· Città del Vaticano ·

Storie di vita, dolore, speranza scandite dai grani della corona

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Il rosario recitato dal Papa nei Giardini vaticani in collegamento con i santuari mariani del mondo

01 giugno 2020

Non ha ancora un nome — i genitori sono alle “semifinali” per la scelta e hanno tempo fino all’Assunta — ma c’è anche lui, il più piccolo di tutti, a respirare a pieni polmoni la vita: sì, perché è proprio vita quella che scorre, nel pomeriggio di quest’ultimo sabato di maggio, per i viali dei Giardini vaticani.

Marta con il suo “pancione” e Marco Iuffrida, dipendente dei Musei vaticani, stasera si stanno affidando a una Mamma che ne sa molto più di loro. E facendo scorrere i polpastrelli sui grani bianchi delle loro coroncine del rosario, all’unisono con Papa Francesco, sono forse “l’icona” perfetta della speranza: la speranza che, nonostante tutto, a vincere sia la vita.

Quella stessa vita — tra dolore e speranza — che qui, nello scenario mozzafiato della Grotta di Lourdes nei Giardini vaticani, riga di lacrime il volto di Tea, nel ricordo di mamma Liliana uccisa dal virus, e anche il volto di Federica mentre tiene in braccio e allatta il suo Jacopo, nato il 30 aprile dell’anno della pandemia. Esattamente un mese fa.

E se ad asciugare la lacrime di felicità di mamma Federica ci pensa, con una raffica di sorrisi, il marito Manuele, è davvero una spontanea “icona di solidarietà” l’attenzione per il dolore di Tea che muove Francesco Scarpino, farmacista romano sempre rimasto in prima linea in questi mesi, e Vania De Luca, giornalista di Rai news 24. Persone che non si conoscevano fino a un minuto prima e che ora sono donne e uomini lì a prendersi cura gli uni degli altri. Così, spontaneamente.

Tea, il piccolo Jacopo con i genitori Federica e Manuele, Francesco e Vania hanno accompagnato con le loro stesse storie di vita — recitando le “decine del rosario” — la celebrazione mariana presieduta dal Papa «per affidare al Signore attraverso l’intercessione di Maria l’umanità intera, duramente provata in questo periodo di pandemia».

Il vescovo di Roma sta testimoniando un’unica, ininterrotta, preghiera attraverso “un ponte spirituale” che oggi unisce questo spazio mariano in Vaticano con piazza San Pietro, facendo rivivere nella memoria del cuore la straordinaria statio orbis del 27 marzo. Quella volta pioveva a dirotto e non c’era nessuno. Poi, la notte della Via crucis del Venerdì santo, a portare la croce c’erano una manciata di operatori sanitari e rappresentanti del mondo delle carcere: pochi, come alle celebrazioni pasquali nella basilica Vaticana e nella cappella di Casa Santa Marta. Ma stasera si comincia a rivedere un popolo e poi la pioggia, che sembrava proprio dovesse quasi “aspergere” il rosario, ha smesso di cadere da qualche minuto, giusto in tempo per lasciar spazio a una bellissima serata che profuma di primavera. E di speranza.

Speranza fondata? Assolutamente sì, e a piene mani Ed è ancor più convincente questa “icona” se a delinearla qui — recitando il rosario accanto al Papa — ci sono due sopravvissuti al “mostro”: Giovanni De Cerce e suor Zelia Andrighetti, superiora generale delle Figlie di San Camillo.

Con loro il camice bianco di Giuseppe Culla, pneumologo dell’ospedale San Filippo Neri di Roma. E, con la sua divisa da infermiera, Giulia Pintus, che al Policlinico Umberto i di Roma lavora al pronto soccorso per accogliere i malati di coronavuris. Giulia ne ha viste davvero tante in questi mesi, eppure sorride. Così come non perde il sorriso e strizza l’occhio a sua figlia Sofia, fierissima del suo papà, Maurizio Fiorda, volontario della Protezione civile: precisamente, lo confermano i colori vivaci della tuta, è responsabile del coordinamento infermieri per l’emergenza sanitaria. C’è anche la moglie Marta che, con la piccola Sofia, lo ha sostenuto nella scelta di non tirarsi indietro. E a far quasi da “parroco” a questo gruppo di testimoni della speranza c’è, infine, don Gerardo Rodriguez Hernandes, cappellano allo Spallanzani, l’ospedale romano divenuto molto noto per la sua specializzazione nelle malattie infettive.

Marco, intanto, accarezza “il pancione” di Marta. «Cosa siamo venuti a fare qui oggi? A cantare con il Papa un inno alla vita, una provocazione, una sfida alla pandemia. Nostro figlio, un maschietto, nascerà a metà agosto. Vivere la gravidanza nel pieno di un tempo così difficile — confida Marco — ha condotto me, da padre, a tre considerazioni: la prima, l’invincibile solidità che si cela nella maternità; la seconda, il fatto che con Marta abbiamo detto sì a nostro figlio e no alla rassegnazione della paura; la terza: non ci sono altri luoghi, oltre le circostanze che attraversiamo, per cambiare il futuro del nostro mondo».

Marco stacca gli occhi da Marta e dalla coroncina del rosario solo alle 17.15, quando Papa Francesco arriva in auto. Accolto dall’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, che ha curato la celebrazione, il Pontefice per prima cosa depone un mazzo di fiori davanti all’immagine della Madonna, ritratta secondo l’esperienza di Bernadette a Lourdes.

E poi via, senza nessun fronzolo, con la preghiera. Tradotta anche nel linguaggio dei segni per chi partecipa al rosario attraverso la diretta mondovisione e per le persone malate, lì, in prima fila.

Francesco resta, seduto, in preghiera per tutto il tempo dei cinque misteri. Tenendo nelle mani una coroncina dai grani neri. Davanti a lui ci sono due segni forti: l’immagine della Madonna e l’altare originale di Lourdes: sì, proprio il primo, quello del Santuario francese, donato sessant’anni fa esatti a san Giovanni XXIII.

Nulla distrae dalla preghiera i 150 presenti, ben distanziati gli uni dagli altri nel rispetto delle indicazioni per contenere il contagio: ci sono molti dipendenti vaticani a rappresentare anche i loro colleghi che hanno continuato a prestare servizio.

Il maxischermo, sulla destra della Grotta, mostra le immagini che arrivano in diretta dai santuari che hanno voluto collegarsi, e sono davvero tanti: tra questi, Lourdes, Fátima, San Giovanni Rotondo, Pompei, Częstochowa, Banneux, Washington, Elele, Yamoussoukro, Chiquinquira, Lujan, Milagro, Aparecia e Guadalupe. E proprio il Santuario messicano Francesco riconosce subito guardando il maxischermo, al termine della celebrazione, dopo la benedizione: «Mi dicono che sono collegati tanti santuari in America latina, e vorrei dare un saluto in spagnolo. A todos ustedes en los Santuarios de América Latina, veo Guadalupe y tantos otros, que están comunicados con nosotros, unidos en la oración. En mi lengua materna los saludo. Gracias por estar cerca a todos nosotros. Que nuestra Madre de Guadalupe nos acompañe [A tutti voi nei Santuari dell’America Latina — vedo Guadalupe e tanti altri — che siete collegati con noi, uniti nella preghiera. Nella mia lingua materna vi saluto. Grazie per esserci vicino a tutti noi. Che nostra Madre di Guadalupe ci accompagni!]».

Una grande preghiera, dunque, secondo le intenzioni del Papa. Con un pensiero particolare «per i medici, gli infermieri e tutto il personale sanitario; per i militari, le forze dell’ordine, i vigili del fuoco e tutti i volontari; per i sacerdoti e i consacrati che hanno portato i sacramenti ai malati». Nella preghiera si fa anche memoria di coloro che sono morti, alcuni dei quali senza la possibilità di avere accanto i propri cari, e di tutte le famiglie che sono nel dolore.

La celebrazione del rosario si è aperta e si è conclusa con le due preghiere che Papa Francesco ha proposto per il mese mariano. Due testi forti, subito entrati nella quotidianità del popolo cristiano, che continueranno a scandire il passo della speranza ben oltre maggio. Lo ricordano il tema scelto per questo pomeriggio — «Assidui e concordi nella preghiera, insieme con Maria» (Atti degli apostoli 1, 14) — e le coroncine del rosario distribuite come “arma” per non arrendersi alla paura. Insomma, come a dire: il corona ci “obbliga” a riprendere in mano la corona.

di Giampaolo Mattei