· Città del Vaticano ·

Quell’Eden nascosto in un rap

Il rapper Rancore in un’illustrazione dedicata al brano «S.U.N.S.H.I.N.E.»

#CantiereGiovani - Per costruire e alimentare un’alleanza tra le generazioni

15 giugno 2020

Il dialogo “corpo a corpo” con Dio nei testi di Tarek Iurcich, alias Rancore


A volte solo una Chiesa estroversa, non per difendere sé stessa o per cercare conferme, può ritrovarsi tangente alla parabola artistica di un cantante, Tarek Iurcich, senza equivocarne il nome d’arte — Rancore — e ben prima che un suo testo, per due anni di seguito, sia giudicato il migliore di Sanremo. Chi vive i giovani come «luogo teologico» (Christus vivit, 67; 41) conosce la portata esistenziale e spirituale del rap e sa che nulla avviene a caso nel processo di crescita del rapper millennial dal cappuccio che rievoca il cucullus francescano. Soprattutto se quest’ultimo, dopo una quarantena vissuta con la «voglia di ascoltare e ascoltarsi» perché «stanno accadendo cose molto importanti, alcune visibili e altre invisibili», decide di evocare ancora — questa volta sui social — il deus ignotus, il Dio “alieno”.

Di madre egiziana e padre croato, cresciuto nella periferia romana del Tufello, Tarek si è gradualmente fatto cantore del confuso rapporto con il divino che caratterizza i «luoghi dello spirito» umano. Un rapporto che matura, come nel racconto di Papa Francesco ad una ragazza di Setteville, quando si riconosce in sé l’esperienza della notte oscura della fede: «A destra è tutto nero... A sinistra è tutto nero... In fondo a questo buio c’è una luce è vero, ma dietro è tutto nero» — canta ne Lo spazzacamino (2010) il ventenne Rancore, ispirandosi a Blake.

Come il vescovo di Roma invita nel suo accompagnamento accogliente a «pregare e avere pazienza», così il sussurrare di Tarek — «più dico che all’immagine di Dio non ci credo / più trasparente e fragile mi sento solo e prego» — ci chiede di ascoltare Lo spazzacamino come una invocazione, nonostante — o forse grazie a — quel rifiuto che, per le ipocrisie e i marosi della vita, grida come Giobbe: «Dio! Dimmi dove sei, troppo lontano dai problemi miei / se io non li avvicino / oggi sceglierò le spazzole proprio a puntino / e sin da piccolo sono il mio piccolo spazzacamino». Se infatti, benché «maschi», si dialoga in silenzio con il «buio» e il «freddo» dell’«anima»-«camino», per poi pulirla da quanto fatto controvoglia di «sbagliato» (Romani 7, 19), alla fine si riceverà in «regalo» un «mondo incantato».

Nessun pelagianesimo, però, in questa ricerca anti-idolatrica che attraversa anche s.u.n.s.h.i.n.e. (2015): 7 minuti e 48 secondi di canzone, quasi il tempo che impiega la luce solare per arrivare sulla Terra, là dove — nell’assenza dei «nostri veri padri» — lottano «soli appassiti di luce», in preda a una «densa mania di supremazia». Perché quando è «troppa la depressione» e «l’universo è già nero», è comprensibile «generare» e «adorare nuovi soli». Ciò nonostante — testimonia Tarek — «essere belli come il sole non serve / se non brilli più di luce riflessa», perché «non devi venerare il sole, ma la luce che vedi»: solo grazie a lei il «ghiaccio sui tetti / adagio si scoglie» e riceviamo il «coraggio per stare quaggiù».

Questo reincanto luminoso del reale si approfondirà poi in chiave cristologica, senza perdere nulla del corpo a corpo con Dio. Il «rovo nerissimo» professionale e la «scurissima eclissi» storico-cosmica portano Tarek a lacrimare un «sono depressissimo» (2018), ma non gli rubano il gusto dell’invocazione: «a volte prima di dormire faccio una preghiera / ringraziando ancora che il mio corpo non si è suicidato». Essa prima esplode in una serie di maledizioni sublimate da un urlato «c’è qualcuno di là?», per poi sciogliersi sottovoce nella «compagnia» di Gesù Cristo: incontrato «tutti i giorni in chiesa verso l’una e mezza», «in quelle ore è sempre vuota, io mi sento a casa mia» e c’è «il coraggio (…) di farsi le domande vere». D’altronde — ha ricordato di recente il Papa — «discutere», «arrabbiarsi», «lottare» con Dio non «è una forma di preghiera»?

Come in Rembrandt, il Gesù di Rancore consola con mano materna e provoca con mano paterna: «mi guarda (…) si leva il chiodo da una mano e mi fa una carezza / poi mi dà uno schiaffo». Perché il Gesù che beffò Satana sulla Croce (Girard; 1 Corinzi 2, 8) chiama Tarek a un «ruolo» arduo: «questo mondo è in mano a un sadico (…) devi uccidere la serpe», ma senza restare «in questa pelle» (Matteo, 10, 16), in quanto «il male si è vestito con due stracci di poesia» (Matteo, 7, 15). Di fronte alla riluttanza di Tarek, Gesù gli «dà uno schiaffo più forte», garantendo che «nel coro con me / sarà presente lui personalmente»: perché non più «sono» ma «siamo depressissimi», non ci si salva da soli — o in una élite — bensì nel popolo.

Rancore, dunque, sceglie di presentarsi alla kermesse sanremese per farsi vaso comunicante di un raggio di Luce dell’Eden (2020), indossando una pelle tessuta di strofe in «codice» da decrittare, la cui complessità si muove tra l’opporre al tentatore «quante favole racconti» e il riconoscere che «solo di favole ora mi meraviglio»: «chi si limita alla logica (…) dopo libera la vipera».

Con un’indagine diacronica Tarek segue con pazienza il percorso onirico della mela originaria, per rammemorare che «ogni scelta crea ciò che siamo», soprattutto nel kairòs attuale da cui dipende la «destinazione» umana. Ma la mela «in equilibrio in testa a ogni figlio», da un lato, «porta un’intuizione», un «nuovo aggiornamento», dall’altro lato, «è in mezzo ai falsi frutti, è una finzione». Così, accanto ad alcuni esempi positivi — la caduta del muro, il volto non svelato del Figlio dell’Uomo di Magritte, i saggi proverbi della nonna — il testo evidenzia tre grandi tentazioni. Il voler vendere «nemici sempre» dopo l’11 settembre, in nome di una guerra tra «dèi ansiosi» di primeggiare sin dai «giardini di Giunone»; la «nuova era» scientifica e tecnologica il cui esito è imprevedibile se da irresponsabili «mordiamo la terra»; l’imposizione gridata di uno «stacca, mordi, spacca, separa» che dall’imperativo «àmati» diventa un impaurito «copriti» e «carica» fino al tragico «spara» — «ta-ta-ta» — del divide et impera.

Se in questo «mondo» l’atterraggio di ogni caduta può rivelarsi mortale — come nella performance sanremese — allora dobbiamo resistere alla «regola» in esso vigente di «non guardare mai giù se precipitiamo», pungolandoci (2 Corinzi 12, 7) invece con la domanda: «Che faremo della mela attaccata al ramo?».

«Stacchiamo la coscienza» dal «mistero» che siamo e ci circonda, oppure in questa «guerra psicologica» — come novelli Adamo — ricominciamo a chiederci «dov’è lei?»; a «parlare con lei» dei reciproci «errori» divisivi, per «camminare insieme sotto questa luce chiara (…) senza l’ansia di una gara»?

«Lei», forse, è nostalgia e attesa della luce dell’Eden: di quel «cielo infinito» in cui «tutto era unito» e «c’era la festa», ma — regnante la misericordia — «non serviva l’invito». «Lei» sicuramente è profonda richiesta di accoglienza gratuita della nostra «colpevolezza», unificazione pacificante dell’io-noi «frantumato», pienezza dei sensi e del senso della vita. E noi — oggi — sappiamo riconoscere, accogliere e accompagnare questa speranza millennial di una vita compiuta?

di Sergio Ventura