· Città del Vaticano ·

Per una teologia al passo con i tempi

Il cardinale John Henry Newman

Il rapporto tra ragione e fede in un saggio di don Giancarlo Vergano

15 giugno 2020

Sono stati numerosi e faticosi i passi tentati nell’Ottocento per rinnovare il metodo teologico in un’epoca in cui spesso fede e ragione sembravano contrapposte. I ripetuti tentativi sottintendevano la ferma consapevolezza dell’importanza rivestita, per il progresso del pensiero, dalla felice conciliazione dei due elementi. L’itinerario tracciato da quei passi viene ripercorso da don Giancarlo Vergano nel saggio teologico Ragione e fede, dalla distinzione all’armonia. Una ricerca… non dimenticando Louis Billot (Siena, Cantagalli, 2019, pagine 308, euro 21) nato dall’esigenza di tenere informato il mondo teologico dei più recenti sviluppi metodologici. Data l’ampiezza dell’ambito della ricerca, lo studio è focalizzato sul diciannovesimo secolo.

L’occasione-stimolo per questo percorso, spiega l’autore, è stata offerta dalla singolarità di una teoria, considerata minore, del cardinale gesuita Louis Billot, sulla fisionomia della causalità sacramentale intesa come dispositivo-intenzionale. Come sottolinea nella prefazione padre David Koonce, professore di teologia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, il volume, «pur trattando temi non facile, si legge volentieri». Sono temi tecnici che a prima vista potrebbero interessare solo gli specialisti: in realtà don Vergano riesce a portare il lettore «dentro questo mondo sconosciuto grazie all’eleganza e alla chiarezza della sua esposizione». L’autore intende individuare gli elementi di metodologia teologica dell’Ottocento e inizio del Novecento, che hanno caratterizzato ciò che comunemente viene denominato la Scuola romana la quale, in alcuni manuali di teologia, viene presentata come una scuola chiusa in sé stessa, rigida e altamente speculativa. Lo studio di don Vergano si muove in ben altra direzione, riscattando il ruolo della Scuola romana rivendicandone la capacità di porsi in ascolto della cultura del suo tempo e in dialogo con le sue istanze più forti e più urgenti.

Don Vergano, al contempo, intende «rivalutare» la «proposta» di Billot che ancora oggi viene relegata «nella sezione aperta ad alcune singolarità e provocazioni speculative». «Ci siamo chiesti — scrive l’autore — perché Billot non potesse godere di una compiuta collocazione con debito risalto della sua indagine sacramentaria. Si è temuto che la sua formula dispositivo-intenzionale non fosse in grado di ricevere solidità e conferma dal pensiero tomista? Si è voluta evitare una novità troppo ardita o forse non si ritenne sufficiente la illustrazione che ne fornì Billot? Per parte nostra — afferma don Vergano — si è cercato di spiegare più a fondo il senso della formula composita in cui la funzione dispositiva poteva agilmente risultare confacente al tema, mentre la modalità intenzionale, da sola, non pareva godere di un titolo appropriato per l’agire sacramentale. Questo carattere intenzionale costituì forse il motivo della sua diffusa titubanza nel darle scientifica cittadinanza nella rigorosa disciplina teologica».

Causalità, fruttuosità, intenzionalità: sono questi gli elementi che hanno meritato alla causalità dispositivo-intenzionale il livello di «una appena onorevole menzione». In ogni caso la sua originalità — rileva l’autore — non è frutto di ardita speculazione ma di onesta sensibilità nei confronti dell’atmosfera culturale del suo tempo. «Abbiamo pensato — dichiara don Vergano — si trattasse di un singolare progresso della teologia sacramentaria. E pertanto ci siamo proposti di verificare se anche la disciplina metodologica nel corso dell’Ottocento avesse di fatto risentito del nuovo clima scientifico dominante, ispirato al predominio delle discipline storico-positive».

Con certosina pazienza don Vergano stabilisce i rapporti che tra loro tennero i teologi della Scuola romana, con l’obiettivo di riconoscere le reciproche dipendenze e gli apporti originali di ciascuno. Fu Giovanni Perrone la figura dominante della Scuola Romana all’incirca per mezzo secolo, dal 1824 al 1876, con un breve intervallo tra il 1848 e il 1855. Tra i suoi discepoli si annoverano Carlo Passaglia, Johannes Baptiste Franzelin. Suoi collegi furono Jospeh Kleutgen e Clemens Schrader, a sua volta discepolo di Passaglia. Questi legami farebbero supporre una uniformità di posizioni. È dato invece di rilevare che la vicenda che va da Kleutgen a Schrader è assai ricca di spunti originali e di coraggiose, feconde aperture in grado di «affinare ad ogni passaggio la metodologia teologica».

La motivazione di fondo che ispira lo studio sulla metodologia del XIX secolo nasce anche dall’impressione che si ricava da pagine correnti della tradizionale storiografia sull’argomento. Si sostiene, ad esempio, che in quel periodo gli indirizzi metodologici si accoglievano intorno a due modelli: scolastico e positivo. Tradizionale e conservatore il primo, più rispettoso delle fonti e innovativo il secondo. Al modello positivo si riconducono le esigenze del metodo storico-critico. Ora lo svolgimento del tema ha più il tono — osserva l’autore — della dimostrazione di una tesi dottrinale che non quello di una esplorazione condotta sulle opere dei teologi che hanno caratterizzato il secolo. Mancherebbe così la documentazione storica positiva. «Ci saremmo aspettati — scrive don Vergano — di ascoltare dalla viva voce dei protagonisti come essi hanno affrontato e interpretato il rapporto tra le giuste prerogative del metodo scolastico e quelle del metodo positivo. Ma non si dà, lì, alcun riferimento agli autori e alle loro scelte in materia». Ne consegue allora l’urgenza di interrogare direttamente l’opera di quei teologi che nell’Ottocento potrebbero aver affrontato e discusso il problema del metodo teologico e i temi ad esso sottesi: rivelazione e fede, dogma e tradizione, l’ontologia tomista.

L’indagine condotta da don Vergano consente dunque di scoprire tesi e argomentazioni che nelle loro peculiarità contribuiscono a formare uno stimolante quadro di riferimento. Si pensi alla “provocazione” del semirazionalismo di Georg Hermes che coltivò il progetto di elaborare la teologia sul modello di una costruzione scientifica. «Con pedissequa fedeltà a Cartesio — spiega l’autore — nell’intento di fornire della Rivelazione una dimostrazione razionale, pose a fondamento della riflessione sui contenuti della fede il dubbio positivo e assoluto. Argomenta poi don Vergano che la ragione, nel pensiero di Giovanni Perrone non appartiene solo all’ambito dell’“ancillarità” nei confronti della teologia, ma gode di una condizione di “analogia” con la fede. Perrone si fa premura di precisare che mentre nella scienza è dato di scorgere la profonda verità di una proposizione, e pertanto è possibile conoscere l’oggetto attraverso le sue cause, nella fede invece non si riesce in alcun modo ad attingere la profondità dell’oggetto, ma pure se ne raccoglie un indizio, sicuramente certo, dal quale si constata la verità della proposizione.

Tra le figure passate in rassegna e finemente analizzate figura il cardinale John Henry Newman il quale si colloca entro la sfera dei teologi che hanno assimilato profondamente lo spirito delle scienze storiche. «Se — afferma don Vergano — la Grammatica dell’assenso conduce un’accurata e acuta indagine sulla natura dell’assenso di fede del singolo, precedentemente Lo viluppo della dottrina cristiana aveva avuto lo scopo di esaminare quale tipo di percorso compie la Tradizione nel suo progredire». La Tradizione avanza ma non per salti successivi e distinti, ma per sviluppo del primo germe offerto dal dato rivelato. È nel processo di sviluppo che è più facile rilevare quale e quanta sia l’incidenza del parlare teologico intorno a Dio nella sempre più aggiornata formulazione della dottrina cristiana.

Tradizione, magistero, teologia sono illustrati come momenti di un’unica vicenda storica, quella della continuità e unità della dottrina cristiana. Mentre il teologo spagnolo Melchor Cano presentava i dieci loci theologici in una pluralità di precisa e ben distinta successione, Newman li colloca in una prospettiva unitaria che li riscatta dalla frammentarietà e li considera come fattori di uno sviluppo globale. «Si tratta — sottolinea don Vergano — di una singolare innovazione nel campo degli studi teologici che impone un diverso approccio alle verità proposte dalla fede». Significativo è quanto scrive Newman riguardo all’atto di fede, da lui considerato come una vicenda articolata in diversi momenti. «La fede nel cristianesimo è di per sé preferibile alla miscredenza; la fede, benché sia un atto dell’intelletto, nella sua origine appartiene all’ordine morale; è cosa più sicura credere. Dobbiamo, quindi, cominciare col credere; per quanto poi riguarda i motivi per credere, questi sono per lo più impliciti, lo spirito che è sotto la loro influenza non ha bisogno di averne che una consapevolezza limitata; d’altra parte, essi consistono piuttosto in presunzioni e in approssimazioni alla verità che in prove esatte e complete di tale possesso».

La fede può essere autentica, piena, certa e salvifica anche senza l’intervento della prova razionale della teologia.

di Gabriele Nicolò