· Città del Vaticano ·

Teologia interconfessionale

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Presentato in diretta streaming il nuovo corso di laurea della Lateranense

22 giugno 2020

In diretta streaming sulla pagina Facebook della Pontificia università Lateranense si è svolto, venerdì 19 giugno, l’incontro di presentazione del nuovo biennio di licenza (laurea magistrale) proposto dall’ateneo, intitolato «Teologia interconfessionale in prospettiva ecumenica e comunionale». Ad aprire il dibattito — del quale pubblichiamo a parte ampi stralci dell’intervento del teologo Piero Coda, dell’Istituto Universitario Sophia — è stato il professor Giuseppe Lorizio, teologo della Pontificia università Lateranense, il quale ha descritto il senso del nuovo percorso di studi sottolineando come esso rappresenti una proposta formativa articolata, strutturata nelle licenze in teologia fondamentale, teologia dogmatica (cristologia ed ecclesiologia), storia e morale (vita cristiana). Tale ordinamento, ha precisato Lorizio, risponde al disegno di una teologia in cui si attuano la ricerca e la didattica secondo un modello disciplinare, per formare specialisti nelle materie teologiche di riferimento. Il nucleo tematico di questo nuovo percorso è il futuro del cristianesimo, con l’obiettivo di pensare e cercare di tracciare sentieri per rispondere alla domanda di Gesù: «Il Figlio dell’uomo, al suo ritorno, troverà la fede sulla terra?» (Luca, 18, 8). Una domanda, questa, che va fatta propria dalle diverse comunità di credenti in Cristo, in forza del loro essere battezzati. In questo senso il percorso è non solo interdisciplinare ma anche interconfessionale, volto da un lato a formare operatori pastorali che, tornando nelle loro chiese, le animino con una forma mentis teologico-dialogica, e dall’altro ad attivare momenti di ricerca comune sul mistero di Cristo e le possibilità di innestare l’Evangelo nell’areopago contemporaneo. La metafora dell’ “ospedale da campo” applicata alla comunità ecclesiale, ha aggiunto il teologo, richiede infatti la presenza di operatori qualificati e di laboratori di ricerca, che forniscano loro gli strumenti più adeguati alle emergenze.

Una riflessione sulle confessioni cristiane e il mondo contemporaneo è stata svolta da Enzo Pace, docente di sociologia all’Università di Padova, che ha evidenziato le sfide che il cristianesimo ha subito, e sta subendo tuttora, nell’affrontare i cambiamenti che il contesto globale pone ad una visione classica di religione, con diverse forme moderne di fede: credere per scelta, credere nel relativo, credere senza religione. Secondo questa analisi, si attua un passaggio da una società in cui si era cristiani quasi per nascita e in cui la forma del credere era pressoché unica, diffusa e fortemente istituzionalizzata, ad un contesto di generale indifferenza in cui il credere è demandato interamente alla responsabilità del singolo. Pace ha anche puntualizzato come le nuove forme di pentecostalismo, unite ad una comunicazione digitale totalizzante, rischiano di rinchiudere non solo il cristianesimo ma anche l’esperienza religiosa al solo mezzo virtuale, ove anche aziende ed imprese carismatiche on line puntano a conquistare un mercato di beni simbolici in cui culto o preghiera sono trasformati in mero intrattenimento.

Cinque sono invece le sfide al protestantesimo odierno secondo Hans-Marin Barth, teologo dell’Università di Marburgo, in Germania: naturalismo imperversante, spiritualità non religiosa, globalizzazione religiosa, umanesimo non (o anti-) cristiano, una indifferenza generale. Di fronte a tali questioni, ha osservato il teologo, le singole Chiese sono chiamate a elaborare una nuova idea di comunione, con una predicazione più esistenziale e meno dogmatica e puntando a una “teologia pubblica” di aiuto ai credenti e alla società, capace di sviluppare una spiritualità di responsabilità e reciprocità basata sull’idea del sacerdozio comune che appartiene ad ogni fedele. Riferendosi al passo di Giovanni 17, sul tema della divisione tra le Chiese confessionali, Barth ha dichiarato insufficiente interpretare il sentire cum ecclesia cattolico con un semplice “ecumenismo di ritorno”. Si deve pensare piuttosto ad “un sentire con le altre Chiese” avvertendo in esse lo stesso Spirito, pur nella consapevolezza di non condividere tutte le dottrine.

Ogni questione ecumenica, dall’inizio del ventesimo secolo ma soprattutto dopo il concilio Vaticano II — è il pensiero espresso nell’incontro in streaming da Tamara Grdzelidze, teologa visiting professor al Mount Holyoke College, in Massachusetts — ha dovuto confrontarsi con l’aumento dei flussi migratori, del nascere di nuove forme di povertà, dei mutati assetti geopolitici mondiali. In questo quadro la riflessione teologica dovrà affrontare, secondo la docente, quattro problematiche: per prima cosa le Chiese ortodosse locali dovranno sciogliere quelle difficoltà che si intrecciano con gli interessi nazionali. Occorre poi considerare l’enorme differenza nella formazione sociale tra le popolazioni ortodosse: quelle provenienti da una lunga storia di democrazia consolidata si esprimono in un modo molto diverso da quelle che provengono da fragili statualità nazionali. Terzo aspetto, alcune realtà storiche hanno impedito alle chiese autocefale ortodosse di mantenere ed esercitare nella pratica la loro sinodalità, impedendo a molti cristiani di praticare in comune la propria fede. Infine, rimangono le questioni irrisolte delle relazioni intra-ortodosse che erano, e sono tuttora, il principale impedimento nelle relazioni ecumeniche.

La tavola rotonda si è conclusa con l’intervento del rettore magnifico della Lateranense, Vincenzo Buonomo, che ha rilevato l’importanza dell’iniziativa anche per il diritto internazionale e le discussioni che lo impegnano circa ad esempio la terminologia fede (confessione)/religione, dove la tendenza ad escludere l’approccio confessionale tende a diluire l’identità delle appartenenze. (marco staffolani)