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Il credente di fronte alle scelte di ogni giorno

Tra legge e coscienza

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22 giugno 2020

Non sempre le finalità della Legge coincidono con le aspirazioni ed i percorsi etici e morali dell’agire secondo Coscienza, intesa come criterio supremo della moralità; anzi, i due ambiti spesso danno luogo a una rigida contrapposizione. Già san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae affermava che la Legge appartiene alla ragione, preordinata al bene comune, e che la trasgressione determina sempre una violazione di un ordine stabilito a detrimento dell’interesse collettivo. La norma, dunque, se vera Legge, secondo quanto indicato da san Tommaso circa il valore morale delle azioni umane (cfr. 18-21, arte seconda della Summa), e non frutto di ideologie o volubili manifestazioni di volontà del legislatore, deve essere intrinsecamente razionale e tendere al bene dell’uomo.

Non sorprende, quindi, che ancora oggi, nonostante un processo di secolarizzazione sempre più spinto, la violazione di un dettame religioso rappresenta, talvolta, anche un reato punibile dallo Stato, perché l’agire contro il bene dell’uomo non è solo contro lo spirito evangelico, ma è anche incompatibile con la convivenza pacifica dei consociati. Se lo Stato assume su di sé la tutela del bene comune come suo fine ultimo e agisce ponendo norme razionali per lo sviluppo e la tutela dell’uomo e la promozione della sua dignità, certamente la violazione di una sua legge assume anche un connotato moralmente riprovevole.

E il cristiano, secondo l’insegnamento di san Paolo, è tenuto al rispetto della legittima autorità (Romani 13, 1).

In una visione laica, lo stesso concetto di rispetto della Legge era stato espresso da Cicerone: «Siamo servi delle leggi per poter essere liberi» (“legum servi sumus ut liberi esse possimus”). La Legge non solo fonda l’ordine sociale, ma la sua condivisione e accettazione da parte dei consociati, garantendo la libertà di ognuno. Anche Voltaire, intellettuale fortemente anticlericale e laico, sosteneva che per lo Stato avere una “pessima religione” è meglio che non averne alcuna, in quanto l’intima convinzione della giustizia di una norma, fondata su un ordine morale trascendente, garantisce il rispetto più di qualsiasi pena per la sua trasgressione.

Invece, diversa questione si pone allorquando il legislatore, sempre più sganciato dai parametri morali, prescrive di tenere comportamenti in contrasto con un precetto morale, che inducono taluni alla disobbedienza e all’obiezione di coscienza. Si tratta di scelte difficili che, a titolo esemplificativo, i medici credenti sono chiamati a compiere di fronte all’aborto ed al cosiddetto suicidio assistito. In questi casi emergono con nettezza le difficoltà connesse al rapporto tra legge e coscienza.

A questo importante ed attualissimo tema san Giovanni Paolo II fece cenno nel suo discorso alla Pontificia Accademia di scienze sociali il 23 febbraio 2000, quando a proposito della tendenza a considerare il relativismo intellettuale «come il corollario necessario di forme democratiche di vita politica» rilevò che se la verità risulta essere determinata dalla maggioranza, essa cambia a seconda delle «transitorie tendenze culturali e politiche». Pertanto, quanti condividono la convinzione che esistono alcune verità assolute e immutabili, sono ritenuti «irragionevoli e inaffidabili». Il Pontefice ribadì anche, in quell’occasione, che i cristiani credono fermamente all’esistenza di una Verità ultima, guida e orientamento dell’azione politica, senza la quale idee e convinzioni politiche possono essere facilmente strumentalizzate a fini di potere.

Una democrazia senza valori, dunque, si trasforma facilmente in totalitarismo. Anche la globalizzazione, proseguiva il Pontefice, può comportare possibili pericoli, con il rischio che le minoranze possano essere assorbite indistintamente in un conglomerato più grande, perdendo così la propria identità, fino a giungere a rivendicare il diritto di imporre ad altri la propria concezione di ciò che è giusto e buono. Papa Wojtyła concludeva auspicando che i cristiani si facessero testimoni di quella Verità, aiutando gli uomini a sostenere la difesa delle norme universali e immutabili, quale segno di un servizio reso non solo ai singoli, ma alla società intera.

La coscienza dell’uomo, d’altra parte, non può essere il luogo di qualsiasi pulsione soggettiva, ma deve essere una coscienza «rettamente formata», illuminata, prima ancora che dalla Grazia, dalla ragione. È famoso a tal proposito l’episodio del cardinale Newman, di recente canonizzato da Papa Francesco, che nella sua Lettera al Duca di Norfolk del 1874, chiamato a fare un brindisi, ebbe ad affermare di voler brindare «prima alla coscienza, poi al Papa». E Benedetto XVI, nel Discorso alla Curia romana del 20 dicembre 2010, ha spiegato come sia erroneo confondere questa nozione di coscienza evocata dal santo con quella relativista moderna. Nell’affermazione di Newman, infatti, «coscienza non significa l’ultima obbligatorietà dell’intuizione soggettiva», vale a dire che la coscienza non può identificarsi col pensiero soggettivo assurto a criterio assoluto e vincolante. La coscienza è invece subordinata alla verità, è, nelle parole di Benedetto, «espressione dell’accessibilità e della forza vincolante della verità: in ciò si fonda il suo primato. Al Papa può essere dedicato il secondo brindisi, perché è compito suo esigere l’obbedienza nei confronti della verità». In tal senso, nel Discorso del 12 febbraio 2007, Ratzinger segnalava che una legge umana, pur approvata democraticamente, ma priva di riferimento alla legge morale naturale, si riduce al rispetto di una sterile procedura, poiché soltanto la legge morale naturale fa comprendere che «è dovuto all’uomo qualcosa in quanto uomo».

Anche Papa Francesco, nell’intervento alla Fao del 20 novembre 2014, ha ribadito come la legge naturale, iscritta nel cuore umano, sia «una fonte inesauribile d’ispirazione», perché «parla un linguaggio che tutti possono capire: amore, giustizia, pace, elementi inseparabili tra loro». Per questo, prosegue Bergoglio, «anche gli Stati e le Istituzioni internazionali sono chiamati ad accogliere e a coltivare questi valori, in uno spirito di dialogo e di ascolto reciproco».

Oggi, il dissidio tra Legge e Coscienza risulta, dunque, più che mai attuale. Ma non vi è niente di nuovo! Come non ricordare che già i primi martiri cristiani preferirono dare la vita per Cristo, piuttosto che tradire la propria coscienza, obbedendo a un precetto umano. Continuano, quindi, a persistere forti contrasti, quando un’esigenza della coscienza viene ad essere considerata addirittura reato, come nel recente caso della legislazione approvata in Australia che obbliga il sacerdote che riceve la confessione a violare il sigillo sacramentale per denunciare allo Stato quanto appreso nel segreto del confessionale.

A ben vedere, non è in gioco soltanto la tutela di un precetto confessionale, ma il rispetto della dignità dell’uomo e della sua coscienza, vale a dire di quanto più intimo e inviolabile possa esserci. Sovviene l’insegnamento di Immanuel Kant, che si fermava con rispetto e stupore a contemplare le realtà più grandi che l’uomo possa conoscere: il cielo stellato sopra di lui e la legge morale dentro di lui.

di Michele di Bari