· Città del Vaticano ·

Superare la cultura dello scarto

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

La Pontificia Accademia delle scienze chiede un impegno globale

02 giugno 2020

La diffusa “cultura dello scarto”, basata soltanto sull’utilità immediata e sullo spreco, erode la consapevolezza di ciò che rende preziosa la vita. Uno degli esempi più notevoli di questa cultura è lo spreco degli alimenti (in inglese “Food Loss and Waste”, il cui acronimo, flaw, significa anche difetto, pecca); un fenomeno complesso, estremamente ramificato in tutte le società e che ha gravissime ripercussioni morali. Come ha detto Papa Francesco, «lottare contro la piaga terribile della fame vuol dire anche combattere lo spreco. Lo spreco manifesta disinteresse per le cose e indifferenza per chi ne è privo».

La definizione di nuove prospettive politiche e sociali per ridurre lo spreco alimentare è stato l’obiettivo centrale della conferenza che si è tenuta lo scorso novembre alla Casina Pio iv, organizzata dalla Pontificia Accademia delle scienze, di cui è stata pubblicata la dichiarazione finale. «Il flaw — si legge nel testo — contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas a effetto serra e quindi ai cambiamenti climatici e alle loro conseguenze. Il flaw è dannoso per il pianeta e per gli esseri umani. Inoltre, nell’era degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Oss), è moralmente, economicamente ed ecologicamente inaccettabile. Chiediamo dunque ai nostri leader, e a tutti gli individui, un maggiore impegno a realizzare l’Oss 12.3, vale a dire a dimezzare, entro il 2030, lo spreco alimentare pro capite durante la vendita al dettaglio e al consumatore e ridurre le perdite alimentari lungo l’intera catena di produzione e di approvvigionamento, comprese le perdite post raccolto, obiettivo pienamente raggiungibile sulla base delle conoscenze e della tecnologia esistenti».

Un problema cruciale evidenziato dalla dichiarazione finale è quello della conoscenza dello spreco alimentare. La carenza di dati «maschera le diversità insite nel problema del flaw, che varia notevolmente tra regioni e catene di valore». In effetti, «mentre nelle economie a basso reddito ed emergenti un’alta percentuale di alimenti si perde nelle fasi di produzione, manipolazione e lavorazione, nei paesi a più alto reddito il cibo viene sprecato nelle fasi di vendita al dettaglio e consumo, a causa della struttura del mercato e del comportamento dei consumatori. Tuttavia — si legge nella dichiarazione — nei paesi a basso e medio reddito, man mano che la classe media globale cresce e si urbanizza, aumenta l’attenzione nei confronti dell’organizzazione dei mercati e dei modelli di spreco alimentare. Le soluzioni sono a portata di mano per tutte le categorie di paesi, ma vanno adattate ai contesti specifici e differenziate tra perdita di cibo e spreco di alimenti, dato che si tratta di concetti correlati ma distinti».

Quali sono le cause dello spreco alimentare? Impossibile definirne una sola. Abbiamo a che fare con più tipi di cause intrecciate tra loro. «Lo spreco alimentare si verifica a causa della mancanza di infrastrutture e normative adeguate, della ricerca del profitto e della negligenza, della scarsità di tempo e dell’abbondanza economica da parte dei consumatori» si legge nella dichiarazione. «La perdita di cibo si verifica a causa di condizioni climatiche sfavorevoli, gestione impropria post-raccolto e strutture di incentivazione che portano alla perdita di cibo come opzione economica razionale, nonché alla mancanza di informazioni, istruzione, tecnologia, infrastrutture, finanziamenti a prezzi accessibili e accesso ai mercati».

Anche gli effetti del flaw sono molteplici. Ci sono ripercussioni negative sul clima così come sull’equità sociale e di genere. Combattere questo fenomeno significa anzitutto rafforzare i controlli «lungo tutti gli aspetti della lavorazione, del trasporto, dell’imballaggio (ad esempio il problema delle materie plastiche) e del consumo di energia nelle catene di approvvigionamento alimentare, questioni che l’economia circolare e la bioeconomia stanno cercando di affrontare in modo sistematico». Andrebbe posto l’accento «sulla prevenzione, non solo sulla riduzione, di questi sprechi e le soluzioni dovrebbero considerare i possibili impatti sulla disponibilità di cibo e sull’accessibilità economica».

Quali strategie concrete mettere in atto? La questione, anche in questo caso, è complessa. Occorre infatti non solo migliorare la nostra conoscenza di questi fenomeni, ma anche cercare soluzioni veramente efficaci. «Incoraggiamo quindi le agenzie incaricate di questi calcoli ed analisi a intensificare gli sforzi in questi settori, chiediamo ai finanziatori di aumentare il loro sostegno finanziario e invitiamo il settore privato a riferire su base volontaria. Durante la conferenza abbiamo inoltre esaminato gli approcci alla misurazione in termini economici, in termini di nutrienti e in termini di qualità e abbiamo chiesto ai paesi una più ampia disponibilità di dati, nonché una relazione sui progressi compiuti in vista del 2030». Nel corso della conferenza, «è richiesta una stretta collaborazione tra le comunità di ricerca e i diversi attori interessati lungo tutto il sistema alimentare per progredire nella riduzione e nell’azione del flaw basate sulle prove scientifiche, compresa l’analisi del mercato alimentare per comprendere il potenziale risolutivo e innovativo e la fattibilità della loro adozione». Il problema «necessita di ulteriori chiarimenti su ciò che significhi per le persone e per il pianeta, e su cosa occorra per potersi muovere verso un futuro più sostenibile».

Lo studio delle cause degli sprechi e della perdita di cibo deve essere la base di un approccio sistematico al problema. Solo su questo fondamento — sottolinea la dichiarazione finale — sono possibili azioni della società civile attraverso campagne di sensibilizzazione e informazione. I governi, dal canto loro, devono stabilire «obiettivi di riduzione del flaw espliciti, ambiziosi e realistici».

Un contributo importante può venire dal mondo religioso e dall’imprenditoria. «Sia la perdita che lo spreco sono problemi morali che causano danni al di là dei loro costi economici e ambientali» si legge nella dichiarazione finale. Le comunità religiose «dovrebbero avviare dialoghi sull’agire insieme per sostenere, raccomandare e collaborare alla riduzione del flaw». Ma la riduzione degli sprechi è un’opportunità per le imprese, ad esempio «per le startup innovative nel settore finanziario». Le azioni volontarie intraprese in questo senso dalle imprese «possono essere un meccanismo efficace se è garantita la trasparenza dei risultati».

Dunque, la lotta allo spreco e alla perdita alimentare è una sfida che richiede soluzioni globali, basate sulla solidarietà e la collaborazione internazionale.