· Città del Vaticano ·

Sette immagini di Francesco per il post covid-19

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In un articolo del direttore della rivista dei gesuiti italiani

17 giugno 2020

«Col covid-19 abbiamo visto le megalopoli deserte, il traffico azzerato, le città come appendici di campi vuoti. L’effetto è stato quello dello spinner, la rotellina che gira sui monitor quando ci sono rallentamenti nei programmi o nelle connessioni del computer». Il direttore de «La Civiltà Cattolica» Antonio Spadaro ama ricorrere al linguaggio dell’informatica e dei nuovi media per descrivere e raccontare la realtà del mondo e della Chiesa in particolare. Ed è ciò che ha fatto per il numero in uscita della rivista quindicinale (n. 4080, 20 giu/4 lug 2020, pagine 567-580) con un articolo in cui si sofferma sul magistero di Francesco al tempo del coronavirus, individuandovi sette immagini per il postpandemia.

«Adesso lo spinner è prolungato — spiega — e lo stato di sospensione ha toccato la vita sociale, il senso dei rapporti, il culto e il commercio, il valore della presenza. Per questo l’infezione ci ha fatto provare il senso dell’apocalisse. Ed è emersa, a causa dello shock, l’incapacità di immaginare un futuro». Ma, osserva Spadaro, «durante questo tempo» non sono mancati gli interventi del Papa per testimoniare vicinanza, prossimità, nella certezza che il coronavirus ha introdotto l’umanità in un «tempo propizio per trovare il coraggio di una nuova immaginazione del possibile, con il realismo che solo il Vangelo può offrirci», come ha scritto egli stesso il 17 aprile nel Piano per risorgere pubblicato su «Vida Nueva». Il riferimento esplicito del gesuita italiano è al fatto che il Pontefice «ha confortato milioni di persone — da Roma a Pechino, da Beirut a Lima — con le Messe a Santa Marta. Sussurrando il Vangelo nel silenzio delle nostre abitazioni, benedicendo con l’Eucaristia, piangendo la morte e la sofferenza, celebrando la vita per come si poteva». E in tal modo, aggiunge, «la consolazione, il conforto, la preghiera di intercessione sono entrati nelle case di tanta gente». Ebbene, fa notare l’autore, se «questo è il primo messaggio di una Chiesa che accompagna», a Francesco va riconosciuto soprattutto il merito di avere «puntato molto a costruire una nuova immaginazione per interpretare sia il momento presente sia il futuro, la visione del possibile».

Ed ecco allora elencate le sette figure usate dal Pontefice per articolare il suo discorso: la barca, la fiamma, il sottosuolo, la guerra (dei poeti), l’unzione, la finestra e la pandemia stessa intesa come metafora. La prima rimanda all’imbarcazione nella tempesta di cui ha parlato il 27 marzo, in una piazza San Pietro completamente vuota, luogo di un’adorazione eucaristica e di una benedizione Urbi et Orbi accompagnate solo dal suono delle campane, misto a quello delle ambulanze, sotto la pioggia. «La barca — afferma Spadaro — diventa la cifra di una fraternità radicale e umana». Non a caso, è stata anche l’immagine da lui usata il 27 settembre 2014, nell’omelia della messa per i 200 anni dalla ricostituzione della Compagnia di Gesù, quando aveva esortato i confratelli discepoli di sant’Ignazio: «Remate, siate forti, anche col vento contrario!».

La seconda immagine è «la fiamma nuova nella notte», cui ha fatto riferimento per la benedizione Urbi et Orbi di Pasqua. Quattro le “notti” elencate da Bergoglio: quella che tocca la vita del cittadino, le sanzioni internazionali, l’egoismo e la rivalità tra Stati, i conflitti armati. La terza immagine, «il sottosuolo e i monti», rimanda al celebre romanzo di Dostoevskij e si ritrova nell’intervista ad Austin Ivereigh. Alla «guerra dei poeti» — quarta immagine — il Papa ha fatto riferimento nella lettera pasquale indirizzata ai movimenti popolari; mentre la quinta, «l’unzione profumata del servizio», rimanda ancora allo scritto per «Vida Nueva». La penultima — «La finestra e la “società della profilassi”» — è un’immagine negativa e si trova nella lettera inviata ai preti di Roma nella solennità di Pentecoste, in cui egli fa tesoro dell’intensa comunicazione avuta con i sacerdoti della sua diocesi per posta elettronica, ma anche per telefono, per auspicare una «Chiesa callejera. Plasticamente Francesco — chiarisce il direttore de “La Civiltà Cattolica” — ha reso questa necessità» visibile con «il suo corpo, anche il suo zoppicare... Nel pomeriggio di domenica 15 marzo, facendo un tratto di via del Corso a piedi, come in pellegrinaggio, ha raggiunto la chiesa di San Marcello al Corso, dove si trova il Crocifisso miracoloso che nel 1522 venne portato in processione per i quartieri della città perché finisse la “Grande Peste” a Roma».

Infine c’è l’immagine della «pandemia come metafora per comprendere il mondo». Infatti, secondo Spadaro, nei suoi discorsi il Papa ha denunciato attraverso di essa altri mali come la fame, la guerra, i bambini senza istruzione, l’egoismo indifferente, insomma «una sorta di pandemia dello spirito e dei rapporti sociali della quale quella del coronavirus diventa simbolo». Si tratta, commenta l’autore, delle «tessere che compongono il mosaico di un immaginario del possibile che, da una parte, metta in guardia e, dall’altra, incoraggi: “La fede ci permette una realistica e creativa immaginazione, capace di abbandonare la logica della ripetizione, della sostituzione o della conservazione” e ci spinge a «non avere paura di affrontare la realtà”» ha rimarcato in proposito il vescovo di Roma nella lettera ai preti della sua diocesi. E, osserva il direttore della rivista dei gesuiti italiani, «con le sue sette immagini Francesco ha indicato — in maniera non pelagiana e volontaristica, ma affidandosi all’opera dello Spirito — una ferma fiducia nell’uomo, nella sua ragione — che sa anche comprendere i problemi — e nella sua capacità di agire con competenza e determinazione». In definitiva, «il Papa ha valorizzato un tempo d’attesa, lo spinner del nostro sistema operativo, per fare da “specchio” a un mondo in crisi. E per far questo ha dovuto leggere il caos. Alla fine, però, lo specchio è il Vangelo stesso. Chi non lo vede e relega il discorso di Francesco a “politica” senza fede cade in un’aberrazione visiva, in quella forma di strabismo causata dalla mancata fusione che permette alle immagini dei due occhi di unirsi in una sola». Del resto Bergoglio «guarda il mondo... con gli occhi di Cristo; e lo fa teologicamente, unendo una chiave di lettura apocalittica, un invito alla conversione e una chiave pasquale di morte e risurrezione». Ed ecco allora che il compito per la Chiesa è quello già indicato nell’intervista a «La Civiltà Cattolica», all’inizio del Pontificato nel 2013: «Essere “ospedale da campo”, curare e guarire le ferite dell’umanità». Perché, conclude Spadaro, «questo è il tempo di un mondo diverso, che richiede sia il riconoscimento della vulnerabilità globale, sia l’immaginazione propria del realismo evangelico».