· Città del Vaticano ·

Ripartire da localismo e sicurezza affettiva

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Intervista al sociologo e scrittore Carlo Petrini

03 giugno 2020

Figlio del dopoguerra, Carlo Petrini ha vissuto l’era delle macerie e della rinascita di un intero Paese. Fondatore e presidente di “Slow Food”, da trent’anni promuove un’idea di prossimità opposta a un’economia che strozza gli orizzonti a prezzo di disuguaglianze feroci. La pandemia ha ridotto le distanze e ne ha generate altre. Eppure, la morte di migliaia di persone ha reso vicino l’urlo di vite in apparenza lontane. In quest’amara consapevolezza che si fa contatto, sentire il mondo come un tutt’uno può rappresentare l’occasione di ripensare alla comunità: un luogo di relazioni dove — per dirla come Platone — se soffre una mano è tutto il corpo a soffrirne.

Quale futuro ci attende dopo i mesi che abbiamo vissuto?

Personalmente, faccio fatica a vedere i frutti prossimi. È stato e sarà un momento molto difficile per le persone e le comunità e il futuro sarà incerto. Ma questa può essere l’occasione per reimpostare la nostra convivenza. Una cosa è certa: per uscire da una situazione come questa, abbiamo bisogno di nuovi paradigmi, prestando attenzione al rapporto con gli altri. Dovremmo ritornare a comprendere l’importanza della comunità e, quindi, a cambiare la nostra economia.

Da trent’anni lei s’impegna verso un cambiamento di paradigma dell’economia. Oggi abbiamo smesso di pensarla come bene comune?

Credo di sì. Dovremmo avere chiaro che non è possibile ragionare su un’economia basata sul profitto senza contrappeso etico. Il profitto non basta a valutare la salubrità economica: ci sono anche i beni comuni, i beni relazionali e spero che questi elementi avranno un ruolo molto più importante di quello passato. Il concetto stesso di crisi, che stiamo vivendo, può essere un’opportunità.

La salubrità dell’economia è alla base della cultura contadina. Quanto è importante recuperare l’eredità dei nostri nonni per il futuro?

Credo sia essenziale. Penso a una questione portante come il degrado ambientale. Una delle caratteristiche della società contadina era il rispetto della terra. Noi, invece, abbiamo pensato che le risorse della terra fossero infinite e l’abbiamo maltrattata. Ora siamo davanti a tre crisi: economica, climatica e pandemica. Non c’è ombra di dubbio che quella climatica ci riserverà delle sorprese eclatanti se non cambiamo atteggiamento. Per questo, dobbiamo avere chiara la situazione per cambiare i presupposti di un’economia che uccide, come dice Papa Francesco.

Vengono in mente i racconti degli intellettuali del “Grand Tour” settecentesco. Nel suo viaggio in Campania, Goethe scrive parole struggenti sul “Paese dove fioriscono i limoni”. In nome della globalizzazione abbiamo smesso di dare il nome alla terra?

Sì, perché per molto tempo la globalizzazione ha reso secondario il nostro approccio all’economia locale. Si pensava che questa fosse un ripiego non in grado di portare valori alti. Oggi, invece, siamo più consapevoli che lì c’è una garanzia che un’economia esclusivamente planetaria non avrà mai: la partecipazione delle persone. Senza questa partecipazione, l’economia non è utile, ma diventa un aspetto distintivo dell’ingiustizia: negli ultimi cinquant’anni, la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi è decuplicata! Per questo, credo sia opportuno ripartire dalle economie locali, quel localismo che rende partecipi le persone e le comunità. Il mio auspicio è che questa visione partecipativa delle persone possa svilupparsi sempre di più e permettere di ripensarci. Ci vuole, però, discernimento.

In che modo possiamo discernere?

Nella comunità c’è un elemento che per troppo tempo abbiamo considerato nullo, o quasi: la sicurezza affettiva. Se c’è affetto, l’uomo può cambiare le cose. Quelli che ci attendono non saranno tempi facili, ma se basiamo le comunità su questa visione affettiva, potremo superarli.

Lei ha vissuto il dopoguerra: è giusto fare un parallelismo con la nostra era?

Le due situazioni storiche hanno similitudini, ma anche caratteristiche totalmente diverse. Siamo in uno stato di prostrazione più che di guerra, sulla quale dobbiamo mettere in discussione dei concetti inamovibili e non discutibili. Se, come dice Papa Francesco, tutto è connesso e questo disastro pandemico è collegato a un deterioramento ambientale, allora siamo davanti a una situazione nuova che necessita una riflessione. Tutte le contraddizioni presenti prima sono ancora più laceranti oggi: la fame nel mondo, la disuguaglianza, i diritti delle persone.

Quale ruolo avranno i giovani nella ripresa?

Sarà fondamentale il loro apporto, contro una logica che li esclude. La sorpresa di questi ultimi anni è che i giovani si sono mossi, hanno detto basta a logiche basate solo sul profitto e hanno il coraggio di esigere risposte per il loro futuro. Il mio auspicio per loro è che abbiano il coraggio di prendere il loro destino per le mani e metterlo in discussione, davanti a sé stessi e al mondo.

di Marco Grieco