· Città del Vaticano ·

Risvegliarsi dal letargo della responsabilità per contrastare il rischio dell’indifferenza

Fotografia di Daniele Garofani

Il messaggio di Papa Francesco per la giornata dei poveri

15 giugno 2020

«Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo». Le parole che Dio, dai rami di un roveto che arde senza consumarsi, rivolge a Mosè nel terzo capitolo del libro dell’Esodo segnano l’inizio della storia, di una storia veramente umana, una storia di salvezza. Prima di queste parole non c’era una vera “storia”, l’uomo era solo un elemento naturale in mezzo ad altri viventi suoi simili, aggiogato al ritmo ciclico della natura, all’interno di una dura lotta per la sopravvivenza che sfociava sempre in una legge, quella del più forte. Gli Egiziani e gli Ebrei. Ora accade un fatto nuovo. Qualcuno, al di sopra della natura, il suo creatore stesso, inter-viene, viene dentro, “scende” per liberare l’uomo di cui prova compassione per la sua “miseria”. Questa discesa avviene perché si realizzano, insieme, tre azioni: osservare, udire, conoscere. E quindi si passa alla liber-azione. Questo è l’inizio della storia di Israele che ha nell’avvento di Cristo il compimento, una storia che vede sempre l’uomo protagonista insieme a Dio. «Chi ha creato tutto senza di te, non salverà te senza di te» ricorda Sant’Agostino. Questa storia di salvezza, può avvenire solo con la risposta attiva dell’uomo, solo se il cammino è un sin-odo, una via percorsa insieme: Dio cammina con il suo popolo che accoglie la sua proposta di libertà.

Questa storia, come tante altre raccontate dalla Bibbia, avviene sempre, ogni giorno. Dio chiama e propone, l’uomo risponde. Può farlo perché ne è capace, è respons-abile. A volte lo fa, ma non sempre, e quando l’uomo non risponde ritorna ad essere un elemento solamente naturale. Lo si riconosce dal fatto che mette a dormire la propria responsabilità, la mette “in letargo”. È questa l’espressione che il Papa ha utilizzato nel suo ultimo Messaggio per la giornata mondiale dei poveri pubblicato sabato 13 giugno: «Le gravi crisi economiche, finanziarie e politiche non cesseranno fino a quando permetteremo che rimanga in letargo la responsabilità che ognuno deve sentire verso il prossimo ed ogni persona». Interessante questo verbo: “non cesseranno”, come a dire che lo sviluppo economico, affidato solo agli uomini, diventa un naturale “flusso continuo” di gravi crisi, di lotte per il potere al fine di soddisfare l’inestinguibile avidità. Se l’avidità non dorme mai, per realizzarsi necessita che tutto il resto, cioè la coscienza, dorma, stia in letargo in modo che anche la responsabilità dell’uomo si affievolisca fino a scomparire. C’è bisogno di un intervento soprannaturale per interrompere questo ciclo apparentemente ineluttabile e questo puntualmente avviene grazie al fatto che, come ricordava Pascal, «l’uomo supera infinitamente l’uomo». Questo intervento si esprime in un gesto che il Papa ha voluto indicare come titolo del suo messaggio: il tendere la mano al povero. Un gesto che oggi, anche in questo momento di drammatica crisi, avviene spesso, ogni giorno, solo che non ce ne accorgiamo. Il Papa cita ben sette esempi di “mani tese”: quella del medico, dell’infermiere, «di chi lavora nell’amministrazione e procura i mezzi per salvare quante più vite possibile», del farmacista, «del sacerdote che benedice con lo strazio nel cuore», del volontario, «la mano tesa di uomini e donne che lavorano per offrire servizi essenziali e sicurezza. E altre mani tese potremmo ancora descrivere fino a comporre una litania di opere di bene. Tutte queste mani hanno sfidato il contagio e la paura pur di dare sostegno e consolazione».

Cosa hanno fatto tutte queste persone? Hanno fatto come Dio: osservato, udito, conosciuto la sofferenza, sono accorsi per liberare gli altri da quel dolore, o quantomeno accompagnarli contro un male che faceva di tutto per distruggere la possibilità stessa di questa compagnia. Quelle mani tese sono state le mani di Dio che chiede, per accarezzare l’uomo, la collaborazione delle mani di altri uomini. Il gesto di tendere la mano al povero, osserva il Papa, «fa risaltare, per contrasto, l’atteggiamento di quanti tengono le mani in tasca e non si lasciano commuovere dalla povertà, di cui spesso sono anch’essi complici. L’indifferenza e il cinismo sono il loro cibo quotidiano».

Si diventa collaboratori della tenerezza di Dio o indifferenti non tutto di un colpo ma attraverso un “cibo quotidiano”. «Non ci si improvvisa strumenti di misericordia» continua il Papa nel Messaggio: «È necessario un allenamento quotidiano, che parte dalla consapevolezza di quanto noi per primi abbiamo bisogno di una mano tesa verso di noi. Questo momento che stiamo vivendo ha messo in crisi tante certezze. Ci sentiamo più poveri e più deboli perché abbiamo sperimentato il senso del limite e la restrizione della libertà. La perdita del lavoro, degli affetti più cari, come la mancanza delle consuete relazioni interpersonali hanno di colpo spalancato orizzonti che non eravamo più abituati a osservare. Le nostre ricchezze spirituali e materiali sono state messe in discussione e abbiamo scoperto di avere paura. Chiusi nel silenzio delle nostre case, abbiamo riscoperto quanto sia importante la semplicità e il tenere gli occhi fissi sull’essenziale».

Tenere gli occhi fissi, cioè osservare. E ob-bedire, cioè mettersi in ascolto, perchè c’è un grido nella storia degli uomini che deve essere ascoltato. Così si arriverà a conoscere le sofferenze degli altri. Questo forse è il passaggio più delicato: il mondo oggi sembra essere diviso in due parti che tra loro s’ignorano, gli uni non sanno niente della vita degli altri, non riescono a trovare un punto di incontro (questo sarebbe il “luogo” della politica), e il loro urtarsi diventa inevitabilmente uno scontro. Ma solo se si conoscono le sofferenze, se le si ri-conoscono, si può veramente passare all’azione del venire incontro, soccorrere, salvare. Su questo passaggio il Papa ha parole quanto mai nette e inequivocabili: «Non possiamo sentirci “a posto” quando un membro della famiglia umana è relegato nelle retrovie e diventa un’ombra. Il grido silenzioso dei tanti poveri deve trovare il popolo di Dio in prima linea, sempre e dovunque, per dare loro voce, per difenderli e solidarizzare con essi davanti a tanta ipocrisia e tante promesse disattese, e per invitarli a partecipare alla vita della comunità». È un discorso che ha senz’altro conseguenze politiche ma prima ancora è profondamente umano e autenticamente cristiano, rivolto al popolo dei cristiani, che per loro natura non possono, su questa terra, sentirsi “a posto”.

di Andrea Monda