· Città del Vaticano ·

Quell’abitudine a sentirsi superiori

Gregory Peck e Brock Peters in una scena del film «Il buio oltre la siepe» diretto da Robert Mulligan nel 1962

Sessant’anni fa veniva pubblicato «Il buio oltre la siepe» di Harper Lee

24 giugno 2020

«La scintilla del vero scrittore brilla in ogni riga», disse l’agente letteraria Tay Hohoff quando lesse per la prima volta il manoscritto che sarebbe diventato Il buio oltre la siepe. Portato all’editore Lippincott di Philadelphia dall’autrice, l’allora trentenne Harper Lee, il testo aveva un altro titolo e un’altra forma rispetto a quella che generazioni di lettori hanno conosciuto in tutto il mondo (oltre 40 i milioni di copie vendute globalmente). Lunghi mesi di riscritture e To Kill a Mockingbird (il titolo originale significa letteralmente “uccidere un tordo”) vede la luce nel 1960 nel pieno dei capovolgimenti sociali di un’America che combatte per i diritti civili, in particolare degli afroamericani. Ambientato circa trent’anni prima, il romanzo è passato alla storia come uno dei più accorati ritratti di un mondo in cui il razzismo è una strana e “naturale” abitudine cui si oppongono solo i bambini e gli uomini saggi. Come i protagonisti Scout e Atticus, rispettivamente figlia e padre, bimba di sei anni lei, adulto avvocato vedovo lui.

È l’epoca delle cosiddette leggi di Jim Crow, che, abolita la schiavitù, danno alla società americana una parvenza di equità sotto cui si nasconde una diffusa condizione in cui i neri sono ritenuti «uguali ma separati». Siamo in Alabama, il «profondo Sud» degli Stati Uniti, in una indolente cittadina immaginaria chiamata Maycomb. Qui l’altro da sé, colui che per qualche motivo appare diverso dalla norma, è guardato con un occhio sospettoso e impietoso. Finanche una maestra che viene dall’Alabama del Nord, a questi bambini dell’Alabama del Sud sembra una minacciosa stranezza. Figurarsi Boo Radley, un misterioso uomo rinchiuso in casa dal padre per anni perché aveva dato segni di aggressività adolescenziale.

Arthur Radley, detto Boo come il suono che si fa per spaventare, è al centro della prima parte di questo romanzo di formazione, in cui la piccola Scout impara una serie di lezioni che la faranno crescere in un mondo non sempre idilliaco come appare. La seconda parte, invece, si incentra sulla difesa che Atticus fa in tribunale di Tom Robinson, ingiustamente accusato di violenza su Mayella Ewell, in un processo che lo porterà alla condanna nonostante sia chiara a tutti la sua innocenza. La sua unica colpa, negli Stati Uniti degli anni Trenta, è ovviamente quella di essere nero. A dirla tutta, anche quella di essere stato l’oggetto del desiderio di Mayella che, vedendosi rifiutata, lo denuncia. Il coraggio di raccontare una storia del genere, unito alla bellezza della prosa di Harper Lee hanno fatto di questo romanzo uno dei libri più amati del Novecento americano.

Fin dalle prime pagine, la voce narrante cattura il lettore in un mondo raccontato attraverso gli occhi di una bambina, con una prospettiva ingenua e arguta al tempo stesso, una tecnica narrativa che era stata già adottata da Mark Twain nel secolo precedente e da J. D. Salinger un decennio prima, con i loro narratori adolescenti. Ma la grazia con cui la piccola Scout guarda il mondo è una caratteristica tutta sua e renderà ancor più significativo il suo percorso di maturazione, quando scoprirà che odio, pregiudizio, diffidenza e ignoranza sporcano le lenti attraverso cui i suoi concittadini guardano non solo Tom ma anche lei e il fratello Jem, in quanto figli dell’avvocato che lo difende.

L’atmosfera quasi idilliaca di Maycomb funge perfettamente da sfondo per i due fulcri del romanzo. Nel caldo del Sud, «i colletti inamidati degli uomini erano già flosci alle nove di mattina. Le signore facevano il bagno prima di mezzogiorno e lo rifacevano dopo il sonnellino delle tre e al calar del sole parevano morbidi pasticcini da tè canditi di sudore e talco profumato» (dall’ottima traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer per Feltrinelli).

Qui, dove tutto sembra impigrirsi e nulla accadere, il mistero della casa dei Radley, che affascina e spaventa i ragazzi, fornisce alla prima parte del romanzo quel carattere da Southern Gothic che aveva contraddistinto autori come William Faulkner, Flannery O’Connor, Carson McCullers, Truman Capote. Quest’ultimo, per di più, era un amico d’infanzia di Harper Lee, e nel Buio oltre la siepe appare nei panni di Dill, l’amico del Mississippi che ogni estate va a trovare Jem e Scout. Lui, d’altro canto, aveva omaggiato l’amica Harper ritraendola in Altre voci, altre stanze col nome di Idabel Thompkins. Un’amicizia letteraria immortalata nei due romanzi, che poi sarebbe durata negli anni, quando Truman chiese a Harper di accompagnarlo in Kansas per le ricerche relative al suo romanzo-verità A sangue freddo. Ma il motivo per cui Il buio oltre la siepe è il romanzo più insegnato nelle scuole americane nel secondo Novecento (togliendo anche il trofeo a Huckleberry Finn) e la lettura più istruttiva secondo il presidente Barack Obama è la lucida denuncia del razzismo nei luoghi dove esso attecchiva con maggiore, malsana naturalezza.

Atticus, che non si fa pagare dai suoi clienti perché troppo poveri, e che sceglierà di difendere Tom non tanto dall’accusa specifica, quanto dalla diffidenza e dalla spietatezza dei suoi concittadini, è diventato nei decenni l’archetipo del moderno avvocato integerrimo, modello di virtù paterna e professionale.

Non c’è da stupirsi che quando il ruolo fu proposto a Gregory Peck per la versione cinematografica, l’attore accettò con grande entusiasmo. Il film (che gli diede l’Oscar) ha segnato talmente la sua vita e la sua carriera, che suo nipote è stato chiamato Harper in onore dell’autrice. Schiva e disinteressata alla pubblicità, Harper Lee fece una delle sue rarissime apparizioni nel 2005 per commemorare l’attore. In quell’occasione la vedova di Peck la definì «un tesoro nazionale» per gli Stati Uniti, poiché, un po’ come il nostro Pinocchio, il suo romanzo veniva letto da ogni bambino americano in seconda o terza media. «Mio marito riceveva migliaia di lettere di scolari da tutto il paese», ricordò davanti al pubblico della biblioteca pubblica di Los Angeles, «perché romanzo e film hanno cambiato la storia».

Che questa affermazione sia a dir poco idealistica lo conferma la triste cronaca attuale, ma la lettura o la rilettura del romanzo è sicuramente un balsamo per lettori di ogni latitudine, ogni età e ogni epoca. Il mockingbird del titolo è il mimus polyglottos, tordo americano o mimo poliglotto, e la prima lezione che Atticus impartisce alla figlia è che non si spara sul mockingbird: non si infierisce sui deboli, innocenti e innocui. L’altra è che per capire una persona ci si deve calare nei suoi panni — non che questo dia l’autorizzazione a giudicarla, semplicemente è il presupposto per una sana interazione sociale. E anche Boo, immaginato come mostro, si rivelerà essere strumentale alla salvezza di Jem e Scout: Il buio oltre la sua siepe cela solo un universo altro che l’ignoranza, nel senso di non conoscenza, trasforma in qualcosa di minaccioso. Se i bambini riescono a superare questo stato di ignoranza-paura-odio, e evitano automaticamente di applicarla al caso di Tom, non fanno altrettanto i loro concittadini adulti, provocando un drammatico finale che assegna al romanzo un tocco di amarezza, nonché di grande attualità. Come ha scritto Susan Jolley, «sebbene il romanzo presenti temi quali l’ingiustizia, il dolore personale e la tragedia sociale, esso porta anche un messaggio di coraggio, compassione e di conoscenza della storia attraverso cui si può diventare esseri umani migliori».

di Alessandro Clericuzio