· Città del Vaticano ·

Servono alleanze e nuove visioni

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04 giugno 2020

Se il virus non ci porta in un mondo nuovo, certamente ci mostra le crepe strutturali di un ordine liberale che non regge più alla prova della storia. E tutto questo non è una novità; sono anni, ormai, che la crisi de-generativa di tale ordine percorre il mondo.

Il paesaggio geopolitico con il quale abbiamo a che fare si mostra estremamente complesso, percorso da dinamiche alle quali non siamo abituati, di ricerca di un ordine non più possibile nei termini in cui eravamo abituati a pensarlo e a declinarlo.

Arriviamo al punto. Metamorfosi, trasformazione, cambio di era: questo sta accadendo al mondo, non solo cambiamento. Immersi in una transizione perenne, è l’innovazione tecnologica che ha problematizzato pressoché tutte le certezze che avevamo. Se è l’ora degli innovatori che ci spiegano quali meraviglie tecnologiche avremo a disposizione, o che ci sorveglieranno, è anche l’ora di visioni culturali e politiche.

Nel periodo post covid si consolida, e per scelta parliamo al presente, un panorama che impone ripensamenti sistemici. Le innovazioni tecnologiche, per loro natura mai neutre, pongono in metamorfosi, dunque trasformano radicalmente e profondamente, ogni ambito: dalla formazione al lavoro, alla configurazione degli Stati e delle democrazie, alle relazioni sociali fino alle relazioni internazionali.

Non si può più vivere di slogan o “adottare” le tecnologie solo come possibilità per meglio gestire questioni specifiche. Il problema vero, oggi, è il governo dei processi storici e, prima di tutto, la loro comprensione.

Dobbiamo aprire gli occhi alla realtà nuova. Il periodo di distanziamento sociale e di lockdown che abbiamo vissuto ci mette di fronte a una condizione umano-planetaria che chiede nuovi paradigmi, nuove narrazioni e, dunque, nuove comprensioni. Il tutto, naturalmente, prendendo consapevolezza della tecnologia come nuovo mediatore.

Avanzano nuove domande di senso, di significato, di organizzazione ma, soprattutto, di possibilità di vita. Assistiamo, ormai quotidianamente, a manifestazioni di rabbia sociale e di innalzamento del livello di paura che dovrebbero interrogarci tutti. Abbiamo atteso troppo nel ragionare su un futuro che solo pochi anni fa sembrava lontano: ora quel futuro è arrivato, si è fatto presente e porta con sé tutti i nodi irrisolti che rischiano, se non affrontati con realismo, di portare la metamorfosi in atto verso derive assai problematiche.

Ci vogliono visioni, alleanze, dialoghi.

Visioni, dunque, anzitutto culturali, di pensiero. Ci cullavamo nella linearità di un mondo che pensavamo di capire; la logica era quella del o/o, amico/nemico. Sapevamo chi era fuori dal “nostro” mondo ma, nell’interconnessione, questo non è più possibile. Nulla è separato dal resto. Tutti siamo responsabili di tutto ciò che accade. È il tempo di un pensiero complesso, critico, d’intelligence. Facile a scriversi, diranno alcuni: ma il problema che qui si pone è ben pragmatico. Pensare a una “riforma” senza pensare, al contempo, a tutte le altre è un esercizio pericolosamente sterile: il tutto ci viene in casa, senza separazioni.

Visioni, in secondo luogo, politiche. La categoria del “politico”, ampiamente de-potenziata nell’ultimo trentennio a partire dall’euforia collettiva nel credere alla “fine della storia”, si ritrova incapace di prendere decisioni strategiche nella “giusta” mediazione tra dinamiche e sfide globali e ricadute nazionali-territoriali. Questa, riteniamo, è una delle sfide più urgenti nel mondo di oggi: che risposte diamo al disagio e alle diseguaglianze che minano la coesione nelle nostre società ? Possiamo lamentarci se i regimi cosiddetti illiberali reagiscono meglio allo stress da cambio di era ? Forse, su questo punto, è molto più evidente la crisi de-generativa dell’ordine liberale (che, detto per inciso, mostra il tradimento consumato ai danni di un grande pensiero). In quella crisi, a ben guardare, è saltata anche l’autonomia del “politico”.

Non abbiamo una ricetta per provare a percorrere l’oltre del cambio di era ma, certamente, non esiste una ricetta unica e valida per tutti: se pensiamo all’uso della democrazia dopo la caduta del muro di Berlino e il collasso dell’Urss possiamo trarne lezioni interessanti.

Dobbiamo investire su alleanze e dialoghi. Il “rischio” delle tecnologie investe il mondo istituzionale e il mondo delle imprese, le scuole e le università, chi si dovrebbe occupare di garantire le libertà e i diritti che conosciamo e quelli, per così dire, di nuova generazione. Le alleanze, allora, non sono più eludibili. Non è più possibile separarsi in un mondo che fa della totalità la sua cifra caratterizzante.

Fare alleanze e dialogare non è un’opzione ma una necessità che riguarda e coinvolge tutti i “player”. Le decisioni strategiche, da un lato, non possono più porre al centro solo interessi particolari e sacrificare a quelli visioni comuni ma, con pazienza e abilità politica, vanno ricomposte nel pieno degli interessi in campo. Abbiamo bisogno, in ogni campo, di classi dirigenti che comprendano la realtà del tempo che viviamo: viviamo un’unica sfida articolata in tante sfide, non una sommatoria di sfide. L’affrontarle separatamente, sperando di risolverle, è pura illusione.

In conclusione, il percorso di ricerca e di lavoro in un nuovo ordine non può più essere caratterizzato dalla negazione delle differenze, della paura e del conflitto e dalla sola competizione. Abbiamo visto infinite volte come tale negazione porti alla esasperazione di ciò che si nega: le differenze diventano identità irrinunciabili, la paura diventa terrore, il conflitto esplode e diminuiscono le possibilità di un suo superamento.

Ci vuole una svolta interculturale e transculturale, cooperativa, realmente prospettica. Al di là delle nostre convinzioni, è il mondo che ce lo chiede: o, sarebbe meglio dire, che ce lo impone.

di Marco Emanuele