· Città del Vaticano ·

Territori di memoria

Mario Botta, San Giovanni Battista a Mogno (1996)

Racconto - La parola dell'anno

04 giugno 2020

A colloquio con l’architetto Mario Botta


Il messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali 2020 non vede affievolirsi la sua eco. D’altra parte, come scrive il Pontefice, «in ogni grande racconto entra in gioco il nostro racconto». Mario Botta, architetto di fama internazionale, Premio Ratzinger 2018, volentieri ritorna dopo diverse settimane su parole che hanno intercettato non solo la sua sensibilità, ma molti dei temi che da anni va approfondendo sia nella progettazione, sia nell’insegnamento.

Architetto, da che cosa è stato maggiormente colpito, in un messaggio che affronta un tema quasi letterario, quello dell’uomo come “essere narrante”?

Papa Francesco ancora una volta ci sorprende. Trovo che questo sia il primo dato. È così in tutte le grandi narrazioni, perché così è nella vita: sensazioni come lo sconcerto e la meraviglia costituiscono un’interruzione fondamentale del procedere umano. In tal senso le parole, e ancor più spesso le azioni di questo Papa, hanno una particolare capacità di far pensare e di interrogare i fondamentali della comune esperienza umana.

Lei sta descrivendo, a onor del vero, una possibilità che la stessa architettura conosce bene: stupire, interrompere un procedere distratto, porre con le pietre una domanda, intavolare attraverso le forme un discorso. Quante volte un portale, un volume, un modo di far filtrare la luce, l’effetto di una prospettiva hanno scosso la nostra percezione della realtà, attivando quella che il Papa definisce “tenerezza”, che è come il presentimento di un’armonia e di un senso che dall’esterno ci chiama.

Esattamente. Nel bel mezzo del gran correre attraverso la complessità del vivere quotidiano, il Papa ci ricorda il piacere e la dolcezza di un comportamento apparentemente lontano dalle dispute che ci circondano, indicandoci la necessità della “narrazione umana” come un aspetto felice del vivere collettivo. A differenza della disputa, i racconti — dice giustamente — «ci segnano, plasmano le nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire chi siamo». Ed è vero, come lei suggerisce, che ancor più della natura, sono le città a parlarci e in questo senso l’architetto ha avuto e mi pare continui ad avere una responsabilità su ciò che gli occhi vedono, sulle convinzioni e sui comportamenti che gli spazi umani generano. La dimensione amica, prosaica e domestica dell’abitare diviene essenziale per far riaffiorare emozioni e amori magari vissuti inconsapevolmente, che acquistano forza da un contesto, da uno spazio, da un ricordo che riemerge in un territorio di memoria. Non si tratta di nostalgia ma di una consapevolezza del nostro essere.

Lei ha molto lavorato alla dignità dell’architettura e non ha mai ceduto alla logica delle archistar pur muovendosi in un campo in cui le logiche del business appaiono sempre più pervasive. Il magistero degli ultimi Pontefici è divenuto sempre più coscienza critica del modello occidentale e ora un Papa venuto “dalla fine del mondo” ci ricorda che «l’umanità merita racconti che siano alla sua altezza, a quell’altezza vertiginosa e affascinante alla quale Gesù l’ha elevata». Architetto, che effetto le fa?

Mi pare di essere coinvolto in uno sguardo di condivisione e tenerezza che sappia farci complici di un’azione di verità e bellezza. Lontani dalla cronaca asservita alla legge del consumo, il Papa ci invita a considerare alcuni aspetti elementari. L’uomo narrante, ad esempio: «Fin da piccoli abbiamo fame di storie come abbiamo fame di cibo… Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita». In una società fortemente mutata e apparentemente lontana dai bisogni dello spirito, l’architetto si trova oggi orfano di modelli di riferimento e si interroga su quale possa ancora essere il significato, per esempio, di un luogo di preghiera, quale il senso di luoghi dedicati al silenzio o alla meditazione. Abbiamo domande fondamentali a cui cercare di rispondere. L’architettura è un’attività che agisce negli anni con l’obiettivo di disegnare un “domani” che vuole durare. Quella del costruire è inevitabilmente una condizione che trasforma l’attuale equilibrio in uno nuovo: è in questa metamorfosi che risiede la finalità di ogni atto creativo e, prima ancora, narrativo.

Colpisce molto come un messaggio così universale riesca a penetrare — le sue parole lo dimostrano — avventure particolari, responsabilità individuali e professionali dal forte impatto collettivo. Certo, questo implica ascolto, la contaminazione tra linguaggi diversi, un’attitudine tutt’altro che scontata a connettere dimensioni che possono spesso procedere separate, con risultati drammatici. Se potesse rispondere a Papa Francesco, che cosa gli direbbe, architetto?

A Papa Francesco dico: «Grazie!» È bello sapere che, di tanto in tanto, vi è una presenza in grado di ricordare la condizione di un vivere collettivo attraversato dalla dolcezza di possibili modi d’essere troppo spesso assenti nella frenesia della quotidianità degli impegni. E ancora grazie per la sua lucidità nel riproporre la verità di un “territorio di memoria”, talvolta precario o smarrito, di cui serbiamo un’eco lontana. Nella città consolidata — e questa è la forza del vecchio continente — è leggibile una storia che ci appartiene e che, divenendo parte del nostro bagaglio culturale, chiede di essere interpretata attraverso la sensibilità del nostro tempo. La cultura attuale rende sempre più facile aderire ad un mondo virtuale, invisibile e astratto dal quale però, più o meno coscientemente, ci è data la possibilità di prendere le distanze per rintracciare le radici di un passato che ci appartiene. Ascoltare racconti, anche quelli silenziosi che il territorio custodisce, aiuta gioia e fatica a connotare il “fare” dentro un tempo dove, almeno apparentemente, hanno la meglio i fattori più prosaici dell’attualità.

di Sergio Massironi