· Città del Vaticano ·

Scoprire orizzonti dove si vedono solo confini

Un braccio della Casa circondariale Sergio Cosmai di Cosenza

Iniziativa solidale dei detenuti nella Casa circondariale Cosmai di Cosenza

09 giugno 2020

Tante e belle sono le storie che arrivano dall’Italia solidale in questo momento così difficile per l’emergenza sanitaria. Alcune di queste storie arrivano dalle carceri e conoscerle fa bene al cuore di tutti. «Noi dentro, voi state a casa» recitava uno striscione di detenuti a Piazza Armerina. Parole che trasformano l’isolamento carcerario in un’esperienza che permette di comprendere meglio le sofferenze di un Paese costretto a difendersi, rinunciando ai ritmi consueti della vita per restare protetto al chiuso. «Insieme ce la faremo», questo il messaggio dei detenuti del carcere di Ragusa. Un invito alla fiducia e alla speranza da parte di chi, conoscendo bene le angustie della separatezza, in qualche modo torna a sentirsi parte, e parte attiva, della società civile. «Chi è stato in esilio porta sempre dentro di sé l’esilio» scriveva il grande poeta spagnolo Pedro Salinas e non c’è esilio più doloroso del carcere. In un momento in cui la sospensione dei colloqui visivi con i familiari aggiunge un’ulteriore restrizione, ecco che i detenuti scelgono di venire in aiuto di quanti sono in difficoltà. In tanti istituti penitenziari italiani si sono attivate forme di solidarietà in un modo spontaneo e con un’altissima partecipazione, raccolte di fondi dove qualsiasi cifra, anche piccolissima, vale un tesoro.

Nella Casa circondariale Sergio Cosmai di Cosenza i detenuti hanno fatto qualcosa di più, grazie a una rete solidale che ha visto protagonisti istituzioni e volontari. Tutto nasce dall’amministrazione comunale di Rende che, per fronteggiare la povertà alimentare legata alla pandemia, decide di offrire pasti caldi alle persone e alle famiglie più bisognose e ai senzatetto. Con il passare dei giorni l’iniziativa cresce e diventa uno straordinario progetto che porta il nome di CuciniAmo e che Marcello Manna, sindaco di Rende, riassume in queste belle parole: «Vedere orizzonti dove vengono segnati confini». Da questo momento a cucinare saranno anche i detenuti del carcere di Cosenza. Questo grazie alla sensibilità dell’assessore alle politiche sociali Annamaria Artese, della direttrice del carcere Maria Luisa Mendicino, della dirigente scolastica Concetta Nicoletti e dei docenti Andrea Caroprese e Pietro Paolo Marigliano dell’Istituto Cosentino - Todaro, dell’associazione La Terra di Piero con lo chef Francesco Chiariello e tutta la squadra di volontari. A partire da maggio i detenuti, che all’interno del carcere frequentano le cinque classi della sede distaccata dell’Istituto alberghiero rendese, iniziano a preparare i pasti per i più bisognosi.

Non è stato semplice dar vita a questo progetto, reso possibile dalla determinazione di chi ha creduto nel senso profondo dell’iniziativa: un’amministrazione virtuosa, i rappresentanti delle istituzioni che vivono quotidianamente il loro impegno con la pienezza di una vocazione, i volontari con la loro anima generosa e inclusiva. E gli studenti detenuti, che hanno risposto a questa opportunità con entusiasmo. Lo stesso entusiasmo con cui vivono il rapporto con la scuola, sentita come un’occasione per dare senso al tempo e come un’idea di libertà e di futuro.

In questa fase di didattica a distanza i docenti, non potendo recarsi personalmente nell’istituto penitenziario né fare lezioni on line, hanno preparato per gli allievi dispense cartacee con le ricette e i procedimenti da seguire. Il comune fornisce le materie prime e ogni mattina alle 8, dal lunedì al sabato, si aprono i laboratori di cucina e i detenuti si mettono ai fornelli, due per volta accompagnati da uno studente più grande che svolge la funzione di tutor. Tutto deve essere pronto per le 12 quando arrivano i volontari che provvedono a ritirare i pasti per poi distribuirli.

In questo generoso impegno dei detenuti non c’è solo slancio del cuore, c’è tanto di più. È un gesto il loro che ribalta il consueto meccanismo della solidarietà: da chi ha a chi non ha. In questo caso sono due sofferenze a incontrarsi: di chi, avendo sbagliato, si trova a scontare una pena nel chiuso di una cella e di chi non riesce più a vivere e in qualche caso neanche a sopravvivere non potendo sfamare se stesso e la sua famiglia. È un gesto il loro che va oltre il privarsi di qualcosa per donarlo a un altro. In quelle vaschette monoporzione dai profumi invitanti — gnocchi alla sorrentina, lasagne, cannelloni, arrosto di tacchino, cotolette e così via — ci sono lavoro, fatica, fantasia ma soprattutto c’è l’emozione di essere d’aiuto agli altri. «Nessun uomo è inutile se allevia il peso di qualcun altro» diceva Gandhi. Preparare pasti caldi è accudire, è portare conforto, è abbracciare le sofferenze altrui dimenticando le proprie, è riprogettarsi in una dimensione di reciprocità — il pensare a qualcuno e l’essere pensato da qualcuno — è riscoprire la meravigliosa sensazione di essere utili, una sensazione che quando non c’è manca tanto. Lo sanno bene gli anziani che, pur liberi nel mondo, quando la avvertono sprofondano in abissi di malinconia.

C’è un detto: tutti sono necessari, nessuno è indispensabile. Per una volta la saggezza popolare sbaglia. Ci sono persone indispensabili, come i due docenti, Caroprese e Marigliano, che hanno messo a disposizione professionalità e partecipazione per, sono parole loro, «stringersi a un paese che soffre senza limiti né sbarre perché la solidarietà va oltre. E la cucina, che è convivialità e condivisione, rappresenta un ottimo portale di connessione tra dentro e fuori». Ci sono persone indispensabili come i rappresentanti delle istituzioni e i volontari che con questa iniziativa hanno scritto la pagina bellissima di una storia a più voci.

Quanto ai detenuti della Casa circondariale di Cosenza a loro deve andare il grazie di tutti. Grazie perché con questo gesto solidale rendono onore a chi un tempo fu direttore di questo carcere e oggi gli dà il nome. Era il 1985 quando Sergio Cosmai, al servizio dello Stato nella difesa della legalità e delle istituzioni democratiche, cadeva vittima del fuoco della ‘ndrangheta mentre con la sua Fiat 500 si recava a prendere alla scuola materna la sua bambina. Aveva appena 36 anni Sergio Cosmai e lasciava, oltre la figlia, una giovanissima vedova allora in attesa del secondogenito che sarebbe nato un mese dopo la sua morte.

«Se allevierò il dolore di una vita / o guarirò una pena / o aiuterò un pettirosso caduto / a rientrare nel nido / non avrò vissuto invano» scriveva Emily Dickinson. Grazie ai detenuti per una scelta di umanità che è una lezione di vita capace di parlare a tutti, dentro e fuori nel mondo. Grazie per non aver perduto nella reclusione il senso della vicinanza e della condivisione. Il dolore spesso isola, esclude, indurisce e c’è bisogno di tanta forza e di tanta speranza per mantenere il cuore vivo e prossimo alle sofferenze degli altri. Grazie per un gesto che non solo va incontro a un bisogno, ma abbatte muri e spalanca finestre. Grazie per averci ricordato che quando tutto sembra perduto c’è sempre da qualche parte un filo d’acqua che scorre, una nuvola che asseconda il vento, una stella che colora d’argento il cielo, una parola che scalda il cuore a riportarci dentro la vita. Grazie, detenuti della Casa circondariale di Cosenza, di essere dalla parte del bene.

di Francesca Romana de’ Angelis