· Città del Vaticano ·

Un catino, un asciugamano dell’acqua e un grembiule

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Come portare Dio fra gli uomini: intervista a don Giovanni Carpentieri

23 giugno 2020

Don Giovanni Carpentieri, romano di  nascita, è  prete ed educatore professionale. Ordinato dal cardinale Ruini, ha fatto il Seminario Romano e svolge il suo incarico pastorale sul fronte del disagio giovanile, servizio che porta avanti da 17 anni prima con lo stesso Ruini, poi con il cardinale Vallini e attualmente con il cardinale Angelo De Donatis.  

Don Giovanni, perché noi “non vediamo” i giovani che lei incontra? Perché i ragazzi che stanno male per noi adulti sono invisibili?

Io mi diverto ad “invertire” la famosa espressione di Papa Francesco a proposito di “periferie esistenziali” e parlo di “esistenze periferiche”. Queste esistenze periferiche sono dappertutto a Roma: vanno dalla Roma bene alla Roma messa male. Perché non si tratta di individuare il giovane tossico, o il tossico non giovane, ma si tratta di intercettare esistenze che, svuotate di vita e riempite di mammona, di egoismi, invece di comunicare vita, succhiano quella degli altri a proprio vantaggio. Queste esistenze periferiche sono dappertutto, ce ne sono tantissime. Occorre fare come Gesù. Si tratta di abitare queste realtà, senza annetterle, ma viverle mettendosi al servizio e comunicando loro vita. Compito di noi cristiani è quello di stare lì ed andare ad intercettare queste esistenze, trovare quella fascia che non arriva ai servizi sociali, non arriva alla scuola, non arriva a un dialogo familiare o psicologico, che è invisibile fino a quando esplode all’improvviso quando ne leggiamo i drammi sui giornali.

 Perché non si è accontentato di fare il prete normale?

Prima non mi ero affatto accontentato di fare il prete e come lo faccio ora, per me, non è normale, ma normalissimo! Tutto nasce in Seminario. Ricevetti una formazione — mi piace definirla “addestramento”, con riferimento al Salmo 143 dove si dice che il Signore addestra le mie mani alla “battaglia” — che non fu specifica, anzi, fu quasi casuale. Non è stata una formazione progettata a tavolino ma piano pianino, in maniera casalinga, anzi casareccia, a mozzichi e bocconi.  Cominciai a capire come si sta in una comitiva pomeridiana, cosa significava avere un ragazzo in dipendenza, cosa era una comunità, come s’incontrano i ragazzi in una classe di scuola, in una discoteca o in una famiglia che ha il figlio agli arresti domiciliari, ecc... 

Arriviamo così al 2003. Che cosa accadde?

Dopo 11 anni di normalissimo viceparroco in alcune parrocchie di Roma, mi decisi a chiedere al cardinale Ruini, attraverso l’intelligente mediazione dell’allora vescovo vicegerente monsignor Nosiglia, di poter avviare il mio desiderio pastorale: chiesi di occuparmi di disagio giovanile. Una vecchia denominazione parlerebbe di “pastorale di strada”, qualificazione che non mi piace: io ad essa, invece, preferisco “periferie esistenziali”, il modo di dire di Papa Francesco. Nel mio caso chiedevo di occuparmi di periferie esistenziali giovanili. Ruini mi diede il permesso. Così, partii. E posso dire che tante cose belle sono state fatte in questi 16 anni.

Mi spiegava che per la sua attività pastorale centrale è il vangelo del Buon Samaritano.

Sì. L’icona che abbiamo presente è quella del Buon Samaritano. Cosa fa il Buon Samaritano? Incontrato lo sventurato  on the road, attiva una serie di  step. Per prima cosa se lo prende in carico, poi lo porta in una locanda, in terzo luogo attiva risorse umane (il locandiere), di spazio (la locanda), poi ci mette anche qualche suo soldino, e infine rimane lì tutta la notte e, promettendo un suo ritorno, garantisce pure quella che noi oggi chiameremmo “una supervisione”! È un progetto di promozione umana. Perché questi ragazzi, ancor prima di aver perso il senso della fede — della quale non importa loro nulla — hanno smarrito il senso della vita. Quindi noi dobbiamo fare come faceva Gesù. Gesù abitava le periferie e comunicava vita. La Buona Notizia di Gesù non è fornire un complesso dottrinale e poi chiedere di aderire a quel complesso, ma consiste nel comunicare vita, dare umanità, umanizzare l’uomo laddove non c’è più né dignità né libertà perché è stato fatto oggetto di sistemi oppressivi religiosi e civili. Sistemi che, nel caso dei ragazzi, sono la dipendenza dalla droga, dall’alcol, le compulsività di diverso genere come lo shopping, il gioco d’azzardo, i disagi familiari, le piccole o micro devianze che poi possono condurre sempre più frequentemente alla macro-criminalità. Quindi sì, noi abbiamo lo stile del Buon Samaritano, il passo dopo passo che insegna lui.

Cos’ha fatto Gesù secondo la sua lettura?

Al riguardo, prendo a prestito una riflessione di Alberto Maggi che condivido e integro: Gesù ha portato Dio fuori dal Tempio. Ha tolto Dio dal sistema sacrificale, dal sistema rituale, dal sistema cultuale, e, mettendosi in fila tra i peccatori, lo ha portato direttamente lì dove c’era bisogno. Non ha portato l’uomo a Dio ma Dio all’uomo. Se tu porti l’uomo a Dio, c’è sempre qualcuno che lasci per strada. Ti perdi un tossico, un omosessuale, una prostituta, un transessuale, una divorziata, insomma lasci qualcuno che non gliela fa ad arrivare a Dio perché non riesce ad affrontare quel complesso sistema di preghiere, di culti, di sacramenti che, in gran parte, abbiamo costruito noi. Gesù ha portato Dio all’uomo. Ha portato il Volto del Padre, la carezza del Padre, la bontà del Padre all’uomo. E una carezza la capiscono tutti. Noi quindi cerchiamo di fare proprio questo: “generare processi”, direbbe l’Evangelii gaudium. Cerchiamo di abitare le periferie esistenziali giovanili e di portare lì la carezza di un cristiano che si mette accanto a una persona. Siamo più abituati a parlare di Cristo, ma dobbiamo fare come Cristo. Fare come Cristo vuol dire armarsi delle armi di Cristo. Quali sono? È il programma battesimale che io traduco con “catino, asciugamano, acqua e grembiule”: è portare la carezza di cui parlo. In questo modo noi cristiani siamo più che vincenti.

Lei che passa la sua giornata con queste esistenze periferiche giovanili cosa dice agli adulti?

Vorrei che riflettessero su quella vita “periferica” di cui abbiamo parlato qui. Penso a quella realtà adulta magari non credente, o non più credente, o diversamente credente, o non ancora credente, che però ha a cuore la fascia giovanile di cui stiamo parlando. È importante abitare questi mondi giovanili, con una prossimità adulta e matura. Questo tipo d’intervento sarebbe richiesto semplicemente dalla giustizia visto che esistono tanti adulti per cui i giovani sono solo business e motivo di soldi. Vorrei che ci fossero adulti desiderosi di “abitare le periferie”. Ed ecco una proposta per tutti i lettori: con tanto affetto, colgo l’occasione per presentare un’iniziativa diocesana tutta romana, che si chiama: Ospedale da Campo per giovani, nasce a cura di un gruppo di diaconi permanenti della diocesi. L’iniziativa è aperta a tutti coloro che ne condividono gli obiettivi e desidera avviare una collaborazione, rivolgendosi a quanti — educatori professionali, assistenti sociali, insegnanti, genitori, medici, avvocati, forze dell’ordine, credenti e non, volontari, ecc. — incontrano nei loro percorsi professionali e di vita quotidiana adolescenti e giovani in dipendenza o con comportamenti difficili da trattare e, al contempo, vogliano dare risposte concrete a tragiche situazioni: facciamolo insieme! Seguiteci su Fb: Ospedale da campo per giovani. Il sottoscritto resta a disposizione.

di Mauro Leonardi