture, che mi insegnò tutto, anche la sua fede interista che con naturalezza ereditai. Fu lui a portarmi alla mia prima partita a San Siro, uno spettacolo indimenticabile anche perché quel punto conquistato dall’Inter sulla Roma significò lo scudetto. Era il 1980. Mentre crescevo a pane e «Gazzetta dello Sport» un’estate, durante le vacanze che trascorrevamo al mare di Savona con le nonne, mio zio mi regalò un libro: era la Storia critica del calcio italiano, la “summa” delle teorie di Gianni Brera sul calcio. Avevo 14 anni e fino a quel momento, come per tutti i ragazzi, il calcio era stato formazioni mandate a memoria, partite, risultati, classifica. Adesso nelle pagine di Gianni Brera diventava il meraviglioso racconto di un gioco di squadra con straordinari solisti dove c’era tutto: agonismo, tattica, intuito, gesti atletici, fantasia di piedi e di testa. Ero giovanissimo ma amavo molto leggere e questo mi permise di lasciarmi conquistare dalla sua scrittura che già allora mi sembrò ritmica, rapida e potente come una partita, ma intensa e ricca come le pagine di grande letteratura. Più tardi avrei compreso e amato tante altre doti di Brera scrittore.

Dici “più tardi” quindi Brera non fu solo un mito della giovinezza.

È un mito che resiste intatto ancora oggi. Avevo 16 anni quando un agosto, con un amico che non condivideva affatto la mia passione per il calcio, raggiunsi Monterosso nelle Cinque Terre dove sapevo che Brera trascorreva le vacanze. Non conoscevo il suo indirizzo ed entrai a chiedere nella bottega di un ferramenta che naturalmente sulle prime si rifiutò di darmi l’indicazione e che infine dovette cedere pur di liberarsi di me. Brera non era in casa, mi dissero che era andato alla stazione a spedire il “fuorisacco”, cioè la busta con gli articoli che i corrispondenti affidavano al capotreno e che poi i fattorini dei giornali andavano a ritirare. Lo trovammo che era in attesa del treno e vincendo l’emozione lo avvicinai. Come mi avrebbe confidato anni dopo a commuoverlo quel giorno fu il mio candore, la tenuta da adolescente fatta di pantaloncini e maglietta e l’entusiasmo con cui citavo passi dei suoi articoli. Finì che ci invitò a casa, gli raccontai del mio sogno di fare il giornalista sportivo e riuscii, sempre con molto garbo, a estorcergli il numero telefonico della sua casa di Milano. Due furono i consigli che nel tempo mi avrebbe dato: il primo andare a parlare con il direttore della «Gazzetta di Parma» dicendogli il mio desiderio di lavorare in un giornale. Più tardi, in risposta a un articolo che gli avevo inviato, arrivò il secondo consiglio insieme a parole di apprezzamento che non ho mai dimenticato. La lettera suonava così: «Lo trovo molto ben fatto l’articolo, equilibrato, saggio e scritto con bella disinvoltura, come si addice a uno che conosce il mestiere... Per lei mi auguro si aprano cieli meno grigi e bassi. Non pensi allo sport prima di essersi fatto un buon corredo culturale. Poi, se vorrà contentarsi, faccia pure sport». Cominciai allora a raccogliere libri, articoli, lettere, interviste, un archivio che negli anni è vistosamente cresciuto e che oggi occupa scaffali interi. Apprezzavo molto l’estrosità e le straordinarie invenzioni lessicali delle sue pagine, la coerenza di Brera, l’autorevolezza tale da imporre le scelte ad allenatori e commissari tecnici, il coraggio di affrontare le polemiche, tantissime, sempre a testa alta. E naturalmente quella sua penna così lucida, creativa e ricca di colore. Celebri i soprannomi con cui ribattezzava giocatori e allenatori, i neologismi e gli adattamenti delle parole da un campo semantico all’altro. Alcune sue invenzioni sarebbero diventate vocabolario essenziale del calcio: contropiede, melina, libero, rifinitura. E mi piace ricordare “intramontabile”, un aggettivo amato da Brera che oggi io userei per definirlo.

E la scuola che ruolo ha avuto nella tua formazione?

Forse un ruolo più marginale. Frequentai il liceo scientifico Marconi ma di quegli anni ricordo soprattutto le letture — Hemingway, Pavese, Fenoglio, Soldati e tanta letteratura sportiva —, il mio piccolo gruppo di amici, dei geni in matematica con cui condividevo sogni da rincorrere, l’impegno la domenica come arbitro, perché come calciatore ero stato deludente, e le cronache di partitelle locali che diventarono un impegno sempre più importante. A seguire il calcio avevo iniziato da bambino quando, guardando in televisione le partite, abbassavo l’audio e mi sostituivo al cronista. Avevo proseguito negli anni del liceo alzandomi la mattina in anticipo per poter leggere i giornali prima di entrare in classe e collaborando a giornali e a una storica emittente privata, «Radio Emilia». Finita la scuola mi iscrissi a lettere a Bologna, ma l’università si rivelò incompatibile con il lavoro che mi assorbiva interamente. In quel periodo non c’era domenica, Natale o San Silvestro in cui fossi libero, ma niente era capace di spegnere il mio entusiasmo: il giornalismo vissuto si confermava una passione precoce e fortissima.

E poi arrivò l’assunzione alla «Gazzetta di Parma», un giornale che detiene due importanti primati: è il più antico quotidiano italiano e può vantare una quota di mercato straordinaria, su 100 lettori che a Parma e provincia vanno in edicola 80 acquistano la «Gazzetta».

Il nostro ieri va indietro di quasi tre secoli. È sempre un’emozione sfogliare il numero del 19 aprile 1735 che custodiamo in cassaforte. Per convenzione facciamo risalire a quell’anno la nostra fondazione, ma quella copia è solo la prima che possediamo perché ci sono indizi che la «Gazzetta» sia ancora più antica. Da allora, salvo brevissimi periodi, siamo sempre usciti: prima una volta a settimana, poi tre, quindi dal 1850 tutti i giorni. La vecchia sfida con la «Gazzetta di Mantova» resterà per sempre senza vinti e vincitori: i colleghi della riva sinistra del Po vantano copie più antiche datate 1664, ma hanno cambiato più volte il nome della testata e avuto lunghe sospensioni delle pubblicazioni. Ecco perché, per continuità, rivendichiamo di essere il più antico quotidiano italiano. Quanto al rapporto tra copie vendute e popolazione sono numeri che ci riempiono di orgoglio ma che non bastano a raccontare il legame dei lettori con la «Gazzetta». Se non ci fosse questo grande e fortissimo affetto la «Gazzetta» non sarebbe quella che è: il cuore della città, un’istituzione che il grande Baldassarre Molossi, che ne fu direttore per ben 35 anni a partire dal 1957, definì «uno di quegli alberi secolari che il tempo ha ingigantito e le bufere non hanno piegato: è un punto di riferimento, un luogo di incontro, un posto di ritrovo».

Hai citato Molossi e gli anni d’oro della sua direzione. Parlaci di lui.

Per chi come me ha avuto la fortuna di fare un pezzo di strada sotto la sua ala, le sue lezioni restano indimenticabili. Così come la «Gazzetta» è Parma, Baldassarre Molossi è la «Gazzetta». Scrisse di lui Indro Montanelli: «Un giornalista a metà strada tra l’istituzione e la leggenda». Fedele al principio di voler fare una grande «Gazzetta» e non un piccolo «Corriere della Sera» come non si stancava di ripetere, Molossi con la sua direzione portò una rivoluzione epocale. Nel pensare il giornale, nello scrivere gli articoli, nel deciderne la collocazione, nell’impaginarli il suo obiettivo fu fare della «Gazzetta» lo specchio della coscienza della città. Per ottenere questo risultato aveva delle regole inderogabili. Le tre doti del bravo giornalista? Esattezza, esattezza, esattezza. E ancora quella raccomandazione ripetuta infinite volte: «Scrivete chiaro, i vostri articoli devono essere compresi dall’ortolana della Ghiaia (piazza del centro storico di Parma destinata da sempre a mercato cittadino) senza far arrossire il professore universitario». Infine una regola che era frutto di uno straordinario intuito: Molossi sapeva scegliere le persone giuste e metterle al posto giusto. Insieme ad Aldo Curti, suo fedelissimo braccio destro e altro pezzo di storia del giornale, si sono succeduti nei vari reparti campioni di giornalismo per professionalità, passione per il mestiere e umanità. A tutti questi maestri va la mia gratitudine. Un solo nome non potendoli citare tutti, Luciano Pecorari che mi accolse poco più che ragazzino e che mi ha insegnato tutto.

«Stampando una notizia a grandi lettere, la gente pensa che sia indiscutibilmente vera» diceva Jorge Luis Borges.

È la grande responsabilità dei giornalisti. Noi della «Gazzetta» non vogliamo certo paragonarci al «New York Times» o al «Wall Street Journal» ma c’è un filo che lega quei colossi alla nostra piccola — e dico piccola per area di diffusione — ma gloriosa «Gazzetta»: considerare la serietà e l’autorevolezza come i primi obiettivi cui tendere. Non è un caso che le due testate che ho appena citato, le più prestigiose del giornalismo statunitense, abbiano avuto un’impennata di abbonamenti, in controtendenza alla crisi mondiale della carta stampata, dopo l’arrivo di Trump e l’esplosione della stagione delle fake news. I lettori cercano rifugio nella serietà delle testate più affidabili: quelle in cui giornalisti di qualità, con scrupolo e professionalità, approfondiscono e verificano notizie e fonti prima di pubblicare un articolo.

Una mostra dedicata alla «Gazzetta», accompagnata da un bel catalogo, ha celebrato quest’anno la ricorrenza dei 285 anni del giornale.

Un traguardo importante che meritava di essere celebrato degnamente. Abbiamo lavorato tanto per allestire l’esposizione a Palazzo Pigorini e i due volumi del catalogo per complessive 800 pagine. È stato un appassionante gioco di squadra che ha coinvolto tanti giornalisti della «Gazzetta», ma anche tanti studiosi e docenti. Ho condiviso la regia di questa celebrazione con Giancarlo Gonizzi, storico appassionato e colto, e il nostro grande lavoro è stato premiato dai risultati. Abbiamo raccontato gli eventi e i personaggi che hanno segnato la nostra storia e Parma città della musica, della letteratura, dello sport, del cinema, della vita universitaria, della ricerca scientifica, del mondo dell’industria. Abbiamo raccontato la storia del nostro giornale tra riflessioni, aneddoti e curiosità: la visione cosmopolita della «Gazzetta» nei secoli, il primo e vistosissimo buco — così in gergo giornalistico si definisce una notizia importante non data — che fu la Rivoluzione francese a cui il giornale, per motivi politici, non dedicò neanche un rigo, l’obbligo che Guillaume du Tillot, ministro delle Finanze del Ducato di Parma, impose ai caffettieri di acquistare dieci copie del giornale e a cui si deve la consolidata abitudine cittadina della lettura del quotidiano nei caffè. E ancora abbiamo raccontato Parma capitale del giornalismo. Dalla «Gazzetta» sono passate tante grandi firme: basta scorrere quei nomi, leggere le loro biografie e i loro articoli per farsi un’idea di quali fuoriclasse parliamo. Scriveva così Egisto Corradi: «Per chi intenda fare il giornalista non c’è scuola migliore di quella del giornale di provincia, specie di un giornale di provincia vivo come la Gazzetta... In un piccolo giornale si fa tutto, si impara tutto, ci si rende conto di tutto». Grandissimo inviato speciale, personaggio umile quanto ricco di straordinario talento, Corradi nei quasi trent’anni trascorsi al «Corriere della Sera» ricorreva a un trucco diventato celebre tra i giornalisti come frutto di una creatività per salvaguardare il mestiere. Ogni volta che si trovava in difficoltà e c’era il rischio che le telefonate venissero intercettate, come a Praga nell’agosto del 1969, primo anniversario dell’invasione sovietica, Corradi chiamava il «Corriere», si faceva passare Luciano Micconi lo “storico” segretario di redazione e gli dettava il pezzo in dialetto parmigiano. «I cecoslovacchi — scriveva Corradi — sono poliglotti, è vero: ma trovino un interprete capace di comprendere cosa io abbia mai detto al mio collega parmigiano».

Quali progetti hanno accompagnato la tua nomina a direttore?

Come dissi subito ai colleghi non intendevo fare rivoluzioni perché la «Gazzetta» non ne aveva bisogno, ma ho cambiato qualcosa e introdotto delle novità che mi sembravano importanti. Da direttore ho nominato a capo della redazione cronaca della città e cronaca della provincia, i due reparti più importanti del giornale, due colleghi che erano redattori ordinari per premiare il loro impegno e la loro professionalità perché da sempre sono un sostenitore del merito e un nemico della carriera per anzianità, che nelle redazioni è quasi sempre la norma. Ho raddoppiato le pagine che tutti i giorni dedichiamo alla cultura e dato una pagina in più agli interni/esteri, ma senza sacrificare la cronaca locale che resta il cuore del giornale. Ho anche riorganizzato l’offerta di inserti speciali quotidiani: ogni giorno un inserto a tema, dallo sport alla scuola, quasi tutti di 8 pagine, al centro del giornale ed estraibili in modo che possano essere collezionati o anche solo estratti e letti con maggiore comodità. La domenica poi c’è «La domenica della Gazzetta» un inserto culturale che ha debuttato durante la mia direzione, quello al quale sono più legato e che ha ricevuto grandi consensi da parte dei nostri lettori.

La «Gazzetta» mi pare di capire è un tuo luogo del cuore, ce ne sono altri?

Tanti luoghi in Italia, tra cui la Sicilia che amo molto e che ho girato tutta, ma il mio vero luogo del cuore è New York, una passione che ho trasmesso a mia moglie Katia, anche lei giornalista ed esperta di arte contemporanea. È una città che viviamo camminando. Nelle sue strade ti sembra che passi il mondo, nelle sue strade ti senti al centro del mondo.

È poco più di un anno che sei stato nominato direttore della «Gazzetta». Che ricordo hai di quel giorno?

Una grande emozione. Ricordo il brindisi dopo l’annuncio, il mio breve discorso di fronte ai giornalisti e un brindisi più ristretto con i colleghi in redazione. Poi mi sono messo subito al lavoro. Un’unica malinconia al pensiero della felicità che avrebbe provato mio padre, che avevo perduto due anni prima, a sapermi direttore. Per il resto un giorno bellissimo, un sogno raggiunto, per me la più bella favola del mondo.

di Francesca Romana de’ Angelis