· Città del Vaticano ·

Storie italiane

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

«Prima di noi» di Giorgio Fontana e «Alice e le regole del bosco» di Simone Feder

26 giugno 2020

Due storie diversissime dell’Italia contemporanea, storie che pullulano di personaggi lasciandoci impressi però, a fine lettura, due volti sugli altri.

La prima è l’ultimo romanzo di Giorgio Fontana Prima di noi (Sellerio 2020), epopea dei Sartori, una famiglia del Nord Italia, che attraversa il Novecento dalla Prima guerra mondiale agli anni Duemila. Un viaggio in decenni difficili, intorcinati compiuto da uomini e donne la cui caratteristica è di essere tutti meravigliosamente imperfetti.

Tra rabbia, dolori, colpe e insicurezze, la narrazione scorre a tratti vorticosa, altre volte quasi al rallentatore, attraverso lo sguardo attento e partecipato di Fontana che sembra incarnarsi in uno dei personaggi, Domenico. Questo bambino che «sentiva la sofferenza degli altri come se gli appartenesse» richiama lo sguardo simpatetico dell’autore che accompagna per mano i tanti personaggi. Ma la figura che più si staglia sugli altri – e non solo perché, in qualche modo, attraversa di fatto tutto il lungo cammino dei Sartori – è Nadia, la ragazza che il primo della famiglia incontra disertando dopo la disfatta di Caporetto. Nadia è lì, forte e appassionata, imperfetta anche lei, ma sempre capace di esserci.

La seconda storia è firmata dall’educatore e psicologo Simone Feder che in Alice e le regole del bosco (Mondadori 2020) dà voce alla vicenda di una diciassettenne dalla vita normale (genitori amorevoli, buoni voti a scuola, amicizie che riempiono l’adolescenza) diventata frequentatrice abituale di una delle più grandi piazze di spaccio del nord Italia, il bosco di Rogoredo a Milano. L’eroina che inizialmente la culla fa rapidamente scivolare Alice dalla vita alla morte, in una realtà parallela dalla quale sembra impossibile uscire.

Un libro duro, specialmente per quel lettore che nella contrapposizione della ragazzina tra «umani» e «fantasmi» si sente umano e non vorrebbero vedere cosa succede a mezzo passo da sé. Invece questa testimonianza onesta e lucida lo obbliga a entrare in un dedalo di vite fatte di solitudini, sfruttamento, prostituzione, umiliazioni e calci in faccia. Il libro – scritto dal coordinatore dell’area Giovani e Dipendenze della comunità Casa del Giovane di Pavia – non assolve chi finisce nel giogo della droga, ma suggerisce qualcosa di ben più significativo: ascoltare la storia che c’è dietro ogni tossicodipendenza.

Tra le tante persone vicine ad Alice, o che la ragazzina sfiora, spicca il controllore del treno locale che da Milano la riporta a casa. Un giorno, mentre un suo amico sta morendo per overdose, il controllore fa irruzione nel vagone e con il Narcan lo salva. «“Ho comprato il kit salvavita perché lavoro su questa tratta e questo è il terzo. Uno è morto”» spiega, sconvolto, alla minorenne. «“Uno è morto, aveva qualche anno in più di voi, un ragazzo marocchino. (…) In questa tratta ne vedo di ogni. Faccio quello che posso”. (…) La sua voce si spezza, scuote la testa. Avrà trent’anni». Se attorno al bosco c’è qualcuno che non si limita ad accelerare il passo, le regole potranno forse saltare.

di Giulia Galeotti